L’Italiano scopre le quote rosa ora si dice sindaca e rettrice.

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L’Italiano scopre le quote rosa ora si dice sindaca e rettrice.

Sergio Frigo.

Si dice “il ministro”, “la ministro” oppure “la ministra”?
Nel governo Letta convivevano le une (Cancellieri) e le altre (Bonino). Il governo Renzi ha
invece “maschilizzato” la carica: tutte ministri. Ora la Dichiarazione d’intenti di Udine e Trieste
sostiene al contrario che le cariche vanno declinate al femminile. Ma c’è addirittura chi
sostiene che persino le concordanze verbali si dovrebbero adeguare: perché dire, ad esempio,
“i bambini e le bambine sono andati” invece che “andate”? E perché non sostituire la desinenza
con un asterisco: “andar”?
Fra le dirette interessate le posizioni sono divergenti: ad Elena Boschi, che rivendica con
forza il ruolo di “ministro”, corrisponde a Venezia Tiziana Agostini, tra l’altro studiosa della
lingua, che da componente della giunta comunale si è sempre definita “assessora”. «È come se
noi donne rincorressimo gli uomini per andare a occupare le loro poltrone – sostiene – quando
invece dovremmo semmai affiancarle».
L’uso di “assessora”, “ministra”, “avvocata” («che tra l’altro esiste da sempre nell’italiano, persino
nel “Salve Regina”») corrisponde secondo la studiosa «a un cambiamento nella società,
con l’avanzata delle donne anche ai livelli di vertice, che la lingua registra e in qualche
modo anche favorisce».
Si dice contraria, invece, al suffisso “-essa”, che «mantiene una connotazione negativa,
escluso nei casi consolidati di “professoressa” o “poetessa”. A volte invece basta l’articolo “la”,
per evitare amenità del genere “il sindaco ha avuto le doglie”, che ho letto nel giornale di una
città con un primo cittadino donna. Poi purtroppo bisogna prendere atto che nella nostra
lingua non esiste il genere neutro, che di fatto coincide col maschile.»
Totalmente d’accordo con la “femminizzazione” Michele Cortelazzo, Direttore del Dipartimento
di Studi linguistici dell’Università di Padova e Accademico corrispondente della Crusca,
che si dice però guardingo sulle soluzioni proposte: «Non capisco perché non si possa
dire sindaca, ministra, avvocata – sostiene – se si può dire sarta, fornaia, maestra, oppure
rettrice visto che si dice autrice o attrice. Però altre indicazioni le trovo del tutto contrarie alla
storia della lingua o all’evoluzione della sua struttura: perché usare professore o dottora, visto
che da sempre si usano professoressa, dottoressa, sacerdotessa senza alcun intento discriminatorio?»
Non parliamo nemmeno delle concordanze verbali, che «sono regolate dalla grammatica, ben
più difficile da cambiare del lessico», o delle ipotesi fantasiose tipo l’asterisco per evitare
desinenze marcate, «un espediente grafico che non ha alcun corrispettivo nell’uso primario
della lingua».
I fautori della “femminilizzazione del lessico hanno l’alleato più autorevole nella presidente
dell’Accademia della Crusca, Nicoletta Maraschio, che ha anche scritto la prefazione al
volumetto “Donne, grammatica e media. Suggerimenti per l’uso dell’italiano”,
di Cecilia Robustelli, promosso dalla rete di giornaliste Gi.U.Li.A. «Iniziative come
quella di Udine e Trieste mi fanno piacere dice la presidente – perché promuovono il confronto
sull’evoluzione della lingua, che non può essere predeterminata dall’alto, com’è avvenuto
in passato con le direttive di Alma Sabatini: un confronto che deve tenere conto sia delle
istanze innovatrici che di quelle conservatrici. A titolo personale comunque, perché l’Accademia
non si è ancora pronunciata formalmente, io sono convinta che anche la lingua debba
rispecchiare i cambiamenti avvenuti nella società».
Cosa ne dice delle esponenti del governo che si fanno chiamare “ministro”, o delle donne
in carriera che si firmano “il” presidente, “il direttore” etc?
«Non condivido: da un lato mi sembrano posizioni vetero-femministe, dall’altro postulano un
genere neutro nel termine maschile che è una grande bugia, per quanto riguarda l’italiano».
“Sindaca” e “direttore”, allora?
«”Sindaca” si, ma per il femminile di “direttore” c`è “direttrice”, come “ambasciatrice” . E
dove non c’è la parola al femminile, meglio l`articolo “la”. Anche davanti ai cognomi: non
abbiamo sempre detto “il” Manzoni, “il” Leopardi?».
(Da Il Gazzettino, 17/9/2014).

 




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