L’italiano diventerà solo un dialetto parlato in famiglia?

Posted on 9 febbraio 2018 in Politica e lingue 11 vedi

L’italiano diventerà solo un dialetto parlato in famiglia?

Caro Beppe Severgnini, ritengo indispensabile, a prescindere dalle materie studiate, che una università moderna offra interi corsi di laurea, o almeno una parte delle lezioni, anche o solo in inglese, ma che da questo si passi ad una università pubblica che offra esclusivamente corsi di laurea in inglese mi sembra eccessivo, e pericoloso per il futuro della nostra lingua. Non tutto si traduce in italiano, per ovvie ragioni, ma questo non impedisce (almeno per ora) agli esperti di discutere la corrente ricerca scientifica in lingua italiana. Se però cominciamo a dire che si può discutere di ingegneria a livello avanzato solo in inglese, che cosa seguirà? La matematica? La medicina? L’economia? Arriveremo tra trenta, cinquanta, o cento anni a dover usare l’inglese con il nostro medico, con il nostro commercialista, con l’architetto che sta progettando la nostra casa? E cosa sarà l’italiano a quel punto, solo un dialetto parlato in famiglia? Dove in Europa si ricorre a misure così drastiche? Vivo in Svezia. Praticamente tutti gli svedesi parlano un inglese fluente, e gli insegnamenti tenuti in inglese certo non mancano, eppure anche per le materie tecnico-scientifiche, la quasi totalità delle lauree triennali e un gran numero di master biennali sono offerti in svedese, oppure esistono in doppia versione, svedese e inglese. E questo non nuoce alle università a livello di graduatorie internazionali (3 università nelle top 100) non scoraggia la presenza di studenti, ricercatori e professori stranieri in Svezia e non impedisce agli ingegneri e scienziati svedesi di lavorare altrove. Se la Svezia, con 10 milioni di abitanti, ritiene importante mantenere lo svedese come lingua di insegnamento superiore, perché anche in Italia non possiamo difendere l’italiano senza essere accusati di essere retrogradi e oscurantisti? Cordialmente,
Daria Lucrezia Peruffo , d.l.peruffo@gmail.com

italians.corriere.it | 9.2.2018

Lavoro: nelle scienze l’inglese è indispensabile.

Caro Beppe, sono ingegnere dal ’99 e lavoro soprattutto all’estero per una multinazionale italiana. L’inglese è la mia lingua di lavoro. Non per questo ho dimenticato l’italiano. In realtà ci vivo in Italia. Vorrei dire a chi teme per noi e per la nostra identità nazionale che forse il pericolo non arriva dai libri universitari scritti in ottimo inglese. Anzi, forse questi sono una benedizione: ci fanno uscire dal nostro provincialismo e ci aprono gli occhi. Costoro inoltre temono che l’Italia rischi la marginalità e l’irrilevanza. Non si preoccupino: l’Italia è già irrilevante a livello politico. A livello industriale poi dobbiamo sempre rincorrere i nostri amici tedeschi. Figuriamoci se possiamo recitare il ruolo della grande potenza come i “retromarcisti”, come li hai chiamati tu, pretenderebbero. Non so se questo “angloide” (forse “pidgin” andrebbe meglio) soppianterà mai la nostra lingua. Nell’industria è solo una brutta moda: uno deve saperlo per essere di moda. E’ un gergo da sapere per non essere tagliati fuori. Nelle scienze invece, mi sembra che lo studio di una materia in una lingua estera porti anche al miglioramento della propria lingua. Per forza: uno deve rielaborare i concetti per impadronirsene, e per farlo si usa la lingua che si sa meglio. A quel punto il libro potrebbe anche essere scritto in aramaico o in sanscrito. In conclusione mi pare che la perdita della lingua madre sia solo sintomo d’ignoranza e sciatteria, non d’istruzione, avanzamento del proprio livello culturale e visione internazionale. Cordiali saluti,
Andrea Lottini , andrea.lottini@gmail.com

italians.corriere.it | 8.2.2018




0 Commenti

Ancora non ci sono commenti
Lasciane uno tu per primo!
You need or account to post comment.