L’italiano non è l’indonesiano

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L’italiano non è l’indonesiano

Il segretario dell’Associazione Esperanto ha accusato ieri il governo Berlusconi di volere soppiantare l’insegnamento dell’italiano con quello dell’inglese, tracciando un incerto paragone tra l’eventuale scomparsa dell’italiano con l’eventuale scomparsa dell’indonesiano.

Purtroppo l’accusa e il ragionamento dell’accusatore non stanno in piedi. L’insegnamento dell’inglese è essenziale nella società moderna visto che le lingue seguono l’evoluzione delle società e non il contrario (con buona pace di chi sostiene una lingua artificiale come l’esperanto). Altrimenti a quest’ora l’italiano nemmeno esisterebbe e noi parleremmo tutti latino. Privare i nostri ragazzi dell’inglese, la lingua madre della globalizzazione, vorrebbe dire privarli del loro futuro. E non che l’inglese sia così diffuso da sentire la necessità di lanciare qualsiasi tipo di allarme. Meno del 40 per cento della nostra popolazione lo mastica, un percentuale assolutamente insufficiente. Qualsiasi misura per aumentarne la diffusione nella scuola pubblica non solo è giusta ma è urgente.

Altro punto. Imparare bene una seconda lingua non vuol dire disimparare la lingua madre. Come dimsotrano tutti gli studi in materia, i bambini in particolare i ragazzi in generale non hanno nessuna difficoltà ad imparare due lingue contemporaneamente. Al contrario l’apprendimento ne stimola le capacità intellettuali. Certo non esisteranno mai due lingue madri: ma 1) chi ha mai sostenuto che l’inglese dovrebbe diventare la lingua madre di un bimbo italiano? 2) particolare meno noto ai profani di linguistica, perfino la lingua madre può cambiare negli anni, a seconda dell’ambiente in cui cresce il ragazzo. Per sfatare un falso mito: la prima lingua che un individuo apprende nella sua vita non è necessariamente la sua lingua madre.

Infine, invito Giorgio Pagano a rileggersi bene l’articolo del New York Times, As English Spreads, Indonesians Fear for Their Language”, che lui cita coem esempio del fatto che la diffusione dell’inglese possa diventare la ragione del declino della lingua italiana. La famiglia citata nell’articolo ha scelto di parlare in inglese ai figli a casa e a scuola. Ovviamente i bambini non parlano indonesiano: dove avrebbero dovuto impararlo?

Una sana coesistenza delle lingue rende invece ogni individuo socialmente più forte senza per questo motivo mettere a repentaglio la lingua del suo Paese.

Infine, un appunto personale. I paesi dove le elite tendono a concentrarsi sull’inglese, relegando in secondo piano la lingua nazionale, sono quelli che non sono in grado di offrire un futuro ai propri figli, vuoi perché troppo poveri o perché inesorabilmente in declino. Le elite, ovvero chi può permetterselo, fanno studiare l’inglese (la lingua del mondo) ai figli per permettere loro di avere un futuro al di fuori dei confini nazionali o comunque a contatto con multinazionali e organizzazioni internazionali.

L’Italia sta diventando ogni anno di più un Paese da cui fuggire, un Paese dove una classe dirigente rapace non è stata capace al di là di slogan e propaganda di offrire un futuro ai suoi i giovani più brillanti, i quali, in frotte, se ne stanno andando. In quale altro paese del mondo potrà essere utile loro l’italiano?

Le ragioni del successo attuale della lingua inglese va ricercata nella struttura stessa della nostra società, di una classe politica che da 15 anni ha fatto esclusivamente i propri interessi e anche nell’evoluzione del mondo contemporaneo più che nella volontà del ministro Gelmini di introdurre corso scolastici in inglese.

Attenzione a non fare del risultato la causa degli eventi.

http://bianchi.blogautore.espresso.repu … donesiano/




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