L’italiano non ci parla, il dialetto avellinese sì!

Posted on in Politica e lingue 23 vedi

La nostra lingua è così: ha un suono nel cielo ed un altro nell’abisso, e nel mezzo noi, umili portatori del nostro tesoro più grande.

 

Classica serata tra amici, tavola e risate; ad un certo punto mi viene in mente di chiedere: “Qual è l’espressione avellinese che usate di più?”. Al di là della diversità delle risposte, tutte sono state accomunate da una premessa: “Spesso quando mi incazzo dico….”.

Perché è vero che usiamo il dialetto tutte le volte che possiamo, ma lo sentiamo particolarmente nostro quando scegliamo di essere liberi di spegnere il bottone della razionalità e parlare di cuore, come quando ci arrabbiamo: lì ne possiamo assumere la piena potenza espressiva e liberarci, almeno per un attimo, da una lingua che continua ad essere sentita come imposta dall’alto da oltre 150 anni.

Il problema è tutto qui: l’italiano non ci parla! Non ha parlato con noi prima di obbligarci a parlarlo, e non parla di noi: non ha sofferto, amato, vissuto, dormito, lottato, con noi, insomma, non sa di noi. E’ significativamente sterile. Invece la nostra lingua ha il nostro odore: è la carta d’identità del nostro territorio, la chiave di lettura della nostra storia, l’iconografia della nostra cultura, radiografia del nostro DNA. 
E’ ci dice mille cose che nessun trattato di sociologia potrebbe rendere in maniera così plastica, poetica, in poche parole, artistica, e sintetica, perché possiamo aprirci un mondo millenario in una sola vocale.

Il nostro dialetto ci ricorda innanzitutto che eravamo pastori (del resto il nostro simbolo è l’agnello, poi il lupo…) e che prima del rapporto tra uomo e uomo esisteva quello tra uomo e animale domestico, con le sue vicende simbolo di quelle umane.
Da qui nasce, per esempio “puozzi fa l’ove” (nella sua variante più completa “puozzi fa l’ova fracite”) scherzosa (per lo più) frase di malaugurio rivolta a chi ci ha fatto prendere un colpo. “Ti possano uscire le uova marce” è insieme raffinata allegoria e personificazione: le uova dovrebbero uscire da un’ipotetica gallina di proprietà del tizio accusato e impedirgli di avere il sostentamento di giornata. Invece è l’uomo a farsi gallina ed essere colto da sterilità fecondativa. Sublime.

Sulla stessa riga, un super espressivo vaffa con le parole “chiavit’ ò puorc”, anche qui frase mozzata nel corso dei decenni, dalla più lunga “chiavit’ ò puorc che la scrofa ti schifa”. Inutile dire che cosa sia una maiala nell’iconografia popolare. L’invito a rivolgersi al porco indica da una parte, senza citarla mai (è lì il bello) l’assoluta bruttezza del soggetto che persino una maiala sceglie di ignorare, ma anche l’importanza e la perenne presenza del maiale nella casa di campagna, che in questo caso può soddisfare anche necessità intime.

Ma ci ricorda anche che quei pastori hanno assaggiato alcune delle più grandi civiltà della storia, diventando prima greci e poi latini. Il greco, in particolare, è presente nelle espressioni più sintetiche del nostro dialetto, tra cui la coloratissima “O’ ì!”

“O’ ì?”, è inno di successo, che mima con tutto il corpo la ragione di chi parla e il torto dell’interlocutore. E’ il “lo vedi (che ho ragione)?”, scandito in due momenti distinti: mentre si pronuncia la O’ sì guarda l’altro con occhi sgranati e vene tirate, per la furia di una ragione troppo repressa che quasi urla in faccia, mentre la I’, con tanto di dito puntato sulla ragione del contendere, indica il punteggio segnato in tuo favore, che non cambierà mai. Game, set, match, direbbero in altre lingue, a noi basta “O’ ì?”, o per meglio dire basterebbe.

Perché sapere che in realtà tutta l’espressione è praticamente il ricalco della stessa in greco arcaico, quello dei primi coloni sulle coste campane, mi dà personalmente un senso di orgoglio e mistura mentre parlo un dialetto dalla storia che nessun altro avrà mai, tantomeno quello napoletano.

Perché la nostra lingua è così, ha un suono nel cielo ed un altro nell’abisso, e nel mezzo noi, umili portatori del nostro tesoro più grande.

Fonte: orticalab.it




0 Commenti

Ancora non ci sono commenti
Lasciane uno tu per primo!
You need or account to post comment.