L’occidente cerca la sua identità

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CROLLO URSS, EUROPA UNITA, IRAQ
L’Occidente in cerca di identità
25/10/2006
di Joschka Fischer

Come possiamo definire l'Occidente? Durante la guerra fredda l'America e i suoi alleati lo incarnavano, e l'Europa era divisa tra Est e Ovest per una ragione ideologica, non geografica.[…] L'Occidente era basato su una cultura, le istituzioni democratiche, lo Stato di diritto, le libertà individuali. Un sistema di valori lo definiva, e questo era vero ancora di più per la Germania, perché eravamo un paese diviso.[…] Il crollo dell'Unione Sovietica è stato il momento più brillante per quella alleanza e quella cultura che chiamavamo Occidente. Sembrava un periodo magnifico, ma stava anche emergendo un nuovo mondo con situazioni e problemi mai visti prima. La grande sfida per l'Europa, dopo la fine della guerra fredda, era la nuova unificazione. Il nostro continente aveva avviato questo processo dopo la Seconda Guerra Mondiale grazie a due idee lungimiranti: quella degli Stati Uniti, che decisero di rimanere per aiutare la ricostruzione; e quella di uomini illuminati come i francesi Schuman e Monet, ma anche l'italiano De Gasperi e il tedesco Adenauer, che volevano superare i vecchi interessi nazionalistici costruendo una casa comune. […] Negli Stati Uniti, quando è crollata l'Urss, la situazione era molto diversa. C'erano stati altri momenti unilaterali nella storia americana. In fondo, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, gli Usa si erano già trovati in una posizione unica. E' vero, c'era l'Urss, ma i soldati americani erano ovunque e l'economia a stelle e strisce dominava. Eppure quel periodo unilaterale fu anche uno dei momenti più alti per la politica estera di Washington: fu fondata l'Onu, nacquero le grandi alleanze come la Nato, e venne varato il Piano Marshall. Il secondo momento unilaterale, quello seguito al crollo dell'Urss, è stato più complicato. Gli Usa erano una grande potenza, l'Europa cercava di diventarlo, e tanti piccoli Stati le sfidavano, a cominciare dai Balcani. Quando scoppiò quella crisi, mi chiesi: dov'è l'Occidente? La Francia appoggiava i serbi, la Germania i croati e gli sloveni. Sembrava tornata la vecchia Europa, che non è quella irrisa dal ministro della Difesa americano Rumsfeld, ma quella spaccata dai nazionalismi. […] Gli Stati Uniti, da parte loro, si chiedevano che interesse avessero in quella crisi, e la risposta era nessuno. Però alla fine sono dovuti intervenire a salvare l'Europa, per la terza volta nello stesso secolo. La lezione dei Balcani è stata che non avremo pace nel nostro continente finché ci saranno due Europe: quella di Bruxelles e quella dei nazionalismi. Per questo l'allargamento dell'Unione resta una questione di pace o di guerra. Non è un'idea, ma un pratico interesse di stabilità. Eppure molti europei oggi sono ciechi, e lo rallentano. Gli Stati Uniti, invece, hanno appena vissuto un altro momento unilaterale. Dopo l'invasione del Kuwait, George Bush padre aveva creato una coalizione. Avrebbe potuto farne a meno, ma scelse di formare un'alleanza, e poi usare la potenza americana per raggiungere l'obiettivo prefissato. Era un esempio di come agire per cambiare in meglio le cose, ma non è stato più seguito. Dopo gli attentati dell'11 settembre […] tutto il mondo era con l'America in questa sfida comune, e tutti comprendevamo che lo status quo in Medio Oriente non era più accettabile. La Germania aveva concordato sulla necessità di andare in Afghanistan a rovesciare i talebani, e aveva fatto la sua parte. A quel punto si trattava di sfruttare la solidarietà mondiale verso gli Stati Uniti per creare una coalizione mondiale dell'intelligence e delle forze dell'ordine, allo scopo di combattere il terrorismo, e nello stesso tempo affrontare la questione mediorientale per arrivare a una pace fra israeliani e palestinesi, che forse sarebbe stata dolorosa da entrambe le parti, ma avrebbe avviato davvero la nascita di un nuovo Medio Oriente. La situazione, invece, è cambiata con l'Iraq. Noi tedeschi abbiamo avuto posizioni diverse dal principio e lo abbiamo detto, perché questo è il compito dei veri amici. Possedevamo le stesse informazioni di intelligence di Washington, e non capivamo le ragioni della guerra. Saddam era in gabbia. Se c'erano le armi, gli ispettori dell'Onu le avrebbero trovate, dato che noi li indirizzavamo. Perché fermare questo processo? Gli americani si rendevano conto che invadere Baghdad significava accollarsi la responsabilità dell'intero Medio Oriente? E come avrebbero tenuto insieme un Paese così complesso? Capivano che esportare la democrazia significava consegnare il Paese alla maggioranza sciita, e quindi dare all'Iran un'influenza che non aveva mai avuto prima? Ma la differenza, rispetto agli altri momenti unilaterali della storia recente americana, era che stavolta i neocon erano al potere. Le conseguenze, adesso, le scontiamo tutti.
La radice del problema del terrorismo islamico non è politica, ma culturale. E' il blocco della modernizzazione, dopo il fallimento del nazionalismo arabo. L'Europa deve fare attenzione a non complicare la situazione bloccando l'allargamento alla Turchia, perché così farebbe deragliare il suo processo secolare di ammodernamento. Se la allontaniamo, sarà spinta a coltivare il rapporto con la Russia e l'Iran, dove il sentimento anti-occidentale continua a crescere. Così rischiamo di riuscire nell'impossibile, cioè favorire un'alleanza tra Ankara, Mosca e Teheran.[…]
La sicurezza nel Ventunesimo secolo è un concetto che va ridefinito. Deve essere basata sullo sviluppo, sulle opportunità, su un sistema di valori simile a quello che definiva l'Occidente durante la guerra fredda, e anche sulle garanzie militari. Americani ed europei non possono risolvere questi problemi da soli: serve un nuovo consenso strategico nella relazione atlantica, per affrontare le nuove sfide. L'Europa dovrà proseguire l'allargamento, perché è lo strumento con cui può cambiare anche il «software» degli altri Paesi. Gli Stati Uniti dovranno tornare a riconoscere che la vera forza è basata anche sulla saggezza, la politica, e gli alti orizzonti morali.

La Stampa.

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