“L’italiano non è in declino”. Il controappello dei linguisti alla lettera dei 600 accademici.

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“L’italiano non è in declino”. Il controappello dei linguisti alla lettera dei 600 accademici.

Non si placa la polemica dopo la denuncia dei professori .“I nostri scolari sono tra i più bravi al mondo”. Ed è scontro anche sull’eredità intellettuale di De Mauro.

di Raffaella De Santis.

Il 4 febbraio seicento docenti universitari, tra i quali solo una piccola minoranza appartiene ai settori disciplinari che si occupano dello studio e dell’insegnamento delle lingue, ha pubblicato una letteraappello sulle scarse abilità di scrittura degli studenti universitari. II testo che qui pubblichiamo è la risposta redatta da Maria G. Lo Duca, che ha insegnato per molti anni Lingua italiana e Didattica dell’italiano all’Università di Padova, condivisa e sottoscritta da colleghi specialisti di Linguistica generale, Linguistica italiana, Linguistica romanza, Didattica delle lingue e da insegnanti. La versione integrale del testo si può leggere e sottoscrivere sul sito della Società di linguistica italiana e sul sito del Giscel. “Lettera di M.G. Lo Duca in risposta alla “proposta dei Seicento” sul declino della lingua italiana” Padova 7 febbraio 2017 Vorrei entrare nel merito di alcune questioni sollevate dalla lettera-appello e spiegare i motivi del mio parziale dissenso, forte della mia lunga esperienza professionale: ho insegnato ‘Lingua italiana’ per 46 anni, prima nella scuola media, poi al liceo scientifico, poi all’Università di Padova. La lettera attribuisce al ciclo dell’obbligo la causa dell’incerto uso della lingua scritta da parte dei giovani. L’idea sottostante è che la lingua nel suo apparato formale si debba insegnare ed apprendere nei primi anni, quelli che vanno grosso modo dai 6 ai 14 anni. Quello che avviene dopo non sembra interessare i firmatari della lettera. In realtà l’apprendimento della lingua, soprattutto delle abilità complesse che sottostanno alla stesura di un testo scritto formale, non si dà una volta per tutte: è un processo lungo e complesso, che riguarda tutta la vita scolastica, e non solo, di un individuo. D’altro canto, se si leggono le Indicazioni Nazionali per il primo ciclo del 2012, si vedrà che l’attenzione alla lingua è costante. Si potrebbero certamente fare dei ritocchi e migliorare alcuni dettagli, ma stravolgerne l’impianto sarebbe un errore grave. Non altrettanto direi delle Linee guida approntate per i Licei, gli Istituti tecnici e gli Istituti professionali nel 2010. Le indicazioni sulla lingua sono vaghe, generiche; la riflessione sulla lingua, che potrebbe, a questa età, fare da motore per l’innesto di mature abilità di scrittura, diventa un rapidissimo cenno che riguarda solo il primo biennio; il triennio, tutto orientato alla letteratura, anzi alla storia della letteratura, ne viene del tutto esonerato. Anche le prove di scrittura si riducono e si fossilizzano: via via che si sale nel corso degli studi si scrive sempre meno. Fatte salve le solite lodevolissime eccezioni, il compito in classe è ancora per molti studenti delle superiori l’unica vera occasione di scrittura richiesta dalla scuola, e l’unica, comunque, ad essere corretta e valutata. E adesso veniamo all’università. È vero, sono stati qua e là attivati in gran fretta corsi di recupero di italiano scritto e/o di grammatica italiana, ma l’università, al di là del recupero dei debiti pregressi, non investe nelle abilità linguistiche dei giovani, con didattiche mirate e specifiche relativamente ai diversi campi disciplinari. La scrittura specialistica, che è quella che ci si attende di trovare già formata nel momento della stesura della tesi di laurea, si impara con un lungo apprendistato. All’università si scrive poco, e non si corregge quasi mai: al massimo si rilevano – e si valutano – gli errori di contenuto, e ci si scandalizza del resto. Infine, avrei qualcosa da aggiungere sui corsi di studio che preparano i futuri docenti di lingua italiana. Il percorso universitario dovrebbe essere l’occasione in cui riprendere, approfondire e aggiornare le conoscenze accumulate disordinatamente nel corso degli anni (e in parte dimenticate) in fatto di lingua italiana. È qui che i futuri maestri e i futuri insegnanti di lettere dovrebbero studiare grammatica. Come ha scritto Tullio De Mauro: «Il bravo insegnante deve sapere tanta di quella grammatica […], deve sapersi destreggiare così bene tra i buoni dizionari della lingua italiana, da poter far vivere allo studente, dal livello elementare ai livelli sempre più complessi, delle medie superiori, l’esperienza di manipolazione della strumentazione grammaticale che una lingua ti mette a disposizione». Ma questo non accade quasi mai. Troppo spesso i piani di studio non prevedono neppure insegnamenti quali ‘Lingua italiana’ e ‘Grammatica italiana’. E così il cerchio si chiude. Avrebbe potuto rimediare una buona formazione post-lauream: le Scuole di Specializzazione per l’Insegnamento secondario (dette SSIS), attive in Italia per un decennio (2000-2010), sono state un tentativo generoso di dotare la nazione di una classe docente all’altezza dei suoi compiti. Ma sono state spazzate via da una improvvida riforma. Docenti di buona volontà cercano di sopperire alle carenze della loro formazione di base frequentando corsi di aggiornamento anche collaborando con le associazioni professionali degli insegnanti. Ma l’aggiornamento prevede una formazione pregressa e invece molti docenti mi hanno confessato che le loro conoscenze linguistico-grammaticali risalgono agli anni della loro prima formazione, quindi alla scuola elementare e media di 30, 40, 50 anni fa. Quel poco che sanno, e che cercano di replicare, lo hanno imparato allora. Che cosa dire di più?
Maria G. Lo Duca
(Da repubblica.it, 9/2/2017).

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