Lo sa che il dialetto di Buenos Aires ha la metà di parole italiane?

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ARGENTINA

Lingua italiana e multiculturalità: ne parlano gli emiliani di La Plata

Presso la sede del Circolo Italiano di La Plata, lo scorso 22 ottobre l’Associazione Angeer Emilia- Romagna La Plata ha organizzato una conferenza, tenuta dallo storico Carlos Asnaghi, quale contributo alla Settimana della Lingua Italiana nel Mondo.
La conferenza, che aveva per titolo “Lo sa che il dialetto di Buenos Aires ha la metà di parole italiane?”, ha cercato di indagare i motivi che non hanno permesso alla lingua italiana di prendere “il sopravvento sullo spagnolo, visto che gli immigrati dalla Penisola costituivano già oltre il 40% della popolazione di Buenos Aires fra il 1880 e il 1930, percentuale in continuo aumento tanto che oggi la maggioranza della popolazione argentina è di origine italiana”. Ci sono tante risposte – ha detto Asnaghi – “la più semplice è che l’italiano non fu mai parlato dagli immigrati italiani in Argentina, povera gente che proveniva dalle campagne ed era nella quasi totalità analfabeta”.
Dunque gli italiani – ha spiegato il professore – parlavano tra loro solo nei rispettivi dialetti e “finirono per arrabattarsi con una varietà mista di spagnolo e dialetto italiano di uso orale, in cui forme lessicali italiane si alternavano a quelle spagnole. Commistione favorita dalla vicinanza genetica dell´italiano e dello spagnolo”. Una testimonianza importante ci viene da Edmondo de Amicis, l’autore di “Cuore”, che nel 1884 viaggiò da Genova a Montevideo su un bastimento carico di emigranti e nel suo diario di viaggio “Sull’Oceano” ci descrive l’Italia a bordo. Già sulla nave, l’incontro tra persone provenienti da diverse parti d’Italia e argentini, più o meno oriundi, di ritorno a casa, produce un immediato mutamento linguistico.
Nasce a Buenos Aires la parola cocoliche che diviene subito popolare per identificare gli immigrati italiani che parlano in interlingua, ovvero quel modo di parlare a metà strada tra l’italiano e lo spagnolo. Ma il cocoliche rappresenta qualcosa di più, è una mescolanza a tutti gli effetti tra l’italiano dialettale con il lessico gauchesco della Pampa e il castigliano della città, in un susseguirsi di confusioni semantiche aggiunto alla forzatura patetica di assimilarsi ad ogni costo al criollo. Molto del cocoliche finì nel lunfardo, un altro pidgrin attorno al Rio della Plata, molte parole del quale hanno finito col trasformarsi in una parte dello spagnolo parlato in Argentina e in Uruguay. Pare che la sua origine sia stata quella di uno slang di prigionieri, usato nelle carceri per non farsi capire dalle guardie.
(Da La Voce d’Italia, 4/11/2010).




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