L’UE TROPPO LONTANA DAI CITTADINI

Posted on in Europa e oltre 16 vedi

Intervista / Il commissario Pascal Lamy
«QUESTA UE È TROPPO LONTANA DAI CITTADINI»

BRUXELLES- Da capo di gabinetto di Jacques Delors, allora presidente della Commissione europea, è stato il regista occulto ed efficace della nascita del mercato unico prima e poi del progetto euro. Oggi che è commissario e negoziatore commerciale dell'Unione, Pascal Lamy non ha perso la passione per l'Europa. Per questo, in questa vigilia di allargamento, la critica senza pietà. «Se non ci fosse, il progetto europeo bisognerebbe inventarlo nel mondo delle sfide globali» dice in questa intervista al “Sole 24 Ore”.
«Ma la questione è un'altra: il progetto oggi si trova solo in panne temporanea o in crisi definitiva? Domanda da mille euro cui è difficile rispondere». L'Europa è impopolare perché non risponde ai bisogni attuali della gente, non sa comunicare, non sa bene dove andare, è impreparata al nuovo allargamento. L'unico che ha le idee chiare è Tony Blair ma la sua però è un'altra Europa… Denunce al vetriolo, parole controcorrente di un europeista convinto che non ha paure di dire cose “non politically corret”.
Lei ha appena pubblicato un nuovo libro, intitolato “Democrazia-mondo” dove propone il modello europeo come laboratorio della governance democratica mondiale…
Sì, perché quella europea è l'unica esperienza che finora abbia affrontato il problema.
Sarà anche proponibile sul piano teorico. Su quello pratico si direbbe molto meno guardando un'Europa che, dopo la caduta del Muro, è andata in confusione, si allarga senza sapere bene dove andare, conta sempre meno sulla scena globale e, soprattutto, sta diventando impopolare tra i suoi cittadini. O no?
Più che la caduta del Muro il problema è la perdita di consensi.
Perché secondo lei?
Perché l'Europa non dà risposte ai problemi attuali della gente. È una questione di domanda e di offerta. Oggi la domanda è diversa dal passato, è marcata dall'ansia, da paure derivate in parte dalle svolte degli anni 80 quando in Europa la percezione del futuro è cambiata: i genitori hanno cominciato a temere che il mondo dei loro figli non sarebbe stato migliore.
Come mai?
Per diversi motivi, compresa la caduta del comunismo come utopia. D'altra parte dal lato dell'offerta oggi l'Europa si occupa di molte più cose di prima, è molto più presente, le si chiede sempre di più. Appena una petroliera si schianta o ci sono gli attentati di Madrid immediatamente la gente si chiede che cosa fa l’Europa.
O che cosa non fa o non ha fatto, come in Irak. Quindi l'Europa non ha perso il contatto con i cittadini.
Allora perché perde consensi?
Perché non risolve le loro paure. L'Europa economica che doveva creare crescita forte e battere la disoccupazione di fatto non c'è. L'euro, che pure è un ottima cosa, oggi provoca perplessità e ripensamenti. Sul terrorismo l'Europa non ha portato granché. Sul Medio Oriente non incide. La politica che dà risultati è essenziale per legittimare il progetto e a chi lo persegue. Ma i risultati non ci sono.
Non sarà invece che il modello europeo ha fatto il suo tempo in un mondo che nel frattempo è profondamente cambiato, in un'Europa dove le scelte appaiono sempre più il frutto degli opportunismi istantanei?
Il motore ideologico delle origini va cambiato, non c'è dubbio. Però oggi l'Europa resta più necessaria che mai. Se non fosse stata inventata negli anni 50 bisognerebbe farlo adesso. Perché le sfide globali o le affrontiamo come europei e il mondo potrà essere un po' migliore o non lo facciamo e sara peggiore.
Sì, ma nel frattempo?
Il progetto resta valido nel suo concetto di base, che è quello dell'unione che fa la forza, ma va rigenerato.
Questa Europa in confusione e in crisi di identità intanto apre le porte a un nuovo allargamento
Una grossa sfida perché è stato mal spiegato e comunicato in modo pessimo. E si trova di fronte un'Unione che non si è per niente preparata ad accoglierlo.
Ha senso allora che, alla vigilia dell'allargamento, a negoziati aperti sulla Costituzione europea, Francia, Germania e Gran Bretagna puntino apertamente sul direttorio? O che ora Schröder ne auspichi un altro tra Germania, Francia e Spagna di Zapatero?
No, certo non è il messaggio giusto. Però il direttorio è una figura con la quale l'Europa ha convissuto fin dal principio.
Ma nell'ambito di certe regole
La tentazione del direttorio c'è sempre stata ma era controbilanciata da altri elementi. Era evidente che la legge del numero avrebbe fatto rinascere il desiderio del direttorio tra i Grandi. Di diverso c'è che nel frattempo la Germania ha cambiato campo: avrebbe potuto giocare al direttorio negli anni 60 ma si è sempre rifiutata. I piccoli Paesi comunque non l'accetteranno. L'essenza del modello europeo è non egemonica, il direttorio è egemonia. Quindi il modello non ha alternative.
Però non funziona…
No, funziona.
Come? Mettendoci un'eternità a decidere quando intorno il mondo cambia rapidissimamente?
Nella storia europea tra il 1972 e il 1984 non è successo granché. Abbiamo già attraversato periodi simili all'attuale, solo che eravamo 10, non 15 e neanche 25. Ci sono già stati problemi e ne siamo usciti a poco a poco.
Questo è il punto: nel nuovo scenario mondiale ha ancora un senso l'Europa dei piccoli passi?
Si, perché il livello di acclimatazione politica necessario alla sovranazionalità è molto alto. È complicato passare dall'eredità dello Stato-nazione a qualcosa di diverso.
Andiamo al sodo. Economia: dovunque la ripresa è ripartita alla grande, in Europa resta piccola. Sicurezza e difesa: tanto bla-bla e cinque anni dopo ci ritroviamo all'accordo Nato di Washington del '99, all'ombrello americano che va benissimo ma forse non sarebbe bene avere il coraggio di ammetterlo. Terrorismo: dopo l'11 settembre prima e poi dopo l'11 marzo vertici straordinari, decisionismo e proclami. Poi quasi nulla. Il mondo cambia, la Cina irrompe sulla scena, noi no. Si può ancora credere in questa Europa?
Siamo in una fase di panne in cui ci muoviamo lentamente. Domanda da mille euro: è solo una panne o è una crisi definitiva? Siccome sono un pragmatico ritengo che ci siano delle cose da fare per ridare un senso di direzione e nuove priorità al progetto. L'allargamento è una buona leva per farlo oggi che la storia torna a bussare alle porte dell'Europa.
Per tornare a dividerla dopo la riunificazione? Per i Paesi dell'Est la priorità n°1 si chiama sicurezza cioè Nato, cioè Stati Uniti. L'Europa arriva dopo ed è difesa di macro e micro interessi particolari dovunque…
Il problema dell'Europa è che il suo demos sono gli Sati membri. L'Europa è il Governo degli Stati per gli Stati e attraverso gli Stati, come ha detto qualcuno. Però Kohl, Mitterrand, Gonzalez e Andreotti a un certo punto sono stati capaci di guardare più lontano. Non è sempre stato così, nemmeno in passato.
Tra i quattro c'era uno che aveva un'idea, Kohl. Oggi chi ha un'idea?
Tony Blair.
Certo ma allora è un'altra storia europea….
Infatti.
Condivide quindi il timore di una spaccatura, visto che Blair oggi non solo ha un'idea ma ha anche la maggioranza in Europa in termini di numero degli Stati membri?
È vero. Anche se credo che i Paesi dell'allargamento, oggi molto attaccati alla sovranità
recuperata, in futuro, non so quando, arriveranno alla stessa constatazione: se facciamo le cose insieme conteremo, se no no.
“ Il progetto di fondo è giusto, però ora è in panne. L’espansione è stata mal preparata e mal spiegata…
L’unico che mostra di avere le idee chiare è Blair, anche se vuole andare in una direzione diversa…”

IL SOLE 24 ORE, 01-05-2004, P.3






[addsig]



0 Commenti

Ancora non ci sono commenti
Lasciane uno tu per primo!
You need or account to post comment.