L’uomo che traduce l’italiano in milanese

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Il debutto ieri durante la festa della
Lega Nord a Bruzzano: la lingua è un
muscolo, il dialetto invece è cervello
MICHELE BRAMBILLA
MILANO
Io penso in milanese, non penso mica in italiano», chiarisce subito Tullo Montanari, 74 anni, gallerista d’arte in pensione. E c’è una bella differenza tra il pensare in italiano e il pensare in milanese. «L’italiano è una lingua, il milanese è un dialetto», spiega. «E sa che cosa comporta questo? Che la lingua è un muscolo della bocca, mentre “dialetto” viene dal greco e vuol dire dialogare. Quindi pensare e parlare in italiano è una faccenda muscolare, pensare e parlare in dialetto è una faccenda cerebrale».

Sarà stato dunque per dare dignità di pensiero ai discorsi in italiano del sindaco di Milano Letizia Moratti e di quello di Verona Flavio Tosi che Tullo Montanari, ieri sera, ha fatto da traduttore simultaneo alla festa provinciale della Lega Nord a Bruzzano, che è un quartiere di Milano. «Ho tradotto», dice Montanari, «in lombardo occidentale». Che cosa abbia capito il veneto Tosi, è una domanda che s’impone. Ma Montanari tranquillizza: «Tosi ha capito benissimo perché non è uno che dorme, è uno vispo. E poi mi ha detto che la sua nonna era di Rho».

Questo simpaticissimo signore che ieri ha vissuto la sua mezz’ora di gloria politica è la prima messa in pratica della Lega del suo progetto di rivoluzione culturale: tornare ai dialetti in vista della futura proclamazione della Padania. Anche se non sarà facile perché da Pinerolo a Mestre, da Sondrio a Mantova, da Bergamo a Milano, i dialetti – alla faccia dell’etimologia – sembrano essere l’ostacolo numero uno al dialogo. Non sarà stato il solo Tosi, per esempio, ad avere avuto qualche difficoltà nel capire il «lombardo occidentale». Che sarebbe poi, spiega Montanari, «il varesotto, il comasco, il brianzolo, il munsciasc cioè il dialetto di quelli di Monza, e poi anche il lecchese e naturalmente il milanese».

Tutte parlate molto diverse fra loro. «Vero: pensi che è lombardo occidentale anche quello di Calolziocorte, paese attaccato a Lecco. Ma rispetto ai lecchesi i calolziesi hanno inflessioni bergamasche». Insomma un casino. Ieri sera il primo traduttore simultaneo della storia della Lega ha sciolto la riserva scegliendo il milanese, «lingua franca del lombardo occidentale». Ma quando ci sarà la Padania, ammette, «la lingua franca dovrà essere per forza l’italiano». Riconosce che «il padano non esiste». Ma precisa: «A dirla tutta, non esiste neanche l’italiano. Che prima di essere una lingua era un dialetto». Toscano? «Ma no: fiorentino. Uno di Livorno o di Pontremoli non parla fiorentino. Anche da quelle parti ci sono le loro belle differenze. Il fiorentino si è imposto per motivi economici, mica per altro».

La «lingua franca» è dunque solo una necessità. «Ma le lingue materne, cioè i dialetti, sono molto meglio», dice Montanari. «Hanno una grande tradizione, da Goldoni a Carlo Porta, sono cultura vera». Gli chiediamo però – vista l’enorme varietà di dialetti presenti in Padania – come sarà possibile realizzare il progetto leghista di sottotitolare film e fiction tv: in quale dialetto fare le didascalie? Ma la nostra domanda è davvero stupida perché la risposta di Montanari è così ovvia e semplice dal disarmarci: «In italiano saranno le didascalie, non il parlato. Il quale sarà nel dialetto della zona in cui è ambientato un film. Ma le pare che Romanzo criminale sia meglio se è parlato in italiano o in romanesco? E L’albero degli zoccoli è più aderente alla realtà se è parlato in italiano o in bergamasco?». Effettivamente non ci avevamo pensato. La soluzione è ovvia, anche se per noi spettatori si prospetta un ritorno al vecchio cineforum d’antan, tipo certi indimentabili film ungheresi e polacchi. All’inizio della proiezione, insieme con l’avviso sulla versione sottotitolata per non udenti, ci sarà anche l’indicazione «sottotitolata per non indigeni».

Una rivoluzione, e Tullo Montanari è un uomo che dei rivoluzionari ha il genius loci. «Sono nato in via Bramante 2, vicino all’Arena. E sa chi era nato in quella stessa casa? Don Davide Albertario, che finì in galera con i socialisti quando Bava Beccaris fece sparare sugli operai. E lo sa che nella strada accanto, via Niccolini, ci fu la prima sede del Pci in Italia?». Via Bramante e via Niccolini sono vicinissime a via Canonica, dove adesso Montanari abita. Era un quartiere milanesissimo: adesso, scherzi del destino, è la Chinatown. «Purtroppo. Ci stanno colonizzando».

Montanari combatte la sua battaglia anche promuovendo, con l’associazione «Antica credenza di Sant’Ambrogio», il dialetto nelle scuole: «Si insegnano ancora lingue morte come il greco e il latino, non vedo perché non si dovrebbe inserire fra le materie il dialetto, che è una lingua viva». Senza imposizioni, però. «Lezioni facoltative, non bisogna forzare». È un rivoluzionario moderato, il signor Tullo: «Non sono iscritto alla Lega». La voterà, però? «Dipende. Voto solo chi mi fa proposte convincenti. Ho 74 anni ma non sono ancora completamente rincoglionito, scelgo di testa mia».


http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/200909articoli/47458girata.asp
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