L’italiano per aprire un attività

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Test di Italiano, ‘vogliamo delibera’

Gli imprenditori stranieri a Brescia potranno aprire un bar o un ristorante soltanto se saranno in grado di dimostrare di conoscere la lingua italiana. Questo è il cuore della proposta di modifica del regolamento cittadino "per il rilascio delle autorizzazioni per la somministrazione di alimenti e bevande" che la Lega Nord farà pervenire nei prossimo giorni all’assessore Maurizio Margaroli. La proposta, quindi, non verrà discussa in consiglio comunale ma, se approvata, sarà oggetto di una delibera di giunta.
"Non è un provvedimento razzista, anzi è lungimirante per l’integrazione degli extracomunitari", ha detto Massimo Tacconi, presidente della Commissione commercio e fra i firmatari della proposta di modifica. "Non vogliamo limitare le aperture di esercizi commerciali da parte di stranieri, ma vogliamo che siano di qualità, e la conoscenza base della lingua italiana ci sembra una condizione imprescindibile".
Oggi chiunque voglia aprire, italiano o straniero, un ristorante, bar o un locale simile deve frequentare un corso di formazione professionale gestito dalla Regione. Quello che i leghisti vogliono cambiare è la possibilità per un dipendente extracomunitario, che abbia lavorato in uno di questi ambienti per due anni consecutivi, di aprire lui stesso un altro esercizio commerciale senza più l’obbligo della frequentazione del corso, perchè i due anni di lavoro fino a oggi valgono come "tirocinio di preparazione" all’attività.
Lo stesso vale per parenti del proprietario con qualifica di "coadiutore famigliare" che vogliano mettersi in proprio. "Se uno straniero consegue l’attestato con la Regione, si crede che almeno la base dell’italiano la conosca. Ma negli altri casi questo non è presumibile, perciò noi chiediamo soltanto che la conoscenza della lingua sia certificata", ha spiegato Nicola Gallizioli, capogruppo in Loggia per il partito del Carroccio.
Quindi, qualora la proposta di modifica del regolamento passasse, d’ora in poi gli extracomunitari che faranno domanda per ottenere l’autorizzazione per l’apertura di locali di questo genere dovranno allegare un certificato di conoscenza della lingua italiana. Fatta eccezione per chi ha conseguito in Italia un titolo di studio, in questo caso è sufficiente un’autodichiarazione.
"Crediamo comunque che tocchi al comune farsi carico dell’organizzazione di questi corsi", ha concluso Tacconi, "assumendosi il più possibile i costi di questa operazione".

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9 Commenti

Redazione Forum
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<strong>Zanetti lancia in Emilia un corso di italiano obbligatorio per baristi e ristoratori extracomunitari</strong><br />
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La Lega Nord intende farne una condizione imprescindibile per il rilascio delle licenze di esercizio</em><br />
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Un corso di lingua italiana – obbligatorio e con test finale – per baristi, ristoratori e titolari di negozi alimentari extracomunitari. La Lega Nord intende farne una condizione imprescindibile per il rilascio delle licenze di esercizio per la somministrazione di alimenti e bevande. L’esperienza, già avviata in Lombardia, arriva anche a Piacenza per iniziativa del candidato Medardo Zanetti. «Uno strumento per i sindaci, come spunto per una modifica ad hoc dei regolamenti comunali, immediatamente applicabile – ha spiegato in conferenza stampa l’aspirante consigliere regionale, alla presenza del segretario provinciale del Carroccio, Pietro Pisani – ma anche un input per una specifica legge regionale. Chiedo ai nostri amministratori locali di portare l’iniziativa all’attenzione dei consigli comunali. È mia intenzione, in caso di elezione, farne una proposta di legge.<br />
L’obiettivo è estenderla a tutto il territorio regionale, a salvaguardia della salute pubblica e dell’efficacia delle certificazioni». A Brescia il test di lingua sarà a breve realtà e lo stesso Pirellone è già stato interessato dal presidente leghista della commissione bilancio Fabrizio Cecchetti.<br />
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«Nessuna violazione di iniziativa economica – premette Marzio Maccarini, consulente per la sicurezza del comune bresciano e della commissione Affari Istituzionali della Regione Lombardia –. Il corso di italiano è un’azione concreta che nasce dall’analisi della vita quotidiana. A parte il disagio che può derivare dall’incapacità di ricevere le ordinazioni, ci sono evidenti rischi per la salute. Il non saper leggere e scrivere, infatti, non consente agli esercenti di dettagliarci gli ingredienti dei prodotti e quindi, prevenire rischi in caso di intolleranze alimentari.<br />
Non solo: la mancanza di un’adeguata comprensione dell’italiano può anche causare casi di cattiva conservazione dei prodotti che incidono sul diritto alla salute del consumatore, garantita dall’articolo 32 della Costituzione».<br />
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Zanetti guarda anche ai centri storici. L’idea è portare anche in terra emiliano-romagnola l’originario progetto del Carroccio, oggi inserito nel testo unico sul commercio, per «evitare la proliferazione» nel cuore delle città «di esercizi per la vendita di kebab, sexy shop, fast food e salvaguardare, invece, le attività storicamente compatibili con il tessuto identitario locale». <br />
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(AGI) - Bergamo, 8 apr. - Sei straniero e vuoi aprire un negozio? Prima fai un esame di italiano e se non lo passi vai a seguire un corso obbligatorio a pagamento. Lo ha stabilito un ordine del giorno approvato dalla prima Circoscrizione di Bergamo (quella che comprende il centro cittadino) su proposta del leghista Edoardo Rho, il quale rimprovera ai commercianti originari di Paesi stranieri di parlare male l'italiano e di non conoscere nemmeno il bergamasco. "Certi negozianti - dice infatti il testo - non conoscono sia la lingua locale che l'italiano con manifeste lacune comunicative che causano disagio ai clienti". Per questo si stabilisce che "l'operatore dell'esercizio commerciale sia esaminato sulle conoscenze linguistiche di base prima dell'apertura del negozio. In caso di mancanza di competenze comunicative il commerciante deve seguire un corso di alfabetizzazione". Corso che sara' pagato dallo stesso commerciante. L'ordine del giorno e' stato approvato dalla maggioranza Pdl-Lega, mentre il Pd lo ha bocciato con la battuta: "E chi dovrebbe farli gli esami, il neoconsigliere regionale Renzo Bossi?". (AGI) Cli/Car <br />
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<!-- m --><a class="postlink" href="http://www.agi.it/milano/notizie/201004081200-cro-rmi0009-immigrati_bergamo_esame_italiano_obbligatorio_per_commercianti">http://www.agi.it/milano/notizie/201004 ... mmercianti</a><!-- m -->

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RomaEsame di italiano per gli immigrati extracomunitari che chiedono l’autorizzazione ad aprire un negozio; insegne solo in una lingua europea o in dialetto. E poi, incentivi solo alle aziende che assumano cittadini Ue. Lo prevedono tre emendamenti al decreto incentivi presentati dai leghisti Silvana Comaroli e Maurizio Fugatti nelle commissioni Finanze e Attività produttive della Camera.<br />
La prima proposta di modifica lascia alle regioni la possibilità di prevedere un nuovo obbligo per gli aspiranti commercianti stranieri. «Le Regioni - si legge nella proposta - possono stabilire che l’autorizzazione all’esercizio dell’attività di commercio al dettaglio sia soggetta alla presentazione da parte del richiedente qualora sia un cittadino extracomunitario di un certificato attestante il superamento dell’esame di base della lingua italiana rilasciato da appositi enti accreditati». Un altro emendamento riprende un cavallo di battaglia della Lega Nord (e non solo): la lingua delle insegne dei negozi. Ai Comuni, si propone di dare la possibilità di condizionare le autorizzazioni all’uso di una delle lingue ufficiali dei Paesi appartenenti all’Unione europea, oppure di un dialetto locale.<br />
Un’altra proposta firmata Lega prevede che le aziende dei settori che hanno diritto agli incentivi debbano privilegiare le assunzioni di personale europeo. «Le aziende che eventualmente necessitano di personale aggiuntivo per la produzione dei beni per i quali sono previsti gli incentivi - si legge nell’emendamento Fugatti - sono obbligate ad assumere prioritariamente personale con cittadinanza di uno degli Stati appartenenti all’Unione europea. Il mancato rispetto della norma determina automaticamente il decadimento dell’incentivo stesso».<br />
Le proposta leghiste sono stata interpretate dal Partito democratico come un assaggio del post direzione Pdl: «La Lega oggi sente il bisogno di battere un colpo. E non può che farlo alla maniera leghista, cioè ricorrendo al suo cavallo di battaglia preferito: il razzismo contro i cittadini extracomunitari», ha protestato Anna Finocchiaro, presidente dei senatori del Pd.<br />
Gli imprenditori stranieri in Italia sono circa 250mila e, secondo le stime recenti di Infocamere, crescono al ritmo di un punto percentuale l’anno. Secondo la Cgia di Mestre, più nello specifico, i negozianti extracomunitari che hanno aperto un esercizio in Italia sono in tutto 108.000mila.<br />
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<!-- m --><a class="postlink" href="http://www.ilgiornale.it/interni/esame_ditaliano_stranieri_che_vogliono_aprire_negozio/24-04-2010/articolo-id=440101-page=0-comments=1">http://www.ilgiornale.it/interni/esame_ ... comments=1</a><!-- m -->

Redazione Forum
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<em>La giunta di centrodestra della citta' toscana ha modificato regolamento del commercio</em><br />
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PRATO - La Lega chiede il test di conoscenza dell' italiano per far aprire attività commerciali agli extracomunitari, ma a Prato questo c'é già. Nella città toscana questa pratica è in uso da un mese dopo che la giunta di centrodestra ha modificato il regolamento del commercio. A Prato vive una delle comunità cinesi più importanti d' Europa e il numero degli stranieri regolari è circa un quarto della popolazione. Proprio ieri, due donne di 27 anni hanno superato l' esame, dimostrando una buona padronanza della lingua parlata e solo qualche problemino con la scrittura o la comprensione delle parti più difficili di leggi e regolamenti.<br />
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Wang Sheng, una delle due promosse, riferisce di "non avere problemi con l'italiano di base" che è poi quello che richiede il regolamento pratese sull'apertura di negozi, bar e ristoranti da parte degli stranieri. "Avevo un po' di paura - confessa - ma se ne è andata subito. La prima parte dell'esame è semplice mentre la seconda, sulle leggi, è più difficile". Adesso, la giovane ha l' abilitazione e vuol aprire un bar. Le regole pratesi prevedono che il gestore di un negozio aperto al pubblico sia capace di leggere e capire l'italiano, per poter applicare le norme igienico-sanitarie di base e per poter prestare assistenza, chiamando per esempio un'ambulanza, a un cliente che dovesse averne bisogno.<br />
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Per la giunta di centrodestra guidata da Roberto Cenni, il test è un passo verso l'integrazione. Il sindaco stesso non si stupisce che Prato sia arrivata prima di un emendamento a livello nazionale. "Come volevasi dimostrare Prato è un laboratorio - dice il sindaco Cenni - In una città nella quale il tasso d'immigrazione supera di quattro volte la media nazionale certi problemi sono emersi prima che altrove". Secondo Cenni, l'accertamento sulla padronanza della lingua va nell'ottica di risolvere problemi agli stessi immigrati perché "il test deve essere accompagnato da tutti i supporti necessari, a partire dai corsi di lingua, da offrire agli immigrati che desiderano aprire un negozio o un bar in città".<br />
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Con gli stranieri, attualmente, svolgono un'attività quasi quotidiana diverse associazioni. Tra l'altro, la commissione che giudica i candidati all'esame d'italiano è composta da due membri espressi dal Comune e da un rappresentante di un' associazione che organizza corsi di lingua e di cultura italiana. Prato anticipa la Lega anche sulla proposta delle insegne in lingua straniera. Un regolamento comunale prevede che l'italiano sia prevalente e ben visibile, pena multa, oscuramento e, se non ci si adegua, la rimozione. Ieri è toccato a una pescheria.<br />
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<!-- m --><a class="postlink" href="http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cronaca/2010/04/23/visualizza_new.html_1765460076.html">http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche ... 60076.html</a><!-- m -->

Redazione Forum
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ROMA (23 aprile) - Il test sull'italiano? No grazie. E' il commento di molti commercianti stranieri che hanno i loro negozi, all'Esquilino, quartiere multietnico della capitale a pochi passi dalla stazione Termini.<br />
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«Non sono d'accordo - ha detto un cinese proprietario di un negozio d'abbigliamento in via Filippo Turati - non capisco a cosa serva questa legge. Per me l'importante è che tutto sia in regola. Qui vengono tanti turisti che non parlano italiano e noi riusciamo a farci capire benissimo».<br />
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«Lavoro qui da 10 anni - ha detto un altro negoziante straniero in via Principe Amedeo - ho aperto questo negozio con mio cognato e vendo stoffe e cinture. Non è necessario superare nessun esame per lavorare». Della stessa opinione uno dei fiorai di Piazza Vittorio, originario del Bangladesh: «Non è giusto. Io vengo in Italia per lavorare mica per andare a scuola e studiare. Dopo tanti anni che sono qua lo so parlare bene l'italiano e non ho bisogno di fare un esame».<br />
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I titolari cinesi dei negozi sotto i portici degli edifici Umbertini non ci stanno alla proposta della Lega: «È assurdo - ha detto un rivenditore di collane - in Cina ci sono tanti italiani che lavorano eppure nessuno ha chiesto loro di imparare il cinese. Sono arrivato qua in Italia circa 10 anni fa insieme a mio fratello e sinceramente non ho avuto mai tempo per studiare bene l'italiano. Non lo parlo benissimo perchè ho preferito lavorare. Cambiare l'insegna? È davvero una strana idea».<br />
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Favorevole alla proposta leghista è invece Ramish, commerciante indiano di pietre che ha un negozio in piazza Vittorio: «Sono arrivato dall'India nel 1995. Senza conoscere l'italiano non avrei potuto vendere. Mio padre era anche lui commerciante di pietre ed io ho dovuto imparare i nomi delle pietre in italiano sennò niente lavoro». Anche riguardo alle insegne solo in lingue dell'Unione europea, proposte dalla Lega, Ramish è d'accordo: «È meglio, così almeno la gente le capisce». C'è invece chi ha fatto della multiculturalità il suo cavallo di battaglia: è la farmacia Longo, aperta sotto i portici di Piazza Vittorio da circa 40 anni, che ha un'insegna in sei lingue diverse oltre l'italiano.<br />
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«È un'idea assurda. Non so dove si arriverà di questo passo - ha detto il dottor Longo - noi abbiamo già mandato in stampa il nostro nuovo biglietto da visita in cui farmacia è scritto in 40 lingue diverse. Ora faremo la stessa operazione facendo scorrere i quaranta nomi in digitale nell'insegna luminosa».<br />
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Sul fronte delle insegne già nel 2007 l'allora sindaco Walter Veltroni all'Esquilino fece approvare un protocollo d'intesa con la comunità cinese che le prevedeva in italiano accanto a quelle cinesi. «A Roma - spiega oggi l'assessore capitolino al Commercio, Davide Bordoni - c'è una buona integrazione nel settore del commercio. Oltre il 10% degli esercizi a Roma è gestito da stranieri. Riguardo all'idea della Lega, mi sembra giusto che ci sia un'attenzione nei confronti del consumatore». <br />
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<!-- m --><a class="postlink" href="http://www.ilmessaggero.it/articolo_app.php?id=28634&sez=HOME_INITALIA&npl=&desc_sez=">http://www.ilmessaggero.it/articolo_app ... &desc_sez=</a><!-- m -->

Redazione Forum
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Il sashimi a Verona lo venderanno sotto il nome di pesse cruo, il kebab a Napoli sarà o piecoro fatto a felle e la bottega di sushi, in italiano 'involtino di riso e pesce', a Palermo diventerà sfinciuni. L'italiano che la Lega sta inventando, a colpi di emendamenti come quello proposto ieri sulla lingua del commercio, è uno sproposito. La parodia della famosa e già ridicola purificazione fascista, quando al posto di bar fu imposto mescita, i magazzini Standard divennero Standa, il film era la pellicola e un artista di nome Rachel dovette cambiarsi in Rascel (resistendo a Starace che voleva imporgli addirittura Rascele disse: "forse che Manin diventerà Manino?").<br />
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Davvero non ci danno pace i creativi leghisti. Vogliono dunque abolire le insegne in lingue extracomunitarie, tradurle in italiano coltivando l'illusione violenta e impossibile di oscurare i cartelli per strozzare le culture di riferimento, non vedere più le tracce dei cinesi, dei tailandesi e dei musulmani come primo passo verso la loro abolizione, vessarli intanto con il manganello della lingua italiana o peggio ancora del dialetto locale perché la differenza con il fascismo è che alla nazione è stato sostituito il paese, all'Impero il Condominio, alla Lupa di Roma il Pitu (tacchino) di Scurzolengo, al salto nel cerchio di fuoco la gara dei birilli delle donne cuneesi e all'olio di ricino il nativismo e il folklore bergamasco.<br />
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Di sicuro l'emendamento proposto ieri è la fotocopia di quel decreto del 1938 che puniva "con una multa da cinquecento a cinquemila lire quei negozianti che vendono prodotti con marchi e diciture straniere". Erano i tempi in cui era obbligatorio darsi del voi e persino la rivista 'Leì dovette cambiare la testata in Annabella ("forse Galilei deve diventare Galivoi?" scrisse il giornalista - fascista - Paolo Monelli). Allo stesso modo i leghisti vogliono purificare la lingua non dagli anglismi della perfida Albione e dai francesismi incipriati ma dalle influenze arabe e dunque, se studiassero un po', cancellerebbero un terzo del nostro vocabolario: niente più algebra e moka per esempio, e niente più arancia e ammiraglio, via pistacchio aguzzino zucchero e azzurro e basta persino con lo zafferano del risòtt; aboliremo Caltanissetta e bisognerà riscrivere la toponomastica e l'onomastica, dovremo rivedere la geografia e la storia oltre che la gastronomia.<br />
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Già il votatissimo Luca Zaia, quando era ministro dell'Agricoltura, spiegò a un allibito giornalista del Guardian che l'Italia, non solo per alimentare il consumo e la produzione interna, voleva e doveva tornare alla tavola italiana e che nelle cucine leghiste era già stato preparato il kebab "tutto italiano" negli ingredienti e anche nel nome: muntun afetà. Ma c'è poco da ridere se si pensa alla trasversalità di questa sottocultura fascio-leghista che lambisce e intride la nostalgia alimentare della sinistra, la quale scopre sia la presunta raffinatezza della cucina dozzinale e sia la necessità del dialetto meneghino, il formaggio con le pere e il mugugno del villaggio brianzolo contro la dialettica dei dialetti e dei cibi imperiali: americano, arabo, cinese, russo, indiano, turco-ottomano.<br />
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Anche l'idea di sottoporre a un esame di lingua italiana i commercianti extracomunitari, che a prima vista sembra un pochino più sensata ed è certamente meno ridicola, in realtà finisce con l'essere un'altra tracimazione rancorosa, un'altra delle volgarità gratuite che stanno sapientemente avvelenando il paese. A Tonco di Asti e a Rho è più importante che sappiano usare il congiuntivo i commercianti extracomunitari di magliette o i compratori locali di magliette, quelli che le vendono o quelli che le indossano?<br />
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Non ci piace fare il solito spirito sui Bossi, padre e figlio, e sui leghisti che umiliano la lingua italiana pur facendo mestieri più significativi e ben più prestigiosi come il ministro e il consigliere regionale. Ma colpisce che impongano la conoscenza dell'italiano agli stessi extracomunitari che pretendono di tenere lontani dalle nostre scuole sempre più orientate verso un modello regionale e xenofobo. La scuola della Gelmini vuole contingentare gli stranieri, cacciare i professori terroni dal Nord, sottoporre tutti gli insegnanti all'esame di meneghino, di vicentino e di torinese, con l'obiettivo - l'abbiamo già detto altre volte - di avere una scuola "parteno-siculo - borbonica", un'altra "brianzola-austriacante" e un'altra ancora "papalina-tiberina".<br />
I soli a dovere imparare l'italiano sono dunque i "vvu cumpra'" che chiedono la licenza di vendere braccialetti, cinturini d'orologio e cibi etnici. Li mettessero davvero in condizioni di imparare la lingua invece di imporre un esame vessatorio come fosse un anello al naso! L'arroganza linguistica ha sempre alimentato l'odio. C'è, per esempio, un rapporto tra le foibe e l'imposizione fascista dell'italiano in Istria. La lingua e dialetti, che sono ricchezza, possono anche diventare randelli e arcaiche violenze, fetori che appestano le comunità internazionali, ammorbano il mondo che va avanti a contaminazioni e meticciati. Inventando, a colpi di emendamenti come quello proposto ieri sulla lingua del commercio, è uno sproposito.<br />
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<!-- m --><a class="postlink" href="http://www.repubblica.it/cronaca/2010/04/24/news/negozi_cinese_e_arabo_cancellati_dalle_insegne-3578051/">http://www.repubblica.it/cronaca/2010/0 ... e-3578051/</a><!-- m -->

Redazione Forum
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Si dice: parla come mangi. Ed è un buon modo di mettere coi piedi per terra chi vuole volare spinto in alto dalla propria cultura. Ma se quello, riportato tra gli umani, interrompe poi il lavoro mattutino per mangiarsi uno snack e a mezzogiorno va a prendere un brunch, verso le sei si trova con gli amici per un happy hour e infine dopocena non si nega un drink? Non si capisce più se è meglio parlare come si mangia oppure rinunciare a parlare come si mangia o, forse, archiviare quel vecchio modo di dire che ci fa soltanto confusione e non restituisce nessuno a modi sobri, non cafoni del comunicare.<br />
La Lega si dev’essere interrogata sul problema e, sensibile alle tradizioni popolari, ha pensato che non era il caso di relegare in soffitta, tra le tante cose rottamate dalla globalizzazione, il vecchio detto «parla come mangia».<br />
L’inglese è un fenomeno di immigrazione linguistica inarrestabile: ormai ce lo troviamo dappertutto, e se proprio sì vuole conservare quel celebre modo di dire nel suo significato etico-culturale sarebbe meglio pronunciarlo in negativo: non si parli come si mangia. Tuttavia, ha pensato la Lega, passi pure l’inglese, lingua di celebri college e della tecnologia avanzata, ma non l’arabo e il cinese.<br />
Le giustificazioni di queste prese di posizione non sono vaghe: rispondono alla volontà politica leghista di contrastare l’immigrazione, di contenere la sua pervasività, di difendere l’identità culturale padana da pericolose contaminazioni. Non è in questa prospettiva che vengono sostenute la conoscenza e la diffusione dei dialetti attraverso precise delibere in materia promulgate da tutte le amministrazioni in cui la Lega ha voce in capitolo?<br />
Per analogia, stessa cosa si dica sull’ostracismo alle insegne marocchine e cinesi. Chi si dovrebbe sentire in pericolo se un qualunque Mustafà, in regola con passaporto, permesso di soggiorno, tasse, piazza sopra il suo negozietto l’insegna con la scritta «Kebab»?<br />
Supponiamo che i responsabili della Lega si siano convinti delle mie parole e, dunque, che i provvedimenti anti insegne marocchino-cinese in realtà non sono un pericolo per nessuno, non offendono il sentimento padano, non costringono il signor Brambilla a rinunciare al suo amato dialetto lombardo. Però, gli si obietta, offendono il senso estetico. Brutte. Di fronte a una critica tanto perentoria, l’insegnante di estetica si sente messo all’angolo. D’accordo: molte di quelle insegne sono brutte, ma scritte in italiano non diventano certo. Ottima occasione, allora, per migliorare la qualità dell’arredo urbano delle nostre città, in cui le insegne hanno un ruolo importantissimo nella percezione estetica degli spazi e s’incominci pure, per dare l’esempio, a chiedere che quelle dei marocchini e dei cinesi siano belle.<br />
Adesso entriamo nelle loro botteghe. Siete proprio sicuri di volere che il commerciante musulmano vi intrattenga parlando correttamente l’italiano mentre vi rifornite per la prossima estate di un paio di quelle camicie di cotone leggere, a maniche corte, e a quadratini, ottime per attraversare una piazza sotto solleone? Io direi che il musulmano meno ci parla e più ci sentiamo in pace durante la scelta delle camicie.<br />
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<!-- m --><a class="postlink" href="http://www.ilgiornale.it/interni/la_polemica_ma_sullitaliano_negozi_carroccio_sbaglia_tutto/25-04-2010/articolo-id=440403-page=0-comments=1">http://www.ilgiornale.it/interni/la_pol ... comments=1</a><!-- m -->

Redazione Forum
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(AGI) - Roma, 24 apr - "Sono favorevole non al divieto di esporre insegne commerciali in caratteri diversi da quelli latini, ma all'obbligo di affiancare alle denominazioni in arabo, cinese, cirillico ecc.. anche quella in italiano". Cosi' il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio di Ministri Carlo Giovanardi ha commentato la proposta della Lega di proibire le insegne commerciali nelle lingue extracomunitarie.<br />
"Non e' ammissibile infatti come e' accaduto a Prato e sta accadendo a Roma che in grandi aree del territorio nazionale il cittadino italiano sia espropriato del diritto di poter leggere e capire la segnaletica nella lingua madre, come giustamente rivendicato e ottenuto a suo tempo in italia per la segnaletica e per la toponomastica dalle minoranze di lingua tedesca e slovena".<br />
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<!-- m --><a class="postlink" href="http://www.agi.it/iphone/notizie/201004241733-pol-rom0097-insegne_negozi_giovanardi_affiancare_sempre_l_italiano">http://www.agi.it/iphone/notizie/201004 ... l_italiano</a><!-- m -->

Redazione Forum
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R ecentemente alla fine del pranzo consumato in un ristorante ho chiesto ad uno dei camerieri, che era un immigrato, di portarmi una macedonia. Ma mi sono visto servire un gelato. Ho cercato di spiegare, ma è stato inutile ed alla fine ho desistito. Non mi sembra sbagliato, quindi, richiedere un test di italiano agli immigrati che vogliano aprire un negozio. Lo propone la Lega in un emendamento al decreto legge sugli incentivi, che ha sollevato molte polemiche sui giornali. Non meno opportuno mi sembra prescrivere per le insegne dei negozi l’uso della lingua italiana. Anche questo viene richiesto dalla Lega e non mi sembra né «autarchico», né «demagogico», come molti si sono affrettati a dire. Le insegne dei negozi, e, aggiungo, la cartellonistica pubblicitaria si rivolgono alla massa dei cittadini ed hanno un impatto visivo superiore a quello degli altri mezzi di comunicazione. Piuttosto il problema è più generale e non riguarda soltanto le lingue extracomunitarie.<br />
Nelle insegne dei negozi, infatti, troviamo un’alluvione di pseudoanglicismi: espressioni mosaico, costruite meccanicamente, come ad esempio house service per home delivery. Sembra di trovarsi in un Paese coloniale dove per comunicare ci si aggrappa a pezzi vaganti di lingua ed il risultato è quello di cadere nel comico involontario, come accade con Pizza center, Baby parking, Free hair per un parrucchiere - che non sta ad indicare, naturalmente, la gratuità del taglio -, Green shopping per un negozio di fiori, e via dicendo. La tendenza, come al solito, viene dall’alto, dove usa camuffare con un inglese inutile - sportswear - o falso - common rail - qualunque prodotto, come se non esistessero parole italiane o queste non fossero più capaci di veicolare un messaggio pubblicitario. Daremo un nome anglosassone, vero o presunto, anche a prodotti come le calzature, o la pasta, per cui siamo noti in tutto il mondo? Se mettiamo da parte la nostra lingua per il made in Italy, corriamo il rischio di non trovarla più neppure nelle «istruzioni per l’uso» degli elettrodomestici, dove è già minacciata dall’olandese e addirittura dal greco.<br />
Esiste in proposito un volumetto di Marco Andreolini e Claudia Racchetti uscito nel 1985 con il titolo Riconoscimento e tutela del diritto dei consumatori e dei cittadini all'informazione in lingua italiana (Pirola, Milano). In questo libro sono raccolte le pochissime norme che prescrivono l’uso della lingua italiana, a scopo di garanzia e di sicurezza, nel commercio, e se ne consiglia la lettura a chiunque abbia a cuore il problema. Non si tratta di un patriottismo di bandiera. Ci sono seri motivi per preferire termini italiani nella denominazione dei prodotti e nella loro presentazione. Il consumatore deve sapere ciò che acquista senza essere fuorviato da un termine o da un'espressione che nove volte su dieci non capisce anche perchè, nove volte su dieci, l’inglese usato è del tutto inventato e non corrisponde a nessun inglese registrato sui vocabolari.<br />
«Si potrebbe riattivare la legge, caduta in desuetudine, ma non credo cancellata, secondo cui le insegne e le indicazioni pubblicitarie con parole straniere debbono sempre portare anche la parola italiana», suggeriva Ignazio Baldelli sin dagli anni Ottanta. Era una minima proposta per salvaguardare le nostre tradizioni, artigianali, culinarie, ecc., che stanno a cuore non soltanto alla Lega, ma a tutti gli italiani.<br />
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<!-- m --><a class="postlink" href="http://www.ilgiornale.it/cultura/il_mistero_buffo_polemica_insegne_incomprensibili/30-04-2010/articolo-id=441753-page=0-comments=1">http://www.ilgiornale.it/cultura/il_mis ... comments=1</a><!-- m -->

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