L’italiano? Una catastrofe tra internet, media, politica

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Nell'epoca attuale le consuetudini linguistiche sono esposte a una sorta di permanente tsunami prodotto dall’urto di forze poderose: i gerghi tecnici (specialmente inglesi), i media, la pubblicità, la telematica, la politica, il mondo digitale, la burocrazia… Ognuna di queste entità ha la sua parte nell’influenzare le abitudini comunicative e il linguaggio della gente. Purtroppo per noi, l’italiano è tra le lingue che più risentono dell’influsso di questi fattori di perturbazione, come fosse incapace di organizzare una risposta immunitaria.
Per ragioni che sarebbe interessante esplorare, gli italiani infatti non sono per niente “leali” verso la loro lingua: appena possono la tradiscono sostituendo termini usuali con parole inglesi, rifiutando di tradurre dall’inglese termini ovvi (siamo l’unico paese al mondo che fa circolare film con titolo inglese e che chiama “mouse” l’aggeggio con cui muoviamo la freccetta sullo schermo del computer) o inventando espressioni che sembrano inglesi ma non lo sono. Abbiamo così un divertente primato: l’inglese lo sappiamo in pochi, ma la nostra lingua attuale rigurgita di anglicismi!
Il libro di Giuseppe Antonelli (L’italiano nella società della comunicazione,il Mulino, Bologna 2007, 206 pagine, 12 euro) descrive con bella maestria e con una gran massa di informazione quel che sta succedendo all’italiano (inteso come lingua, ma anche, inevitabilmente, come persona che la parla) nell’epoca dell’iper-comunicazione. Siccome parla di noi, di come si sta disfacendo quel poco di lingua unitaria che s’era formato negli anni, si legge con amaro diletto, ma con grande frutto. Ripercorre in modo veloce ma informatissimo i campi in cui l’urto della neolingua è stato più pesante: il gergo aziendale, la politica, i media, la telematica nelle sue diverse forme, più marginalmente la letteratura.
Spesso l’immagine delle trasformazioni che Antonelli descrive è quella di una catastrofe o di un generale, inspiegabile rimbambimento: nessuno capisce ad esempio che vantaggio ci sia nel parlare della “mission” (pronuncia “mìscion”) di un’azienda invece che della sua missione o perché si debba parlare di “family day” invece che di “giorno della famiglia”. E su tutto si stende, avvolgente e appiccicoso come una melassa, il linguaggio dei media e della televisione, fatto di mezza cultura e di improvvisazione. Qualcuno sa ad esempio quale vantaggio ci sia nel dire, di una notizia incerta, che “il condizionale è d’obbligo”?


Di Raffaele Simone (Il Messaggero)

26/3/2007
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