Mentre l’italiano è a rischio scomparsa…

Posted on 20 gennaio 2018 in Politica e lingue 19 vedi

Il caso.

«Lingua veneta discriminata» Arriva l’alfabeto ufficiale.

Il padovano Loris Palmerini si esprime in un italiano ineccepibile ma si sente che dentro freme, che il dialetto veneto è lì, pronto a esplodere, senza doppie, senza zeta, con la elle evanescente e la erre arrotata. La fatica maggiore non è però tradurre al volo il linguaggio degli avi in quello appreso a scuola. È più lancinante il dolore quando sente qualcuno che chiama ancora dialetto l’idioma della più antica repubblica del mondo, millenaria dominatrice dei mari. «Il veneto è una lingua, riconosciuta dal Consiglio d’Europa nel 1981 tra le minoranze linguistiche», spiega. Ha anche un codice Iso 639-3, ovvero una sigla di rappresentazione linguistica internazionalmente riconosciuta, «vec», come il sardo è «srd», l’«afb» è la lingua del Golfo arabico e il «cqu» il quechua cileno. Sono centinaia le minoranze linguistiche riconosciute dall’Onu. Ma il povero veneto
ammesso a New York e Strasburgo e inserito dall’Unesco nel «Red Book of endangered languages» non trova cittadinanza a casa sua, in Italia. Il Parlamento ha riconosciuto il ladino, il friulano, il sardo e perfino l’occitano, ma non la lingua dei dogi, di Goldoni, di Zanzotto, dei Pitura Freska e di milioni di emigrati in Brasile, dove però, per un dannato paradosso, lo chiamano «taliàn». In alcune regioni del Rio Grande do Sul è lingua ufficiale al pari del portoghese. «È una negazione discriminatoria dei diritti umani – protesta Palmerini – La legge del 1999 che riconosce e tutela 12 minoranze linguistiche cosiddette storiche doveva includere anche il veneto. Ma dopo la scalata al campanile di San Marco dei serenissimi qualche partito ha messo il veto». Tuttavia Palmerini e un manipolo di 14 associazioni raggruppate sotto l’egida di Aggregazione veneta, l’ente che rappresenta i diritti dei veneti come minoranza nazionale, irriducibile difensore della storia e delle tradizioni della Serenissima, non si arrendono. Nelle scorse settimane hanno pubblicato un bando per uniformare la grafia veneta. Sembra una bizzarria ma la faccenda è serissima perché il veneto non ha un codice grafico proprio. Scrivi come parli, insegnavano i vecchi maestri di giornalismo: il problema è se uno parla solo dialetto, perché certi suoni non hanno un corrispondente segno alfabetico. Un toscano al massimo avrà qualche difficoltà con la «c» aspirata e un lombardo andrà a sciacquare i panni in Arno come fece il Manzoni. Un veneto no. Un veneto ha la elle evanescente: va indicata con il «gl» o la elle tagliata dei polacchi? La esse dolce si scrive con la x («ghe xé») oppure con una esse con il puntino sopra, come suggerisce il Manuale della grafia veneta unitaria redatto nel 1995 da una commissione scientifica di 12 linguisti coordinati dal compianto professor Manlio Cortelazzo, decano dei dialettologi? E come vanno riportate le consonanti dure, con le doppie che il veneto non pronuncia? Tre mesi dopo il plebiscito per una maggiore autonomia della regione da Roma, arriva lo standard della lingua veneta. Il bando si chiude oggi. Chiunque può presentare una proposta che dirima le controversie. Lunedì l’organismo presieduto da Palmerini insedierà una commissione che in un mese adotterà l’alfabeto veneto ufficiale. Non è soltanto pane per nostalgici o filologi. «Il veneto è usato da milioni di persone nel mondo, da scrittori e poeti, da riviste e migliaia di pubblicazioni. La normalizzazione della grafia è un momento importante per riappropriarsi di un’identità culturale». Esistono già il correttore ortografico e la versione veneta di Wikipedia: vec.wikipedia.org/wiki/Pajina_prinsipale. Benvegnùi.

Stefano Filippi | Il Giornale | 20.1.2018




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