Ma chi ce lo fa fare di essere un buon partner dell’Europa?

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Ma chi ce lo fa fare di essere un "buon partner" dell’Europa?

GLI EUROSCHETTICI INGLESI NON VOGLIONO INGERENZE, NEMMENO DAGLI AMERICANI. ALCUNI CI SPIEGANO LE LORO RAGIONI

La cancelliera tedesca Angela Merkel vuole che il Regno Unito resti partner dell’Unione europea, lo ripete sempre, in veste di comandante in capo di un’Europa che risponde alla crisi unendosi sempre più, stringendosi in un patto che parte fiscale ma vuole essere politico. Aggiunge infatti Merkel: vogliamo il Regno Unito dentro l’Ue, certo, ma lo vogliamo "come un buon partner". Ma può essere Londra un buon partner dell’Europa con tutto quell’inglesissimo euroscetticismo che la
contraddistingue? Per Washington, non ci sono alternative: l’Inghilterra deve restare nell’Ue e comportarsi pure bene, da buon partner, come ha detto Philip Gordon, l’uomo che al dipartimento di stato americano si occupa di affari europei. "E` nell’interesse degli Stati Uniti", ha spiegato. E Downing Street non ha potuto che rispondere: "Gli Stati Uniti vogliono un’Ue rivolta all’esterno e con dentro il Regno Unito, e così vogliamo noi".
Una transazione, nulla di più A Londra l’euroscetticismo è diventato "the new normal" come ha confermato serafico il conservatore John Redwood: "Fino a poco tempo fa mi davano di estremista. Ora sono un moderato". Nel vasto mondo dell’euroscetticismo – che comprende almeno 81 parlamentari, un capo carismatico come Boris Johnson, sindaco di Londra, un tycoon come Rupert Murdoch, e due quotidiani come il Daily Mail e il Sun, 4,5 milioni di lettori in tutto, cui si somma almeno il Telegraph – ci sono diverse correnti, e quella dell’abbandono totale dell’Europa non è la più forte. Prevale il negoziato con l’Europa, meno soldi e meno poteri fuori dai confini inglesi, perché come ha scritto efficacemente l’Economist a inizio dicembre, in un numero dedicato al rapporto tra Londra e Bruxelles, "gli inglesi pensano alla relazione con l’Europa come a una transazione".
Non c’è il cuore: ci sono i soldi, i costi e i benefici, la convenienza di stare in un club che, in quarant’anni, è cambiato molto. Un club costoso, un club da cui è brutto essere estromessi ma nel quale non si può nemmeno comandare: la guida è salda nelle mani dei franco-tedeschi sempre più tedeschi.
Quando si ricorda che nel 1973 il referendum sull’Europa fu vinto dagli eurofili, molti rispondono dicendo che allora il progetto europeo era tutta un’altra promessa e che il paese ci credeva (tutti i giornali allora, tranne uno, il Morning Star d’ispirazione comunista, fecero campagna a favore del "sì"). Oggi persino i laburisti non vogliono passare per il partito dell’Europa e fanno pressioni sul loro leader, Ed Miliband, perché proponga un piano – addirittura un referendum – che non alieni il consenso pubblico: secondo YouGov a oggi il 49 per cento degli inglesi vuole uscire dall’Europa, il 32 vuole restare, il resto non sa.
Il premier David Cameron continua a rimandare il tanto atteso discorso tra Londra e l’Europa, mentre il suo Partito conservatore è spaccato e teme la concorrenza dell’Ukip, il partito indipendentísta che nelle suppletive del novembre scorso s’è piazzato al secondo posto, superando i Tory. Il leader dell’Ukip, Nigel Farage, dice al Foglio commentando le dichiarazioni degli americani: "Il Regno Unito ha detto di no all’America sulla guerra in Vietnam e se gli inglesi potranno dire la loro, diranno no all’America anche sull’Europa". Farage è popolarissimo, il suo partito è dato al 16 per cento, e persino una rockstar come Morrissey ammette: "Farage mi piace un sacco".
"Inavvertitamente" verso l’uscita la strategia di Cameron è al limite dell’equilibrismo, e il capo della politica dello Spectator, magazine cameroniano, il trentenne James Forsyth, sottolinea: "Il premier potrebbe aver messo inavvertitamente l’Inghilterra sulla strada dell’uscita dall’Ue". "Inavvertitamente" è quanto di più pericoloso possa essere detto per il futuro di una leadership politica, tanto che il Financial Times ieri diceva al premier: ricordati che non parli in nome del tuo partito, ma in nome del tuo paese. Per il quotidiano della City, restare in Europa è necessario e fondamentale, non soltanto per ragioni economiche, ma perché "ha a che fare con il ruolo dell’Inghilterra nel mondo".
Per questo Cameron dovrebbe adottare "un approccio forte basato sull’interesse nazionale", guidare i negoziati a Bruxelles come fece la Thatcher e non lasciare "che i suoi connazionali si abbandonino a fantasie", perché diventare come la Norvegia o la Svizzera, non è auspicabile: non siamo un paese che accetta le regole e basta, vogliamo avere voce in capitolo. I franco-tedeschi stanno per costruire un nuovo, forte cuore politico europeo in cui l’Inghilterra non vorrà mai entrare, scrive il Ft, ma
che avrà grande impatto sull’unico aspetto europeo che interessa a Londra: il mercato unico. Il premier deve essere europragmatico, non ci sono scorciatoie, il referendum ci vuole, e la domanda dev’essere semplice: dentro o fuori?
Il mito della Svizzera e della Norvegia Per gli euroscettici la faccenda è tutta diversa. L’interesse britannico è innanzitutto una questione di "indipendenza nazionale", ci dice Peter Hitchens, columnist del Mail on Sunday, secondo cui la Gran Bretagna "ha una tradizione giuridica diversa", storicamente più avanzata e civile, che rappresenta "una tradizione di valore superiore" che non accetterà mai di fondersi con altri sistemi. E’ necessaria una "secessione amichevole, una partenza, un addio", cui accompagnare un bell’accordo commerciale come quello della Svizzera e della Norvegia, "soddisfacente per tutti e fatto su misura". "Chi l’ha detto che uscire dall’Ue non aumenterebbe invece la nostra influenza?", dice Hitchens, visto che la questione europea tiene ostaggio la politica e le toglie energie: "Ovviamente un po’ ci costerà uscire, niente è gratis", ma non quanto dice l’Economist, secondo il quale gli 8-13 miliardi di sterline di risparmi sui contributi netti sarebbero superati dai danni commerciali. Niente referendum, però, perché queste cose vanno risolte dal Parlamento, conclude Hitchens.
"Gli americani non capiscono l’Europa, non hanno idea", spiega il deputato conservatore Bernard Jenkin, mentre uno dei commentatori più agguerriti, Ambrose Evans-Pritchard, sul suo blog sul Daily Telegraph osservava: "Gli americani spesso paragonano l’Ue a un’adesione tipo la loro al Nafta o all’Onu, come se il parallelismo avesse senso". Mats Persson e il think tank euroscettico Open Europe, attivo anche sul continente, la mettono così: "Gli Stati Uniti vedono Londra come un intermediario in grado di evitare che l’Ue faccia stupidaggini, ma dicono sempre la stessa cosa".
Nel Regno Unito nessuno vuole l’euro, il 70-80 per cento dei cittadini non vuole trasferire altri poteri e molti non sono contenti dello stato delle cose. C’è l’euroscettico che vuole lasciare l’Europa, quello che non vuole più Europa di così e quello, maggioritario, che vuole nuovi termini nei rapporti con l’Europa. Per questo è importante scegliere bene la domanda da porre al referendum, sottolinea Persson.
Cameron maneggia il tema europeo come una bomba inesplosa, con una cautela al limite dell’ambiguità, dando spazio così a Boris Johnson, che scrive articoli impietosi sul Telegraph prendendosela con i soldi che gli inglesi pagano ai pastori spagnoli che non hanno neppure più un gregge e poi però si allinea guarda caso, con Cameron e la maggioranza dei britannici, auspicando "un nuovo accordo". Quanto basta per confondere il premier, che ha due settimane per trovare le parole giuste per il suo partito, per gli inglesi, per gli europei e ora anche per gli americani.
(Da Il Foglio, 11/1/2013).




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