Luigi Berlinguer e Jo Ritzen: viva il tutto e solo inglese, Claudio Mutti: inglese lingua dell’imperialismo statunitense

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Quel vuoto (in inglese) da colmare

Luigi Berlinguer e Jo Ritzen

L’Italia ha un grandioso passato. Non c’è motivo alcuno per non aspettarsi un futuro di piena occupazione o quasi per i cittadini italiani, modalità di produzione e consumo più sostenibili, così che anche i nostri figli e i nostri nipoti possano godere dei privilegi di una bella vita. Non c’è neppure motivo di escludere in futuro una minore disparità di reddito, così che tutti abbiano un giusto incentivo per impegnarsi a fondo nella società, sapendo che gli utili saranno divisi equamente. Non ci si deve disperare pensando che i bei tempi sono ormai finiti e che l’Italia – come la maggior parte dell’Europa – stia lentamente ma inesorabilmente perdendo il vantaggio della propria competitività nel mondo e debba di conseguenza rinunciare al proprio benessere perché non se lo può più permettere. 
Tuttavia, nulla avviene senza impegno. Ritrovare la piena occupazione e arrivare a una crescita sostenibile impone di cambiare e avrà un prezzo per coloro che non saranno disposti a farlo. Il cambiamento è sempre stato una componente essenziale del progresso umano. I cambiamenti ai quali assistiamo nell’arco della nostra vita sono sempre più rilevanti per ogni nuova generazione. I sottoscritti sono due uomini anziani che hanno visto nel corso delle loro vite più cambiamenti di quanti ne avessero visti i loro genitori, e sono convinti che i loro figli ne vedranno ancora più di loro. Il cambiamento più grande avvenuto nel corso della nostra vita è la globalizzazione, accompagnata dalla confluenza nel benessere, con modalità che non ha precedenti, sia di coloro che vivono nelle economie emergenti (la metà della popolazione terrestre), sia di coloro che vivono nel mondo ricco (circa un quinto della popolazione terrestre). Il cambiamento non deve essere una minaccia: è un’occasione per creare un mondo migliore. 
Ciò nonostante, l’Europa si ritrova in crisi. Il processo di unificazione in Europa di paesi più ricchi e più poveri si è arrestato. Nei vari paesi il welfare state sta subendo pesanti attacchi a causa delle restrizioni imposte ai bilanci dai bassi tassi della crescita economica e dai limiti dell’imposizione fiscale. Il welfare state della fine del XX secolo rischia di diventare insostenibile. 
I paesi europei, ciascuno per conto proprio e tutti insieme nell’Unione europea, devono riflettere su come emergere dalla crisi, raggiungendo un’occupazione quanto più piena possibile, maggiore sostenibilità e una struttura sociale dignitosa. La chiave per ottenere tutto questo è recuperare la competitività europea nel mondo. Quando comprano beni di consumo (o automobili), i nostri cittadini (e gli imprenditori) vogliono semplicemente trovare il migliore compromesso possibile tra prezzo e qualità. Sceglieranno i prodotti della qualità migliore che costano meno. 
Le università impegnate nella ricerca posseggono la chiave giusta per ripristinare la competitività. Sono il posto giusto nel quale studiano i futuri imprenditori dell’hi-tech che faranno la differenza nello sviluppo di nuove modalità di produzione più sostenibili e con un vantaggio competitivo. Le università impegnate nella ricerca sono i luoghi deputati a buona parte della ricerca che si fa nelle nostre società. Gli studenti hanno il diritto di essere ben preparati per la società del futuro, così da poter sviluppare al meglio i loro talenti. 
Entrambi i sottoscritti hanno fatto esperienza come ministri dell’Istruzione e della Ricerca. Il primo nei Paesi Bassi, dove ha incoraggiato le università a impartire un numero maggiore di corsi in lingua inglese già nel 1989 (!), l’altro in Italia. Quando io, Ritzen, ho suggerito di insegnare di più in lingua inglese ho scatenato forti reazioni: intendevo forse abbandonare la lingua olandese? Ad aiutarmi è stata la mia stessa esperienza. Ho studiato ingegneria fisica all’Università tecnologica di Delft e in pratica tutti i miei compagni di corso che si laurearono con me nel 1969 hanno trovato posti di lavoro in aziende internazionali, ma tutti in un primo tempo hanno incontrato difficoltà per l’incapacità di parlare quella lingua franca che oggi è l’inglese. Le università olandesi sono radicalmente cambiate e ormai impartiscono gli insegnamenti di molte delle materie dei corsi di laurea specialistica in inglese, contribuendo moltissimo alle possibilità degli studenti di essere assunti all’estero e nel loro paese una volta ultimato il master. Sempre più studenti stranieri accorrono a studiare nei Paesi Bassi (alcuni dei migliori qui sono di nazionalità italiana), perché l’ostacolo della lingua è superabile e oltretutto offre ulteriori competenze molto richieste dal mercato del lavoro. L’Università di Maastricht si è trasformata in un ateneo dove si parla esclusivamente in lingua inglese. E nel frattempo nessuno può dubitare del fatto che l’olandese è una lingua forte come non mai. Ci sono più traduzioni della letteratura olandese nelle lingue straniere (e ciò vale per esempio per i paesi monolingue come la Germania o la Francia). La letteratura olandese è in piena espansione. 
In Italia la decisione di impartire corsi di insegnamento in lingua inglese è stata presa molto più tardi rispetto ad altri paesi europei, ma oggi assistiamo ad alcuni progressi notevoli, tanto che ormai sono molte le università che offrono corsi di vari livelli: le iniziative dell’Università tecnologica di Milano, dove si impartiscono in lingua inglese gli insegnamenti dei corsi delle lauree specialistiche, è un segnale molto positivo del fatto che anche le università italiane stanno rispondendo alle richieste degli studenti di ricevere la migliore istruzione possibile. Vogliamo congratularci con quelle università che hanno osato cambiare, affrontando naturalmente anche tutte le difficoltà che il cambiamento implica, ma così pure la ricompensa della promessa di un futuro migliore. 
(Da ilsole24ore.com, 6/10/2013).

IL RUOLO IMPERIALISTA DELL’INGLESE

Una delle letali conseguenze dell’invasione angloamericana (con la complicità comunista) che portò alla sconfitta dell’Europa nel 1945 è certamente il predominio dell’inglese su tutte le altre lingue. Una economia (ed una finanza), quella inglese, destinata a diventare marginale se non ci avessero invaso e colonizzato, controlla, per conto di Usa ed Israele, l’Europa anche grazie all’inglese. Ce lo spiega, nell’articolo di Eurasia, Claudio Mutti.

Roma La lingua dell’imperialismo statunitense di Claudio Mutti.

“In tutta la prima metà del Novecento, la lingua straniera più conosciuta nell’Europa continentale era il francese. Per quanto riguarda in particolare l’Italia, “solo nel 1918 vennero istituite cattedre universitarie di inglese ed alla stessa data risale la fondazione dell’Istituto britannico di Firenze, che, con la sua biblioteca e i suoi corsi linguistici, divenne ben presto il centro più importante di diffusione appunto della lingua inglese a livello universitario”.
Alla Conferenza di pace dell’anno successivo gli Stati Uniti, che si erano ormai introdotti nello spazio europeo, imposero per la prima volta l’inglese – accanto al francese – quale lingua diplomatica. Ma a determinare il decisivo sorpasso del francese da parte dell’inglese fu l’esito della seconda guerra mondiale, che comportò la penetrazione della “cultura” angloamericana in tutta l’Europa occidentale.
Dell’importanza rivestita dal fattore linguistico in una strategia di dominio politico non era d’altronde inconsapevole lo stesso Sir Winston Churchill, che il 6 settembre 1943 dichiarò esplicitamente: “Il potere di dominare la lingua di un popolo offre guadagni di gran lunga superiori che non togliergli province e territori o schiacciarlo con lo sfruttamento. Gl’imperi del futuro sono quelli della mente”.
Con la caduta dell’Unione Sovietica, nell’Europa centro-orientale “liberata” l’inglese non solo ha scalzato il russo, ma ha anche soppiantato in larga misura il tedesco, il francese e l’italiano, che prima vi avevano un’ampia circolazione. D’altronde, l’egemonia dell’inglese nella comunicazione internazionale si è ulteriormente consolidata nella fase più intensa della globalizzazione.
Così i teorici angloamericani del mondo globalizzato hanno potuto elaborare, basandosi sul peso geopolitico esercitato dalla lingua inglese, il concetto di “Anglosfera”, definito dal giornalista Andrew Sullivan come “l’idea di un gruppo di paesi in espansione che condividono principi fondamentali: l’individualismo, la supremazia della legge, il rispetto dei contratti e degli accordi e il riconoscimento della libertà come valore politico e culturale primario”.
(…) È vero che l’importanza di una lingua dipende – spesso ma non sempre – dalla potenza politica, militare ed economica del paese che la parla; è vero che sono le sconfitte geopolitiche a comportare quelle linguistiche; è vero che “l’inglese avanza a detrimento del francese perché gli Stati Uniti attualmente restano più potenti di quanto non lo siano i paesi europei, i quali accettano che sia consacrata come lingua internazionale una lingua che non appartiene a nessun paese dell’Europa continentale”.
Tuttavia esiste anche una verità complementare: la diffusione internazionale di una lingua, contribuendo ad aumentare il prestigio del paese corrispondente, ne aumenta l’influenza culturale ed eventualmente quella politica (un concetto, questo, che pochi riescono ad esprimere senza fare ricorso all’anglicismo soft power); a maggior ragione, il predominio di una lingua nella comunicazione internazionale conferisce un potere egemone al più potente fra i paesi che la parlano come lingua madre.
Per quanto concerne l’attuale diffusione dell’inglese, “lingua della rete, della diplomazia, della guerra, delle transazioni finanziarie e dell’innovazione tecnologica, non vi è dubbio: questo stato di cose regala ai popoli di lingua inglese un incomparabile vantaggio e a tutti gli altri un considerevole svantaggio”. Come spiega meno diplomaticamente il generale von Lohausen, il vantaggio che gli Stati Uniti hanno ricavato dall’anglofonia “è stato uguale per i loro commercianti e per i loro tecnici, per i loro scienziati e i loro scrittori, i loro uomini politici e i loro diplomatici.
Più l’inglese è parlato nel mondo, più l’America può avvantaggiarsi della forza creativa straniera, attirando a sé, senza incontrare ostacoli, le idee, gli scritti, le invenzioni altrui. Coloro la cui lingua materna è universale, posseggono un’evidente superiorità. Il finanziamento accordato all’espansione di questa lingua ritorna centuplicato alla sua fonte”.”
Da La geopolitica delle lingue, di Claudio Mutti, editoriale di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, n. XXXI (3-2013).
(Da viaroma100.net, 6/10/2013).

 




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