Ma esiste davvero la guerra valutaria?

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Ormai si parla apertamente di guerra delle valute. Pare sia stato il principale argomento del recente incontro di Davos. Il tema è diventato scottante da quando Shinzo Abe, dopo avere vinto le elezioni giapponesi, ha indotto la Banca Centrale ad adottare come obbiettivo addirittura l’innalzamento del tasso di inflazione con una politica monetaria ultraespansiva, che sta anche causando una svalutazione dello yen. D’altro canto anche la Banca Centrale statunitense ha assunto come obbiettivo la riduzione del tasso di disoccupazione. E per questo sta praticando una politica monetaria molto espansiva che ha prodotto una svalutazione del dollaro. L’euro di conseguenza si rafforza e J. Weidman, presidente della Bundesbank, parla di «allarmanti violazioni» che possono portare ad una «politicizzazione dei cambi delle valute». Di rincalzo M. King, Governatore della Banca d’Inghilterra, ci spiega che il rischio di guerre valutarie è sorto «da quando gli Usa hanno adottato misure non ortodosse per allentare la politica monetaria nel 2010». Questa sua considerazione è sorprendente visto che la Banca d’Inghilterra ha fatto esattamente la stessa politica della Fed ed ha già provocato una sostanziosa svalutazione della sterlina.
Che politiche economiche espansive possano produrre, come effetto collaterale, un indebolimento della valuta del Paese che le pratica è vero, ma sostenere allora che chi non pratica politiche di austerità per uscire dalla crisi stia manipolando i cambi è privo di senso. Altra cosa sono, naturalmente, interventi diretti delle Banche Centrali per indebolire la valuta del proprio Paese, interventi che Cina e Giappone hanno praticato per anni senza che alcuno parlasse di guerra valutaria. Non c’è nulla che possa farci affermare oggi che gli obbiettivi delle politiche economiche statunitense e giapponese non siano quelli dichiarati: ridurre la disoccupazione negli Usa e spezzare la spirale deflazionista che affligge il Giappone da oltre venti anni.
Se si considera l’Europa complessivamente il problema è la mancanza di una politica per la crescita e non l’andamento del commercio con l’estero. Se si guarda alle bilance dei pagamenti si vedrà che i deficit commerciali dei Paesi deficitarii dell’area euro si sono sostanzialmente ridotti. A causa dell’austerità, naturalmente, che riducendo la domanda interna riduce anche le importazioni. Interessante è però considerare le performance commerciali dei Paesi dell’area che erano in forte attivo, Germania ed Olanda, che con Giappone e Cina formavano, a livello mondiale, il gruppo di Paesi non petroliferi con attivi strutturali delle bilance dei pagamenti. Ebbene, mentre l’attivo commerciale della Cina si è dimezzato rispetto alla situazione precedente la crisi e quello del Giappone è praticamente scomparso, quelli di Germania ed Olanda sono tornati ai livelli pre-crisi. Questo può sembrare sorprendente, visto che dall’entrata in vigore dell’euro quei due Paesi avevano costruito gran parte delle proprie fortune commerciali sulla domanda degli altri Paesi dell’area euro e che questa sta ora diminuendo. È evidente che Germania ed Olanda stanno aumentando le esportazioni al di fuori dell’area euro nonostante il rafforzamento dell’euro e la presunta manipolazione dei cambi. La verità è che un cambio euro/dollaro fra 1,30 e 1,40 mentre è troppo alto per molti Paesi europei è decisamente basso e vantaggioso per Paesi della forza di Germania ed Olanda che praticano per di più politiche mercantiliste. Se avesse ancora il marco il cambio della Germania col dollaro sarebbe probabilmente più vicino a due che a uno. La verità è che, mentre Cina e Giappone hanno dovuto praticare interventi diretti per deprezzare la propria moneta e ottenere vantaggi competitivi, ai Paesi forti dell’area euro basta la semplice esistenza dell’euro per ottenere lo stesso vantaggio senza essere accusati di manipolazione dei cambi. I tedeschi come Weidman non avvertono quanto paradossale sia la protesta per concorrenza scorretta fatta dal rappresentante del Paese che ha il più alto attivo commerciale al mondo e che con il suo ossessivo timore per l’inflazione costringe la Banca Centrale europea a tenere tassi di interesse più alti di quelli dei Paesi concorrenti, il che di per sé rafforza l’euro. Non vi è alcun motivo per il quale il resto del mondo dovrebbe, per favorire la competitività dei Paesi deboli dell’area euro, rafforzare anche quella dei Paesi che sono già eccessivamente competitivi. Se si vuole davvero evitare che ogni Paese cerchi di risolvere i propri problemi a scapito di altri bisognerebbe innanzitutto rilanciare il ruolo dei G20 nella prospettiva che Obama cercò di delineare all’inizio: ridurre gli squilibri dell’economia mondiale. Questo comporta che alcuni Paesi smettano di vivere al di sopra dei propri mezzi, ma anche e necessariamente che gli altri smettano di mantenere attivi strutturali delle bilance dei pagamenti. Questa fu la finalità principale degli accordi di Bretton Woods.
Se si costruisse, facendo la somma, una bilancia dei pagamenti dell’intera area euro si vedrebbe che essa è in sostanziale equilibrio con il resto del mondo. Il problema degli squilibri commerciali è tutto interno all’area euro e lì va risolto. Va risolto con politiche dirette non solo a produrre una crescita adeguata del complesso dell’area, ma anche a ridurre i divari di competitività fra i diversi Paesi. Per fare questo l’eccesso di risparmio dei Paesi in attivo di bilancia dei pagamenti dovrebbe essere in misura consistente utilizzato per finanziare, attraverso il bilancio europeo o attraverso fondi specializzati, strategie di investimento di dimensione europea. Questo sarebbe muovere verso una unità politica dell’area euro fatta di politiche attive e non solo di rafforzamento dei controlli da parte del centro.

31-01-2013
http://hormozud.com.unita.it/politica/2 … valutaria/




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