Lo diciamo strano?

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Vocaboli intraducibili

Lo diciamo strano?

Paese che vai, parole che trovi. E che non puoi tradurre, se non con spericolate acrobazie lessicali. Poche lettere che compendiano frasi lunghe e contorte, ma anche evocative e poetiche. Miracoli di sintesi e sintassi, che l’inglese Adam Jacot de Bodiot ha compendiato in “The meaning of tingo” (“Il significato di tingo”), edito da Penguin. Anni di incursioni su dizionari e siti internet di tutto il pianeta per scoprire, per esempio, che gli albanesi hanno 27 modi diversi per indicare i baffi e gli hawaiani ben 108 parole per le patate dolci. Ma, soprattutto, scovando termini che sono veri e propri ritratti su carta di una cultura. Ecco alcuni esempi. “Mata Ego”: sull’Isola di Pasqua è il modo in cui, con grande sensibilità, vengono indicati gli occhi di una persona che ha pianto da poco. “Kualanapuhi”: ovvero lavori d’altri tempi. Alle Hawaii indica infatti un ufficiale che, con un piumino, allontana le mosche dal re addormentato. “Seigneur-terrasse”: in francese è colui che passa ore in un caffè, senza ordinare nulla. Grilagem: pratica poco animalista che viene dal Brasile e consiste nel chiudere un grillo in una scatola piena di documenti da falsificare, aspettando che i suoi escrementi “invecchino” l’aspetto della carta. “Uitwaaien”: camminare in mezzo al vento, per puro divertimento (strana occupazione degli olandesi). “Bakku-shan”: una ragazza che sembra bella vista da dietro, ma non lo è davanti? I giapponesi la indicano così. “Zehgrong”: parola cinese sconosciuta, per indicare una pratica invece assai diffusa: migliorare l’aspetto con la chirurgia plastica.

(Da Grazia n. 45, novembre 2005).

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