"Ma mi facci il piacere": il congiuntivo, il simbolo dell’italiano da salvare

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Un libro su “tutto quello che avreste voluto sapere (ma non avete mai osato chiedere) sul più elegante dei modi verbali”

ROMA (20 settembre) – Il congiuntivo è diventato un simbolo, è stato eletto a ultima estrema barriera contro il degrado della nostra lingua. Su Facebook c'è la comunity “Lottiamo contro la scomparsa del congiuntivo”, che ha quasi centomila aderenti. Da ogni parte, mentre la lingua scritta e quella parlata si appiattiscono per ben altri motivi, si levano strali contro un eventuale congiuntivo sbagliato, percepito come il più grave degli errori e su cui sono pronti a intervenire censori e lodatori del bel tempo andato. Insomma, il congiuntivo sta morendo se non è già morto, e allora: Viva il congiuntivo, che è poi anche il titolo di un libro appena uscito, firmato da Valeria Della Valle e Giuseppe Patota, una linguista e uno storico della lingua (Sperling & Kupfer, pp. 168 – 15,00 euro): «Tutto quello che avreste voluto sapere (ma non avete mai osato chiedere) sul più elegante dei modi verbali». In copertina Totò che esclama: «Ma mi facci il piacere!».

Un libro che dovrebbe far riflettere su come nascano certi miti e ossessioni. I due studiosi, spaziando nei più diversi campi della comunicazione, dimostrano infatti e innanzitutto che il congiuntivo gode in realtà ottima salute. Poi che anche i padri delle nostre patrie lettere potevano sbagliarlo (tra i tanti esempi: «Canzone, àtre men rei di nostra terra / te n'anderai prima che vadi altrove», che è Dante, anche se sembra una delle storpiature di Totò). E se in Amarcord di Fellini c'è il personaggio detta Gradisca, perché con tale forma si offrì al Grand Hotel di Rimini a un principe, in Ovosodo di Virzì (25 anni dopo) Piero afferma che, nel popolare quartiere di Livorno in cui è cresciuto, basta «un congiuntivo in più e sei bollato come finocchio».

Magari non bollato così, ma certo che il ministro della Pubblica istruzione Francesco D'Onofrio che il 23 settembre 1994, dichiarò al Tg2, a proposito di un argomento in discussione, «Vorrei che ne parliamo», di epiteti e commenti ne suscitò infiniti, specie dopo la sua ufficiale, paradossale puntualizzazione: «Non è colpa mia se la prima persona plurale dell'indicativo e del congiuntivo presente sono uguali: parliamo».

Il libro di Della Valle e Patota si può leggere anche in questo modo, alla ricerca di esempi curiosi e aneddoti, ma in realtà la seconda e, in particolare, terza parte, Un modo non facile e Viaggio in cinque tappe al centro del congiuntivo, sono serie e manualistiche, volendo essere una guida a «come e quando usarlo (il congiuntivo, ovviamente) senza sbagliare». In chiusura c'è anche un test con cui il lettore possa mettersi alla prova ed eliminare ogni dubbio su quanto ha imparato da queste pagine.

Ma sapendo che: «A tutt'oggi, i linguisti non sono arrivati a un'opinione condivisa circa l'uso del congiuntivo. Quella più diffusa («e a nostro avviso – scrivono i due autori – più corretta») è che il congiuntivo, nel suo vario distribuirsi, non obbedisca a una sola legge, ma si adatti a un ventaglio di possibilità. La vulgata grammaticale dice che il congiuntivo esprime l'universo del dubbio, il magma della soggettività, i movimenti dell'anima, la volontà di chi parla». Anche se di seguito leggiamo: «Questa indicazione vale per diversi casi , ma non tutti». E c'è poco da aggiungere.

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=73919&sez=HOME_SPETTACOLO

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