Ma che italiano parliamo?

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LETTERA APERTA A VAN ROMPUY

Per un’Europa che parli anche italiano

di MAURIZIO CAPRARA

Egregio dottor Herman Van Rompuy, presidente del Consiglio europeo, siamo contenti della sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea secondo la quale è «discriminazione» pubblicare soltanto in inglese, francese e tedesco i bandi di concorso dell’Ue e obbligare a sostenere in una di queste tre lingue le prove di selezione. Il nostro ricorso contro il giudizio di primo grado è servito.
Adesso vi chiediamo un supporto. Veniamo da un periodo complesso. Eravamo un po’ ludopatici, incapaci di rivisitare la nostra narrativa (dobbiamo produrla, ormai limitarsi a leggerla è out e della saggistica non se ne parla neppure), e non riuscivamo a implementare con spirito bipartisan gli impegni necessari per raggiungere i target adeguati. A causa di un alto debito che ci ha fatto temere un default, rischiavamo di perdere più punti nel rating benché molti nostri brand rendessero solido il core business di tante società e delle relative holding. I competitor ci vedevano sotto stress, abbiamo imparato a vivere con l’incubo del credit crunch.
Adesso non abbiamo modo di definire un’exit strategy multipartisan dai nostri tradizionali problemi di governance, ci proveremo più avanti. Comunque i cdm funzionano come un cda, producono dl quanti ne servono e in Parlamento sono stati presentati gli ultimi ddl di fine stagione. Siamo meno lontani dai benchmark, però avremmo bisogno di risorse e di allocarle a favore di un efficientamento del welfare secondo best practices. Ci serve anche tempo per un potenziamento del nostro sistema infrastrutturale, per un rilancio dei nostri network , per interconnetterci di più con altre business community.
Ce la faremo? Dipende dal mood, dai competitor, da quanto saremo player aggressivi (una volta significava propensi a menare le mani, adesso la mano deve essere morta). Dipende dalle start up che sono un must per il nostro futuro (spesso rubato, naturalmente, perché il futuro non ha bodyguard). Tra poco verrà rimessa in gioco la premier ship. Nelle nostre aggregazioni politiche si stanno definendo le leadership (ognuna avrà un suo team) per quando nel 2013, con o senza election day, si pronuncerà la gente, la quale, come sa, ha l’ownership delle sorti del Paese. Ci si interroga sul follow-up. Il medesimo trend del 2012, con lo stesso premier che ci ha risparmiato il default, è un’option possibile. Negli ultimi giorni tuttavia il range delle ipotesi si è ampliato, soltanto sulle liste di centro ci vorrebbe un database al giorno. Di recente è stato denunciato un tentativo di sfregiare una delle primarie. Ciò avrebbe reso off limits il restyling di un erede del labour italiano che si è amalgamato, non proprio come un melting pot , con sensibilità diverse. Nel centro-destra, che le preparava, il suo leader ha preferito spingere il pulsante off del meccanismo delle primarie e cercare di rianimare un’antica liaison con la formazione che più si è battuta per la devolution.
In ogni caso, il sistema delle primarie per testare i candidati a premier resta un meccanismo duale: nel Pd è a due turni. E il centrosinistra, si sa, è più che duale. C’è chi stressa che deve essere assolutamente plurale (stressare, qui, in senso buono: è come per il colesterolo, ne abbiamo due). Talvolta alcuni definiscono plurale anche un sistema valoriale identitario, pure se lo considerano un’esperienza unica.
Così, dopo le parlamentarie on line della nuova forza di uno showman contrario a mandare i suoi followers nei talk show, i democrats hanno previsto un primarie day in più. È schedulato dopo Natale. Per dare un refresh all’establishment dei deputati e dei senatori. Presidente Van Rompuy, da noi ormai tanti politici, dirigenti d’azienda, professori, giornalisti parlano così. Già che ci siete, a Bruxelles vi avanza qualche fondo europeo per corsi di recupero in italiano?
(Dal Corriere della Sera, 17/12/2012).




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