Ma come parlate (e scrivete)?!

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TENDENZE PRENDE PIEDE IL VEZZO DI «CANCELLARE» LA NOSTRA LINGUA DALLE BACHECHE DEI NEGOZI

Annunci in inglese per cercare pizzaioli Per fortuna c’è chi usa ancora il dialetto.

 

«Good Jobs for good people, are you interested? Send your CV at?», traduzione terra terra dell’annuncio appiccicato sulla saracinesca? Eccola: «Il panificio Princi cerca un panettiere o un pizzaiolo per la riapertura (ovviamente sull’annuncio è scritto new opening) del punto vendita di piazza XXV aprile». A New York? No, a Milano. Di fronte all’ex teatro Smeraldo, dove tra poco debutterà? Eataly. Fatto caso? Una volta si rimpiangeva il dialetto milanese. Tra un po’ rimpiangeremo l’italiano. I negozi si chiamano temporary shop. Ce n’è uno in via Solferino che vende giacche e pantaloni ma sull’insegna è scritto Officina Slowear. Mobilifici? Non ne esistono quasi più. Sono tutti Home design shop. I parrucchieri si sono trasformati in Hair Stylist. Gli chef dei ristoranti, fatta eccezione per quelli che propinano Street food, non cucinano cibi leggeri ma light da gustare durante il brunch, non dopo l’aperitivo ma semmai dopo il drink all’happy hour del wine bar raggiunto a pedali grazie al bike sharing o con la Smart del Car2go. In caso di shopping, i saldi sono Sale e negli Outlet sono ancora più convenienti. Che tenerezza, crediamo di vivere in una metropoli europea e rischiamo di fare la figura dei provinciali. Per fortuna qua e là riaffiora il buon senso. Prendiamo Rossignoli, mitico negozio di bici in corso Garibaldi. Avviso alla clientela: «Stiamo sostituendo la nostra insegna storica perché un pirla* l’ha rotta irreparabilmente». Pirla è scritto così, con l’asterisco, perché qualche riga sotto è specificato: «*termine milanese noto ai più». In inglese sarebbe idiot. Ma volete mettere l’efficacia dell’originale? Maurizio Donelli
(Dal Corriere della Sera, 3/11/2013).

QUANDO IL FACILE È RESO DIFFICILE DALL’USO DI TROPPI INGLESISMI.

Gentile signora Bossi Fedrigotti, vorrei rifarmi all’articolo pubblicato qualche giorno fa, a firma di Maurizio Donelli, con il quale mi complimento per aver denunciato l’esterofilia di noi milanesi, per cui non c’è più un negozio, un bar o un locale che abbia un nome italiano. Ormai sono tutti inglesi e chissà se è perché conosciamo così bene questa lingua, se perché pensiamo di attirare in città i turisti stranieri o se è per semplice ghiribizzo di moda. Non esistono più botteghe ma soltanto shop, show room e outlet. Non abbiamo più centri ma soltanto center, e invece di punto ci tocca il point (anche l’Atm point!). Ultimamente ho scoperto da una pubblicità (vista sul vostro giornale) che il mercatino benefico di San Vincenzo si è trasformato in Marché Vincent! Eppure pensavo che le ottime dame vincenziane fossero delle cultrici delle buone tradizioni! Tu quoque, insomma (e sottolineo che è lecito ricorrere al latino, in quanto altro non è se non l’antica lingua italiana). Scommetto che se un commerciante avesse il coraggio di scrivere nella sua insegna semplicemente «Negozio», specificando la merce che vende, susciterebbe più attenzione che con uno delle migliaia di «shop». Come avrà capito, in quanto ex insegnante sono molto sensibile al tema, e mi appello a lei che dovrebbe saperne di scrittura. E vengo al dunque. Voi giornalisti avete grandissime responsabilità per questo abuso linguistico, e non parlo solo dei suoi colleghi della televisione ma anche di quelli della carta stampata. Se apro una qualunque rivista femminile, non ho che da sfogliare un paio di pagine al massimo per trovare un numero infinito di parole inglesi, più qualcuna francese. Ecco il look, la fashion, i contributors, la texture, il look-book, il colore candy, l’entertainement, la beauty mail, ecco il soin. Roba da far girare la testa. E mi domando se i lettori sono davvero così ferrati in inglese da capire tutti questi termini. A me qualcuno sfugge. Anche peggio è quando ci si addentra nelle riviste un tempo definite maschili, di finanza o economia. Una vera barbarie. Ma davvero l’italiano è così povero da non avere parole per così tanti argomenti? Marzio Franceschi.

Confesso subito: anch’io ho peccato, nel senso che mi è capitato, anche più di una volta, di usare i termini weekend e trendy. Ma, se sono ammesse le giustificazioni, l’ho fatto per evitare di ripetere le parole «fine settimana» e «di tendenza». In ogni modo chiedo perdono e prometto di non rifarlo più. Ciò detto, alle letture maschili di economia e finanza cerco di sottrarmi quando posso, e un poco soffro (per le stesse sue ragioni) con quelle femminili. ibossi@corriere.it Isabella Bossi Fedrigotti
(Dal Corriere della Sera, 9/11/2013).




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