L’ossessione dell’inglese

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TALK E VISION

L’OSSESSIONE DELL’INGLESE

di Filippo Ceccarelli

TALK è conversazione, discussione, discorso. Però è anche chiacchiera, nel senso di vana chiacchiera: “it is all talk – si legge nei vocabolari – and we want facts”. E il fatto, appunto, che questo “talk” sia anche “big” rende ancora più temeraria la sfida all’inesorabile ambiguità dell’inglese, che per gran parte della sinistra italiana, oltretutto, è stata a lungo “la lingua dell’impero”. E poi, recentemente, la lingua innalzata da Berlusconi sui manifesti 6 per 3 per il programma delle “3 I” (Istruzione, Internet, Inglese).

Come cambiano le cose, pure con la dovuta smoderatezza. Bene: nessun’altra pubblica entità appare oggi più pervicacemente anglo-maniaca del centrosinistra.

Non solo perché al Big Talk di Milano, seconda convention della Margherita, si parla di “baby-bond”, “welfare”, “no-tax” ed “election-day”, espressioni ormai comuni a qualsiasi schieramento, ma soprattutto per la sistematica, automatica e sintomatica naturalezza con cui sembra preferire l’inglese all’italiano. Con il che, per restare agli ultimi mesi, Enrico Letta inaugura un “workshop”a Cernobbio, l’organizzatore della campagna elettorale dell’Ulivo Rovati si definisce “general contractor” e tra gli slogan dei prodiani alle primarie si segnala: “Mr President I Support”.

E dunque. Se il linguaggio è lo specchio dell’anima, o comunque rivela un’identità oltre la sua stessa accortezza strategica e comunicativa, restano abbastanza misteriosi i motivi di questo contagio, o di questa deriva.

Forse è davvero arrivata la globalizzazione; forse è per darsi una tinta di astuto cosmopolitismo; forse si tratta di riempire il vuoto delle antiche culture politiche con il solito pieno di pubblicità e di televisione (spot, brand, target, format, serial, talk-show); forse dipende addirittura dalla facilità e dal successo con cui passano nel discorso pubblico espressioni altrimenti destinate al più rapido oblio: vedi l’ispirato “I Care” di Veltroni, o il minaccioso e vendicativo “competition is competition” del Prodi disarcionato da Palazzo Chigi; o forse è perché l’inglese è vivo, mentre l’italiano lo è molto meno.

Fatto sta che con ardore da neofiti, e quindi talvolta anche un po’ buffo e maldestro, in ogni caso sempre più spesso gli uomini del centrosinistra imboccano di corsa la scorciatoia anglomane.

Così gli omosessuali ds fondano l’associazione “Gay left”, la vecchia scuola quadri dell’ex Pci viene ribattezzata in estate “Summer school”, la sinistra giovanile di Bologna allestisce un “Prodi day”, al Festival nazionale dell’Unità organizzano un “Global Progressive Forum”, i gruppi parlamentari si pongono il problema dello “speaker” unico. E quando Fassino e il professor Maffettone danno vita a una (benemerita) associazione per i diritti, per quanto “Umanità” sia una bellissima parola italiana, e l’Umanitaria” una gloriosa istituzione milanese, beh, a loro pare naturale chiamarla “Humanity”. Dopo la “mission”, d’altra parte, il sindaco di Roma invoca una “vision”; e D’Alema la “governance”.

Ora, la politica, è vero, vive di novità. Ma è pure vero che una buona politica sa anche riconoscere quel che di buono c’è già.

(Da La Repubblica, 27/11/2005).

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1 Commenti

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

TALK E VISION<br /><br />
L’OSSESSIONE DELL’INGLESE<br /><br />
di Filippo Ceccarelli<br /><br />
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TALK è conversazione, discussione, discorso. Però è anche chiacchiera, nel senso di vana chiacchiera: “it is all talk – si legge nei vocabolari – and we want facts”. E il fatto, appunto, che questo “talk” sia anche “big” rende ancora più temeraria la sfida all’inesorabile ambiguità dell’inglese, che per gran parte della sinistra italiana, oltretutto, è stata a lungo “la lingua dell’impero”. E poi, recentemente, la lingua innalzata da Berlusconi sui manifesti 6 per 3 per il programma delle “3 I” (Istruzione, Internet, Inglese).<br /><br />
Come cambiano le cose, pure con la dovuta smoderatezza. Bene: nessun’altra pubblica entità appare oggi più pervicacemente anglo-maniaca del centrosinistra.<br /><br />
Non solo perché al Big Talk di Milano, seconda convention della Margherita, si parla di “baby-bond”, “welfare”, “no-tax” ed “election-day”, espressioni ormai comuni a qualsiasi schieramento, ma soprattutto per la sistematica, automatica e sintomatica naturalezza con cui sembra preferire l’inglese all’italiano. Con il che, per restare agli ultimi mesi, Enrico Letta inaugura un “workshop”a Cernobbio, l’organizzatore della campagna elettorale dell’Ulivo Rovati si definisce “general contractor” e tra gli slogan dei prodiani alle primarie si segnala: “Mr President I Support”.<br /><br />
E dunque. Se il linguaggio è lo specchio dell’anima, o comunque rivela un’identità oltre la sua stessa accortezza strategica e comunicativa, restano abbastanza misteriosi i motivi di questo contagio, o di questa deriva.<br /><br />
Forse è davvero arrivata la globalizzazione; forse è per darsi una tinta di astuto cosmopolitismo; forse si tratta di riempire il vuoto delle antiche culture politiche con il solito pieno di pubblicità e di televisione (spot, brand, target, format, serial, talk-show); forse dipende addirittura dalla facilità e dal successo con cui passano nel discorso pubblico espressioni altrimenti destinate al più rapido oblio: vedi l’ispirato “I Care” di Veltroni, o il minaccioso e vendicativo “competition is competition” del Prodi disarcionato da Palazzo Chigi; o forse è perché l’inglese è vivo, mentre l’italiano lo è molto meno.<br /><br />
Fatto sta che con ardore da neofiti, e quindi talvolta anche un po’ buffo e maldestro, in ogni caso sempre più spesso gli uomini del centrosinistra imboccano di corsa la scorciatoia anglomane.<br /><br />
Così gli omosessuali ds fondano l’associazione “Gay left”, la vecchia scuola quadri dell’ex Pci viene ribattezzata in estate “Summer school”, la sinistra giovanile di Bologna allestisce un “Prodi day”, al Festival nazionale dell’Unità organizzano un “Global Progressive Forum”, i gruppi parlamentari si pongono il problema dello “speaker” unico. E quando Fassino e il professor Maffettone danno vita a una (benemerita) associazione per i diritti, per quanto “Umanità” sia una bellissima parola italiana, e l’Umanitaria” una gloriosa istituzione milanese, beh, a loro pare naturale chiamarla “Humanity”. Dopo la “mission”, d’altra parte, il sindaco di Roma invoca una “vision”; e D’Alema la “governance”.<br /><br />
Ora, la politica, è vero, vive di novità. Ma è pure vero che una buona politica sa anche riconoscere quel che di buono c’è già.<br /><br />
(Da La Repubblica, 27/11/2005).<br /><br />
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