Ma l’Europa non è il centro del mondo

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«Europa ingenua che si crede il centro del mondo»

di Maria Serena Natale

«E stato un attacco ai simboli dello Stato. Ora viene il tempo dell’unità, è positivo che finora le forze politiche abbiano messo da parte le divisioni lanciando un messaggio netto alla società».
Bernard Kouchner, 72 anni, tra i fondatori di Medici senza frontiere e ministro degli Esteri francese con Sarkozy dal 2007 al 2010, riflette sul «destino perduto» di Mohamed Merah e sull’«ingenuità dell’Europa» che a oltre dieci anni dall’11 settembre continua a pensarsi il centro del mondo.
In questa campagna elettorale la politica internazionale è stata tralasciata da tuffi i candidati a beneficio dei temi interni.
Dopo i fatti di Tolosa si torna a parlare di Afghanistan, Medio Oriente, Maghreb e
Islam. Una Francia più ripiegata su se stessa corre maggiori pericoli?
«Anche se in questo momento prevalgono preoccupazioni di ordine interno, la politica francese non ha perso la sua proiezione internazionale. Nei mesi scorsi abbiamo svolto un ruolo di primo piano nella Primavera araba, non abbiamo mai perso di vista gli equilibri del Mediterraneo e siamo stati molto presenti in Europa».
Un’Europa oggi non particolarmente attenta alla dimensione globale.
«E comprensibile in un momento di crisi. Aggiungerei che gli europei si considerano ancora i protagonisti della storia mondiale, non hanno realizzato fino in fondo che alle loro porte preme un’onda potente di esseri umani in cerca di riscatto».
Come quella dal Maghreb alla Francia nell’ultimo decennio?
«Esattamente. Sia chiaro, quella di Merah non è una storia di degrado e povertà, il suo non era odio sociale ma ideologico, intriso di propaganda qaedista.
Si era addestrato in campi all’estero e aveva scelto la strada della jihad. In una società che ha una conoscenza superficiale delle tensioni esterne, però, l’immigrazione
di massa può essere un elemento destabilizzante, soprattutto quando la situazione economica non favorisce l’apertura.
Oggi la maggior parte dei Paesi europei non è in grado di accogliere la miseria del mondo. Tutto questo genera inevitabilmente un’ansia difficile da controllare».
Ansia che sfocia in razzismo.
«Negli anni Ottanta e Novanta si erano già verificati diversi attacchi a sinagoghe francesi, quest’ultimo decennio ha conosciuto il radicalismo globale e l’allarme
terrorismo. Abbiamo gruppi razzisti, partiti che non esitano a cavalcare le inquietudini sociali per promuovere l’intolleranza e creare capri espiatori. Non parlo solo del Front National».
Anche il presidente Nicolas Sarkozy in passato ha usato una retorica molto dura sugli
immigrati.
«E vero ma nell’Ump (Union pour un Mouvement Populaire, il partito di centro-destra guidato da Sarkozy, ndr), ci sono personalità che hanno assunto posizioni più estremiste delle sue. Certi discorsi improntati alla demagogia sono molto pericolosi».
Queste forze disgreganti rischiano di prevalere dopo un attacco così brutale?
«Il rischio esiste. La società francese è ancora segnata da profonde disparità economiche e sociali. Anche per questo è importante porre l’accento sull’unità».
Lo Stato francese laico e unitario era uno dei bersagli di Merah?
«Malgrado fosse un cittadino francese, educato secondo i valori della Repubblica, si è scagliato contro i simboli dello Stato. Prima i militari dell’esercito che avevano combattuto in Afghanistan, poi la scuola, infine secondo gli inquirenti avrebbe progettato un attacco alla polizia. Purtroppo non sapremo mai cosa ribollisse in tutta quella violenza solitaria».
(Dal Corriere della Sera, 23/3/2012).




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