L’UE nell’occhio del ciclone

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Il 2013 si è aperto all’insegna dell’ottimismo eurocratico. Il presidente Barroso annuncia che la crisi è in corso di superamento, Mario Draghi annuncia che non serve altro stimolo, l’euro e le Borse volano, gli spread tra i titoli di Stato dei diversi Paesi si contraggono. Nessuno sembra prestare attenzione all’economia reale, che rallenta in Europa settentrionale e va di male in peggio sulle rive del Mediterraneo. Una nuova serie di programmi d’espansione monetaria da parte di governi e banche centrali, che fanno a gara a prendere impegni illimitati per sostenere l’economia in futuro, sembra dar fiducia ai mercati. Questa fiducia fa sì che la Banca centrale europea possa non intervenire. Il suo bilancio addirittura si contrae, perché il mancato tracollo in Europa meridionale riporta un po’ di capitali nei Paesi deboli, che beneficiano quindi di differenziali d’interesse minori rispetto ai paesi più forti. Anche la Banca nazionale svizzera è riuscita a ridurre un po’ le sue riserve, perché la domanda di franchi come bene rifugio si è attenuata in questa fase di calma apparente. Le preoccupazioni per la nascente bolla immobiliare scalfiscono appena il compiacimento per il riuscito ancoraggio del franco all’euro, che funziona da oltre un anno. Da terre lontane giunge qualche flebile monito a evitare incipienti guerre valutarie, ma nessun politico svizzero è pronto ad approfittare della relativa forza dell’euro per annunciare la vittoria e cambiare politica. Il motivo fondamentale che condurrà presto alla fine di questa tregua sui mercati è l’insipienza dei politici europei. Confrontati con un’architettura monetaria instabile, che per il suo consolidamento richiede l’integrazione politica o il dissolvimento dell’unione monetaria, preferiscono nascondere la testa nella sabbia. I Paesi forti vantano crediti difficilmente esigibili nei confronti della Banca centrale europea, che presta i loro soldi alle banche dei Paesi deboli al tasso dell’un per cento, consentendo lucrosi investimenti bancari nei titoli di stato di questi Paesi. La bulimia di questi Stati, che a questi tassi d’interesse non hanno incentivi a ridurre la loro spesa pubblica, allontana le riforme necessarie e blocca le loro economie. I politici reagiscono alle difficoltà conseguenti, specie la disoccupazione, rifugiandosi nel populismo: al diavolo i ricchi, basta con gli eccessi del liberismo e frasi simili risuonano sovente in Paesi soffocati da burocrazie degne della vecchia Unione Sovietica. Perfino un politico navigato come il lussemburghese Juncker, davanti all’aumento della disoccupazione, invoca un salario minimo europeo. Purtroppo dimentica di fissarne il livello: i quattromila franchi dei quali si discute in Svizzera o i quattrocento franchi più comuni in Sud Europa? Forse potremmo scegliere un livello intermedio e deportare la popolazione dei Paesi che non riescono a sopravvivere con le nuove regole. Se fosse sprovvedutezza, farebbe sorridere, se non ricordassimo un’altra recente frase famosa dello stesso Juncker: i politici sanno esattamente cosa fare, ma non sanno come farsi rieleggere la prossima volta, se lo fanno. Sfortunatamente queste ipocrisie, che sono molto diffuse nel nostro continente, non producono risultati utili e non consentono di guardare con fiducia al futuro.

Da: http://www.cdt.ch/ 14/01/2013




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