L’unità di intenti che serve all’Europa

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L'unità di intenti che serve all'Europa

di ANTONIO TAJANI

Caro direttore, la mia prima lezione di filosofia del diritto iniziò con una domanda del professore: «Perché i palazzi di giustizia sono stati sempre costruiti vicino ai fiumi?». Naturalmente nessuno lo sapeva. Ci fu spiegato che giustizia e diritto restano, l'applicazione delle norme – come l'acqua che scorre – muta e si adatta all'evolvere di tempi e circostanze
Ho ripensato a questa metafora leggendo il bell'editoriale del professor Sartori pubblicato ieri dal Corriere, dove si paragona l'Europa a un animale senza difese. Credo valga la pena di riflettere sull'attuale applicazione delle nostre politiche. L'Europa ha gli strumenti per navigare nelle acque agitate della globalizzazione. Abbiamo un'Unione monetaria e siamo il primo mercato al mondo, con poteri esclusivi sulla politica commerciale. Ma ci manca ancora unità d'intenti, per cui talvolta gli Stati Ue si dividono in guerriglie di difesa d'interessi nazionali di corto respiro, finendo per indebolire la nostra posizione globale. E vi è una tendenza a eccessi di rigidità nell'applicazione di regole e principi. L'eliminazione delle barriere economiche, la concorrenza, l'euro, sono stati essenziali per creare un mercato integrato e prosperità. Ma l'obiettivo di oggi non può essere il solo funzionamento del mercato di per sé o il rispetto formale di parametri sui conti. Occorrono anche reali dividendi in termini di crescita e occupazione. In altri termini, liberismo e conti virtuosi devono essere al servizio dell'economia sociale di mercato, come testualmente indicato dal Trattato di Lisbona.
Più che proteggerci o rinchiuderci in noi stessi, dunque, dobbiamo avere una politica pragmatica e intelligente, che punti a uscire dalla crisi. Non si tratta di ridiscutere o rinnegare teorie o modelli economici sui benefici della disciplina di bilancio, della concorrenza o dell'apertura dei mercati. Ma nel mezzo della più grave crisi dal dopoguerra non possiamo continuare ad agire per dogmi, applicando in maniera statica norme che in realtà prevedono, esse stesse, margini interpretativi e di flessibilità. Come se l'Europa avesse paura della discrezionalità necessaria alla politica. Ad esempio, un'interpretazione meno rigida del Patto di Stabilità consentirebbe a molti Stati di pagare puntualmente le imprese, saldando i 18o miliardi (90 solo in Italia) di debiti arretrati. E faciliterebbe la spesa dei fondi regionali Ue, con più infrastrutture e innovazione industriale, essenziali per la crescita quanto il rigore. Per consentire alle imprese europee di competere con i giganti mondiali serve un'applicazione delle norme di concorrenza che tenga conto della nuova dimensione globale dei mercati. Ben vengano gli investimenti in Europa. A condizione che questi non puntino solo ad acquisire a buon mercato preziose tecnologie per poi andare a produrre altrove. Un migliore accesso ai mercati internazionali, specie ora che la domanda interna è debole e il 70% della nuova crescita avviene nei Paesi emergenti, è essenziale. Ma il libero scambio va perseguito senza ingenuità, tenendo anche conto delle differenze di standard sociali, ambientali o di sicurezza. Va garantita parità di accesso ai mercati a condizioni analoghe, senza chiedere alla nostra industria di giocare 11 contro 11 a Bruxelles e 9 contro 13 all'estero. Così come non si può continuare a caricare di oneri burocratici e normativi, talvolta francamente non indispensabili, le nostre imprese limitandole nella competizione globale. In sintesi, l'Europa deve rimettere al centro dell'agenda l'economia reale, l'industria, le imprese, senza le quali non si può uscire dalla crisi. Il 10 ottobre abbiamo approvato una strategia per invertire il declino industriale, con l'obiettivo di passare dall'attuale 15,6% di Pil legato all'industria al 20% entro il 2020. Per questo ci siamo impegnati ad attuare le politiche di concorrenza, commercio, bilancio, ambiente, energia o ricerca in modo coerente con questo obiettivo. La crisi deve essere un'occasione per cambiare, costruire una nuova Europa più forte, con un vero governo dell'economia, un bilancio adeguato, una banca centrale che assomigli alla Federal Reserve, regole di Basilea III non punitive per le Pmi, un'unione bancaria che favorisca l'accesso al credito ed eviti che siano cittadini e imprese a dover pagare il conto degli eccessi della finanza. Un'Unione politica, in grado di promuovere i nostri interessi nel mondo globale.

(Dal "Corriere della Sera", 21/12/2012)




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