L’italiano, una lingua ormai malata

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L’italiano, una lingua ormai malata: dieci parole per testare le vostre capacità

di Filippo La Porta

INVITO i genitori di studenti di scuola media superiore e universitari a sottoporre un test linguistico ai loro figli. Dovrebbero chiedergli se conoscono il significato delle seguenti dieci parole: ostracismo, sardonico,mentore, foriero, tralignare, sussiego, mellifluo, irretire, laconico e perfino blandire. Ora, se il punteggio equivale a più di 5 risposte esatte, sarei portato a concludere che la loro consapevolezza del lessico è soddisfacente. Ma dove sta andando l’italiano nell’epoca della comunicazione?
Come testimonia il prezioso libro di Massimo Arcangeli Cercasi Dante disperatamente. L’italiano alla deriva(Carocci), la nostra meravigliosa lingua è oggi esposta a un processo di degrado e impoverimento, tra banalizzazione, turpiloquio, e riduzione del lessico. L’autore, che insegna linguistica italiana a Cagliari, ha provato a sottoporre ai suoi studenti (un campione di 196, frequentanti il primo anno) un esercizio in cui dovevano indicare i sinonimi di parole appena meno usate nella nostra lingua. La varietà delle risposte meriterebbe una riflessione approfondita. Mi limito a dire che come sinonimo di adepto troviamo sia il corretto affiliato e sia l’improprio adeguato, per biasimare accanto al maggioritario criticare c’è anche un sorprendente invidiare, mentre collimare non significherebbe solo coincidere ma perfino un improbabile colmare…
Bisogna riconoscere che la maggior parte delle matricole cagliaritane ha saputo trovare un sinonimo giusto, ma questo non impedisce ad Arcangeli di lanciare una campagna per l’adozione di parole a rischio di estinzione, contro le approssimazioni del semplicismo imperante, e a favore di una biodiversità del lessico. L’intero saggio è animato da un amore quasi struggente per la nostra lingua, e dunque, conseguentemente, per l’Italia, per il paese «dove il sì suona», come scrisse Dante (ammetterete che dire «il paese dove l’esatto suona» è assai più sgraziato!). Il suo è un patriottismo alieno da qualsiasi retorica nazionalista, e che ci riporta al sentimento davvero unificante nel nostro paese: non un patto sociale, non una tradizione militare né un ethos amministrativo ma l’amore per la bellezza, intesa come modo di vivere (e aggiungo che l’amore per la patria precede perfino il senso dello stato).
Torniamo alla lingua. Innumerevoli gli spunti del libro, che unisce rigore scientifico e un piglio decisamente militante, a tratti perfino scanzonati. Nel capitolo dedicato alla retorica del politicamente corretto scopriamo non solo che negro non ha mai avuto connotazione offensiva nel nostro paese (si è voluto farlo derivare abusivamente da nigger!) ma che un certo integralismo femminista, che ha preteso di sostituire uomo della strada con individuo della strada, rischia di sconfinare nel ridicolo. Quanto alla dizione corretta degli appellativi, Arcangeli, che saggiamente si affida a equilibrio e buon senso, suggerisce una soluzione di compromesso «la chirurgo», «una magistrato»… (peraltro contestata da altri linguisti).
A proposito del cosiddetto itanglese si protesta giustamente contro certa accettazione supina dell’invasione di anglicismi (in un aeroporto londinese l’annuncio, bilingue, pronuncia per un volo Alitalia la parola uscita, mentre a Fiumicino si dice che il gate per partire è il numero…), ma viene citato Machiavelli che invece non dà peso all’assimilazione di vocaboli stranieri poiché i fondamenti di un idioma sono la pronuncia e le strutture fono-morfologiche. Parole come mobbing o happy hour o shopping sembrano intraducibili, e in verità le soluzioni proposte per tradurre certi termini inglesi, benché ingegnose, non sempre sono convincenti: ad es. per blog iperdiario o bordiario (diario di bordo), per chat chiaccheratoio o cianciaio, per spamming ciberrifiuto o infondizia. Il capitolo sul turpiloquio sempre più esteso (dai politici alla TV), sull’abitudine a villanie e oltraggi, sul de triviali eloquentia, è agghiacciante: le risse verbali dell’Isola dei famosi «sono manifestazioni di pura violenza, ancora più devastanti di quella reale per i micidiali effetti di emulazione».
Condivisibili le conclusioni dell’autore. Nella sua ostinata ricerca di un italiano bello, capace anche di recuperare la grazia di tante parole ricercate, non insegue il modello di una lingua pura e autoreferenziale. E infatti è disposto ad accettare il che polivalente, l’uso del pronome dativo gli al posto di loro, né si indigna di fronte a frasi come «pensavo che stavi meglio» o alle parole in -io senza accento tonico (brulichio, calpestio). La bellezza antica ma non scomparsa del nostro idioma, differenziandosi dall’italiano di uso medio (omologante), contiene asperità, eccezioni e anomalie. Un po’ come il nostro carattere.
(Da ilmessaggero.it, 29/7/2012).




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