Ma i Narratori Africani Scelgono la Lingua di Leopardi e Calvino

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Società e politica Scenari

Non accadeva da secoli: succede ora con gli scrittori africani
I narratori che scelgono l`italiano

Negli ultimi vent`anni è accaduto che narratori algerini, senegalesi, somali, il più noto dei quali è Amam Lakhous, hanno cominciato a raccontare in italiano.
E’, questo, un fatto singolare, perché quasi tutti gli scrittori africani e maghrebini, che vivevano in Paesi già dominati dalla Francia, soprattutto culturalmente, adottavano la lingua di Sartre e di Camus, di Apollinaire e Valéry. Oggi scelgono l`italiano perché malgrado i danni che si è inferto da solo è ancora una lingua ricca, leggera, complessa, nobile, musicale.

(segue a pag 33)

Ma i Narratori Africani Scelgono la Lingua di Leopardi e Calvino

di Pietro Citati

Qualche volta dimentichiamo quale sia stata la fortuna della lingua italiana, scritta e orale, nel sedicesimo e nel diciassettesimo secolo. Tutta l’ Europa conosceva e imitava le canzoni e i sonetti di Petrarca: forse proprio perché erano composti in uno stile mentale, matematico, che aveva pochissimi rapporti con qualsiasi lingua esistente. Non importava che fossero testi difficilissimi, che oggi comprendiamo a malapena: in Francia, in Inghilterra e in Spagna, erano studiati più dell’ Antico e del Nuovo Testamento: perforati, abitati, gustati e, come si diceva allora, ruminati, fino a quando diventavano la fonte di ogni conoscenza letteraria, psicologica e filosofica. L’ amore per Laura era la chiave dell’ universo. In tutte le classi dirigenti d’ Europa era diffuso l’ italiano parlato: era la fonte di ogni conversazione; e dei modi e delle forme della conversazione, dell’ aprire e del chiudere il discorso, del variare e mutare argomento, dell’ intrecciare ogni specie di tema, del rapporto tra ciascuno e gli altri. A Parigi, a Londra, a Madrid si cercava di imitare il timbro delle parole pronunciate a Urbino, a Firenze, a Roma. Questa influenza dell’ italiano scritto e parlato era molto più profonda di quella esercitata, oggi, dall’ inglese e dall’ americano: permeava tutta l’ esistenza delle persone colte, senza incontrare ostacoli e riserve. Aveva, credo, un solo parallelo: il greco, parlato e scritto, nei secoli dopo la morte di Alessandro Magno, quando dall’ Afghanistan a Roma ogni cosa subiva lo stesso modello. L’ impronta del greco durò molti secoli: mentre quella dell’ italiano fu sostituita, dopo un secolo e mezzo, dal fascino dello spagnolo e del francese. Ma, quando Petrarca cessò di agire, intervenne l’ opera, e specialmente l’ opera buffa. Metastasio dominava la mente di Rousseau: Lorenzo Da Ponte soccorreva quella di Mozart, che divenne un secondo Da Ponte, inventando insieme a lui, o trasformando quello che egli aveva inventato, tanto che è difficile indicare, nei libretti delle Nozze di Figaro , del Don Giovanni e di Così fan tutte , quanto dobbiamo direttamente all’ inventiva di Mozart. L’ italiano giunse dove non era mai giunto: a Pietroburgo, le parole di Paisiello si insinuavano nell’ esistenza quotidiana, mentre altri italiani costruivano i palazzi regali e nobiliari, portando il rosa e il celeste di Napoli tra i ghiacci e le nevi splendenti del Settentrione. Nei primi decenni del diciannovesimo secolo, questa influenza si spense, sebbene i testi e i suoni di Cimarosa e di Rossini rendessero felice la mente di Stendhal. La lingua italiana scomparve; e persino i riscopritori dell’ Italia – gli inglesi e gli italiani che riportarono alla luce la Riviera Ligure, i laghi lombardi, Venezia, Firenze e i colli della Toscana, Pisa, Roma, Napoli, Pompei e le coste della Campania – parlavano poche parole della nostra lingua: fu una riscoperta esclusivamente visiva. Nessuno conosceva più la letteratura italiana. Manzoni giunse soltanto tra le mani di Goethe e di qualche studioso francese. Più straordinaria fu la sorte di Leopardi. Insieme a Hölderlin, Keats e Baudelaire era il più grande poeta lirico del suo tempo: impersonava come nessuno le idee e i sentimenti diffusi attorno a lui. Anticipava il futuro: eppure rimase sconosciuto, e lo è ancora, malgrado le mediocri traduzioni dei Canti in Francia e negli Stati Uniti. Nel secolo scorso, l’ inglese e il francese ebbero un’ eco molto diversa. L’ inglese era una lingua così molteplice, e quasi senza struttura, che attrasse senza eccezione e resistenza scrittori di ogni paese, che si adattarono alle sue forme: sebbene conoscesse il suo trionfo, quando un artista di genio, Nabokov, lo trasformò in una lingua sconosciuta, che impregnò a sua volta gli stili di molti prosatori – la folla dei «nabokoviani». Il francese piacque per le qualità opposte: la struttura rigida, il ritmo premeditato, il vocabolario ristretto. Affascinò scrittori, come Cioran e Kundera, che avevano cominciato a comporre in lingue libere e fluttuanti e cercavano, per così dire, un «carcere» linguistico, dove abitare costretti e felici. Negli ultimi vent’ anni, in Italia, è accaduto e sta accadendo un fenomeno che ignoravamo da secoli. Narratori algerini, senegalesi, somali, dei quali il più noto è Amara Lakhous, hanno cominciato a raccontare in italiano. È un fatto singolare, perché quasi tutti gli scrittori africani e maghrebini, che vivevano in paesi già dominati dalla Francia, soprattutto culturalmente, adottavano la lingua di Sartre e di Camus, di Apollinaire e Valéry. Oggi questi scrittori rifiutano il francese, proprio perché rappresenta il «carcere» amato da Cioran e da Kundera. Scelgono l’ italiano, perché all’ inizio del nostro secolo, malgrado le influenze subite e i danni che si è inferto da solo, è ancora una lingua ricca, leggera, complessa, nobile, musicale: la lingua che adorava ed esaltava Leopardi, e che nei tempi moderni ha conosciuto l’ amore di Gadda e di Calvino.

Corriere della Sera, pagina 1, segue a pag 33
6 novembre 2011




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