Lo sproloquio del colloquio

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Le critiche dei cacciatori di teste

Dal curriculum al colloquio Il candidato spesso inciampa sull’abc

di Iolanda Barera

Altro che fluent english, sistemi Sap o gestione della diversità. Il manager italiano incappa in «scogli» ben più elementari e insospettabili in sede di colloquio. A cominciare dal curriculum. Gli esperti non lasciano dubbi: la laurea non basta a garantirne una stesura adeguata. «Da un curriculum si dovrebbe riuscire a capire almeno chi l’ ha scritto, quanti anni ha, il suo percorso professionale e dove abita. Ma il 90% di quelli che noi riceviamo non è così intellegibile», sentenzia Francesca Contardi, managing director di Page personnel, gruppo Michael Page. Non solo: il «senior nazionale» incespica anche rovinosamente sul colloquio. «Molto spesso incontriamo manager che, pur sapendo qual è l’azienda per cui si svolge la selezione, sono totalmente impreparati sui canali che utilizza, su ciò che produce, sulle tecnologie che applica», stigmatizza Fabio Ciarapica, partner di Praxi. La carenza più imperdonabile, però, è un’altra: la lingua madre. Pare proprio, infatti, che l’italiano non sia una certezza, neanche se il candidato parte dalla laurea in su. «Una volta un direttore marketing s’è congedato con uno “spero di essere stato esaudiente”, mentre un manager della produzione ha sostenuto orgogliosamente d’essersi fatto un’esperienza “a 380 gradi”» sospira Mario Bianco, esperto di selezione del personale, che sugli strafalcioni uditi in anni di carriera ha scritto per Mondadori, con uno pseudonimo, un libro dal titolo eloquente: «Lo sproloquio del colloquio».

(Dal Corriere della Sera, 23/11/2007).

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