Lo scudo dell’Europa che ci serve

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Lo scandalo che ha coinvolto il Monte dei Paschi di Siena, le sue operazioni rischiose, le scalate a prezzi eccessivi e l'occultamento delle perdite attraverso il ricorso a contratti derivati, è da qualche giorno diventato uno dei principali argomenti della campagna elettorale nostrana.

Le sistematiche accuse, dirette ad acchiappar voti, e l'arrogante enfasi su dettagli più o meno veri della vicenda conducono a un severo giudizio sulla qualità del dibattito e sulla preparazione di una certa avventizia classe politica candidata a governare il Paese.

Al di là delle responsabilità che la vicenda andrà evidenziando, e sulla quale sono chiamate a giudicare la magistratura e le autorità di vigilanza, sembra, come spesso è accaduto negli ultimi tempi, che una totale amnesia abbia nuovamente colpito la natura essenziale del l'avvenimento, impedendo il formarsi di una valutazione meno da cortile.

Il fenomeno dei derivati, esploso nella più antica banca italiana, non è una caratteristica peculiare della provincia senese, bensì ha carattere globale, poiché investe l'intero capitalismo finanziario. Ne ha dato indirettamente prova nella giornata di ieri il Presidente Obama, quando ha dichiarato che «il libero mercato è la più grande forza per il progresso economico… tuttavia funziona meglio per tutti se ci sono regole brillanti e di buon senso per prevenire comportamenti irresponsabili». Non a caso queste parole ha dichiarato, in occasione della nomina alla presidenza della Sec (l'ente a controllo dei mercati finanziari) di Mary Jo White, che ha lavorato quasi un decennio come procuratore a Manhattan, occupandosi di numerosi casi di corruzione e frodi finanziarie. Questa nomina è un preciso avvertimento a Wall Street.

Il vero problema sta dunque altrove, se è vero che il valore dei derivati che circolano nella finanza globale, secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali, si aggirerebbe intorno a dieci volte il prodotto interno lordo del l'intero pianeta.

E quando si parla di derivati non solo ci si riferisce a strumenti finanziari sovente opachi e speculativi, e facilmente "invisibili" alla trasparenza dei bilanci (tant'è che non figuravano né nel bilancio dello Stato greco, né in quello della banca senese), ma ci si riferisce purtroppo anche a quello che scorrettamente viene indicato il loro mercato globale. Non si tratta infatti di un mercato, ma di quello che Fernand Braudel, grande teorico del capitalismo, chiamava i "contromercati", senza regole, senza sanzioni e senza autorità di controllo.

È fuor di dubbio che anche se l'insieme delle banche italiane paiono avere contratto un minor numero di strumenti finanziari derivati rispetto alle altre banche dei principali paesi dell'economia occidentale, considerata la fragilità supina della nostra politica economica, è necessario, per la futura stabilità monetaria e finanziaria un super regolatore globale. Ciò è indispensabile per la incredibile mobilità dei capitali, la loro contraddittoria tecnologia di movimenti, laddove le regolamentazioni rimangono nazionali e dunque incapaci di apportare soluzioni efficaci per risolvere la crisi.

27-01-2013

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