L’orgoglio del Parlamento

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la Repubblica, 27 ottobre 2004

L'ORGOGLIO DEL PARLAMENTO


DAL NOSTRO INVIATO ANDREA BONANNIBRUXELLES

– Alla fine i rinforzi promessi dalle capitali non sono arrivati. E così, dopo una giornata convulsa di telefonate con Roma, Londra e Berlino al povero Barroso, presidente designato della Commissione, non è rimasto che sperare in un miracolo che oggi gli consenta di ottenere la fiducia da parte del Parlamento europeo. «Non ho margine di manovra», ha riconosciuto ieri sera di fronte ai liberali, nel disperato tentativo di convincerli. Con scarso successo: due terzi del gruppo hanno annunciato che voteranno contro. Anche i socialisti sono irremovibili, nonostante le pressioni del Cancelliere Schroeder sugli eurodeputati tedeschi e di Tony Blair sui laburisti britannici. «Se non cambia qualcosa nella notte, domani la Commissione sarà battuta», ha pronosticato Graham Watson, capo del gruppo liberale. Quello che potrebbe cambiare il quadro della situazione sono, naturalmente, le dimissioni di Rocco Buttiglione. Il ministro di Berlusconi è divenuto la pietra dello scandalo. Un po' per le sue maldestre dichiarazioni su donne e omosessuali durante le audizioni parlamentari; molto per le ancor più maldestre dichiarazioni successive in cui si definiva vittima di una improbabile inquisizione anticristiana; moltissimo per la sua ostinazione nel voler restare al proprio posto creando un enorme problema alla commissione Barroso che lo deve tenere, al Ppe che lo deve difendere in Parlamento, e al governo italiano che deve giustificare la sua designazione.Venerdì prossimo Berlusconi riceverà i capi di governo europei in Campidoglio per la firma solenne della Costituzione europea. Avrebbe dovuto essere l'occasione, fortissimamente voluta dal presidente del Consiglio, per celebrare la centralità anche solo formale dell'Italia in Europa. Rischia invece di trasformarsi in un drammatico e imbarazzante consulto di emergenza al capezzale di una Commissione bocciata dai «turisti della democrazia», come Berlusconi ha definito gli europarlamentari durante la sua ormai celebre visita a Strasburgo. Ma la crisi che si è innestata in queste ore va ormai ben al di là del caso Buttiglione e mette in gioco poteri e competenze delle tre istituzionicomunitarie. Dopo l'esperienza di Romano Prodi, che contro venti e maree ha preteso di trattare da pari a pari con i governi dell'Unione, i leader europei avevano cercato, designando Barroso, un personaggio più malleabile e disponibile a riconoscere la loro autorità. La prova di forza era cominciata subito, con il presidente designato costretto ad accettare supinamente le nomine dei commissari notificategli dalle capitali, là dove Prodi aveva discusso preventivamente (e cambiato) più di un nome della sua squadra. Barroso, per esempio, avrebbe voluto la riconferma di Mario Monti, e lo aveva dichiarato pubblicamente. Ma ha dovuto accontentarsi di Buttiglione quando Berlusconi ha cambiato idea. E i governi sono rimasti inflessibili anche ai primi cenni di crisi. Quando, sia pure in ritardo, Barroso ha cominciato a intravedere la possibilità di uno scontro in Parlamento ed ha cercato di capire quali margini avesse per cambiare qualche nome o almeno modificare la distribuzione degli incarichi, si è scontrato con una serie di veti. Roma teneva duro su Buttiglione. Gli olandesi non volevano sentir parlare di un nuovo portafoglio per la Kroes. Copenhagen faceva quadrato attorno alla Fischer-Boel. Blair e Schroeder avevano incoraggiato il presidente designato a tenere duro, promettendogli i voti dei socialisti inglesi e tedeschi. «Conto su 363 voti», aveva dichiarato soddisfatto Barroso all'uscita da un incontro con il Cancelliere a Berlino. In fondo i socialisti britannici, tedeschi e spagnoli lo avevano già appoggiato a luglio anteponendo, come sempre finora, la fedeltà nazionale alla disciplina di partito. E così il presidente designato è andato sorridendo al massacro. Ha fatto la voce grossa con il Parlamento, si è dimostrato irremovibile, ha difeso la poltrona di Buttiglione e di tutti gli altri commissari contestati. Ha rovesciato sugli eurodeputati la responsabilità di innescare una crisi che egli per primo stava preparando ignorando il responso delle Commissioni parlamentari. Ancora ieri mattina, in aula, inalberava il sorriso condiscendente di chi si sente sicuro della vittoria. Ma qualcosa è cambiato dietro le liturgie di un'Europa apparentemente immobile. Gli appelli dei governi sono caduti nel vuoto. Quelli dei commissari ai deputati della propria parte politica, anche. I parlamentari di questa nuova legislatura europea sembrano decisi a fare politica, rispondendo non alle proprie cancellerie ma ai propri elettori. Barroso e i suoi commissari si sono trovati ostaggi del Ppe e delle destre. E quando, troppo tardi, il presidente designato si è deciso ieri a richiamare Roma per chiedere a Berlusconi la testa di Buttiglione, si è scontrato con il veto emesso questa volta non da Palazzo Chigi ma dal Partito popolare, che non può più sottrarsi alla sfida politica lanciatagli dal centro sinistra. La prova di forza è fissata per oggi all'una. Ma comunque vada a finire, qualcosa nei rapporti di forza tra le istituzioni europee è cambiato per sempre.

Questo messaggio è stato modificato da: francesca.cammarano, 27 Ott 2004 – 04:31 [addsig]




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