«Ma quale lengoa veneta? C’è un mosaico di dialetti».

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«Ma quale lengoa veneta? C’è un mosaico di dialetti».

Oggi, mercoledì 30, il Consiglio regionale esamina il progetto di legge per istituire il bilinguismo in Veneto. Per molti è un grimaldello per istituire le quote riservate alla “minoranza nazionale” come in Alto Adige. Ma dal punto di vista linguistico gli esperti cosa dicono? L’abbiamo chiesto alla più grande studiosa veneta, Gianna Marcato, docente di Dialettologia all’Università di Padovai.

di Silvia Giralucci.

Allo studio dei dialetti ha dedicato la vita. Ma a Gianna Marcato, docente di Dialettologia italiana all’Università di Padova e allieva di Manlio Cortelazzo, la legge a lungo desiderata dai politici della Lega e discussa martedì 29 e in votazione mercoledì 30 a palazzo Ferro Fini per normare una cosiddetta lingua veneta non va giù. «È una pietra tombale sui dialetti», commenta la docente.
Partiamo con un chiarimento, il veneto è una lingua minoritaria o un dialetto?
«Devo dare una risposta doppia. Da un punto di vista linguistico, le lingue sono tutte pari. I dialetti possono essere chiamati o tutti lingue delle minoranze, o tutti dialetti. La differenza è legata alla visione di tipo sociale e politico, di imporre una politica di tutela diversa. Ma la vera questione, a mio avviso, è un’altra: una lingua è qualcosa che ha una propria unitarietà codificabile, i dialetti invece sono mille».
Il veneto come lingua o dialetto, esiste?
«Esiste un mosaico di dialetti veneti. Come diceva il nostro grande poeta Andrea Zanzotto, ogni parlante quando parla il suo dialetto è rannicchiato su un tessera di un mosaico che sa essere più ampio, però il suo è solo quella tessera».
Che cosa vuol dire «codificare» un dialetto?
«L’italiano è diventato tale nel Cinquecento perché alcuni grammatici, supportati da chi gestiva la cultura, hanno decretato che alcuni usi andavano bene e altri no. Codificare una lingua, significa fissare con una norma esterna chi parla bene e chi parla male. Come possiamo fare questo con i nostri mille dialetti che sono lingue orali? Se voglio codificare un dialetto, devo per forza imporre una varietà sacrificando le altre, ma – mi chiedo – che senso ha oggi? La ricchezza dei dialetti è proprio quella di essere stati trasmessi assieme all’identità comunitaria, di famiglia in famiglia, all’interno di un paese, proprio nella loro diversità».
Che cosa pensa della possibilità di insegnare il dialetto?
«L’ho detto ripetutamente anche ai politici che in più occasioni hanno consultato la nostra cattedra all’Università di Padova: non si può mandare a insegnare matematica uno che sa fare a malapena le quattro operazioni elementari. Il dialetto si impara vivendo in una comunità che lo parla. Ricordo sempre un ragazzo che veniva dalla Guinea Bissau e parlava benissimo il dialetto vicentino. Diceva: «Sono arrivato qui, sono stato accolto, ho trovato degli amici, ho trovato la morosa vicentina… ho imparato il dialetto e lo parlo bene. A scuola il discorso che si può fare è diverso, più di analisi della storia che di apprendimento di una lingua. Con i bambini delle elementari si possono analizzare le filastrocche – come faceva Dino Coltro in modo esemplare- perché mettano a fuoco la musicalità della lingua, per farne apprezzare la ricchezza comunicativa».
Quindi qui si pone in grande problema della formazione degli insegnanti.. Un insegnante che viene da Roma con un corso di 150 ore di dialetto veneto che cosa potrebbe insegnare?
«Non potrebbe farlo. Né uno di Roma, né uno di Campologno Maggiore: perché è impossibile insegnare un dialetto. Si può insegnare il rispetto culturale e linguistico alla dialettalità. Insegnare dialetto vuol dire rispondere a delle mire politiche che hanno costruito quella orribile «lengua veneta» che non ha nessun fondamento scientifico e culturale. Mi chiedo che vantaggio diamo al dialetto, alla gente, alla cultura, insegnando un ectoplasma di una lingua che non è mai stata parlata da nessuno e che nessuno sente come sua?»
Perché il Veneto è la regione italiana dove il dialetto è più parlato?
«Ci sono due elementi che si combinano. Il primo è la convinzione dei veneti che il proprio dialetto sia comprensibile anche al di fuori. L’altro è il fatto che grazie alla scelta politica della Repubblica Veneta di non imporre una lingua unitaria ma di rispettare e valorizzare le singole varietà locali, queste hanno acquisito sicurezza e stabilità che si è mantenuta nel tempo. Nel Veneto al dialetto non si è associato quel senso di vergogna che in altre parti d’Italia ha decretato la morte dei dialetti, che si parlano solo oralmente».
(Da nuovavenezia.gelocal.it, 30/11/2016).

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