L’italiano lingua in gabbia

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Così lo definiva Meneghello, in rapporto ai dialetti,liberi da regole

Il 2011, anno di celebrazione dei 150 anni dell’Unità d’Italia, non è lontano, e si moltiplicano le iniziative per ricordarlo. Per secoli la nostra penisola è stata una divisione geografica, non già una nazione. Per secoli gli abitanti (governi diversi, diversi i costumi) non sono riusciti a essere un popolo: sono stati molti popoli che non hanno avuto altro di comune che la lingua formatasi sul modello dei nostri grandi scrittori. E ora finalmente, anche se ancora non si sono fatti del tutto gli italiani (visto che si blatera spesso di devolution o di secessione), esiste una lingua media comune, nota e praticata dalla quasi totalità dei parlanti, che fa da collante, segna un’identità, raccoglie la memoria della nazione.

L’italiano è diventato la lingua di tutti. Ed è un gran bene. Che la quasi totalità degli italiani parli italiano, dopo secoli che questa lingua è stata soprattutto scritta e non parlata, lingua di cultura e non di natura, è un grande traguardo. La lingua di natura è stata per secoli il dialetto. L’italiano si imparava come se fosse straniero. Così appariva in un sonetto del Belli a un popolano, il quale non riusciva a capacitarsi che si dovesse «impara’», cioè «insegnare» l’italiano a un italiano (son. 1171, La lezzione der padroncino: «Oh ddi’, Bbastiano, / si nun ze chiama avé pperzo er cervello / d’imparà l’itajjano a un itajjano»). Ancora nel primo Novecento l’italiano lo si apprendeva a fatica: «una lingua in gabbia», come l’ha chiamata Luigi Meneghello in Jura, che si cominciava a scrivere a scuola tra i «binari» (le righe dei quaderni), una lingua che pareva contrapposta al dialetto che si parlava, sentito come libero da regole e costrizioni.

Comunque sia, ora l’italiano, dicevo, è diventato dopo tanto la lingua di tutti. E la cosa non è di poco conto se penso che a Torino (lo ricorda Bianca Guidetti Serra nella sua recente autobiografia Bianca la Rossa, Einaudi) Badoglio, al ritorno dalla guerra d’Etiopia, dopo un breve discorso dal balconcino di Palazzo Campana, si era rivolto alla folla concludendo: «Türineis, si ‘l eve ‘ncura da bsogn, sun ancura sì!», Torinesi, se avete bisogno, io sono ancora qui.

L’unità raggiunta non toglie però che ancor oggi moltissimi italiani quanto alla lingua sentano di appartenere più alla «piccola» che alla «grande patria». La nostra, è vero, è una storia tutta comunale e regionale, e ancora se ne sentono i riflessi. Noi non abbiamo l’orgoglio di una identità linguistica. Sono stato felice di aver letto di recente in Raffaele La Capria quest’annotazione: «ogni volta che riesco a comporre una frase ben concepita, ben calibrata e precisa in ogni sua parte, una frase salda e tranquilla nella bella lingua che abito, e che è la mia patria, mi sembra di rifare l’Unità d’Italia».

http://www3.lastampa.it/libri/sezioni/p … tp/170132/




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