L’italiano dimenticato.

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L’approfondimento di Libero.

L’italiano dimenticato.

Dopo la denuncia dei prof contro gli studenti sempre più asini
Al capezzale della lingua italiana Perché soffre e cosa può salvarla
Leggiamo poco, parliamo male e scriviamo sempre peggio: colpa dei social e dell`abbandono del latino a favore della tecnologia. I rimedi per la scuola.

Gianlcuca Veneziani.

Io speriamo che me la cavo, disse la lingua italiana allettata e un tantino malandata, che da tempo soffriva di congiuntivite acuta, neologite cronica, accentuata apostrofite e ortografite patologica. Intervennero allora 600 dottori i quali, dopo una visita accurata, le fecero una diagnosi impietosa: «Lei si trascura troppo, signora: viene letta poco, parlata male e scritta peggio, soprattutto dagli studenti». Alcuni la diedero per moribonda, visto che a quell’età, oltre mille anni sul groppone, corri il rischio di rimanerci secca. Altri dissero che moriva perché non parlava più con le lingue morte, e si atteggiava a giovane, indossando abiti «petalosi» come una vecchia ridicola che si imbelletta. Non mancò chi auscultandola, come Ernesto Galli Della Loggia, sostenne che il problema fosse la sua eccessiva apertura alle forme del parlato, figlia di un malanno cominciato un cinquantennio fa, e che si chiamava Sessantotto. E chi, come Massimo Cacciari, disse che il suo stato di salute si era aggravato da quando a scuola non parlava più il lessico della letteratura ma quello tecnico-professionale. Noi invece, per un consulto medico soddisfacente, ci siamo rivolti a Gian Luigi Beccaria, noto linguista che nel suo ultimo libro, L’italiano che resta, ha raccolto come in una cartella medica tutti i mali della nostra lingua e ha prescritto anche alcune possibili cure. «Secondo i dati dell’Invalsi», ci dice mentre chiediamo preoccupati notizie del degente, «il 26 per cento degli studenti fa errori di grammatica e il 78 per cento ha difficoltà con la punteggiatura. Ma il vero problema è la sintassi. La nostra lingua soffre di un collasso sintattico, gli studenti non hanno più la capacità di argomentare, gerarchizzare le idee e costruire un testo e negli scritti passano, come se nulla fosse, di palo in frasca». Per comprendere l’origine del problema, suggerisce il professore, «non basta un linguista, ci vorrebbe un neuroscienziato». Ma noi preferiamo fidarci della sua diagnosi. «Alla base», continua il nostro, «c’è il mito della velocità legato alla civiltà della fretta, in cui l’immagine prevale sulla parola e manca il tempo per riflettere sui rapporti causa-effetto. Così tutti oggi, grazie ai mezzi informatici, scrivono e in grande quantità, ma quasi tutti lo fanno molto male».
I classici.
Certo, non si può dare l’intera colpa alla tecnologia. Ad aggravare le condizioni di salute della lingua ci pensano, sostiene Beccaria, due altri fattori. Il primo è la completa dimenticanza dei classici. «A scuola non si legge più la grande letteratura, ed è difficile scrivere e
parlare bene se non leggi cose buone». Il secondo aspetto è la trascuratezza in cui oggi viene lasciato il latino, che pure è maestro di logica, di consecutio temporum e articolazione dei pensieri. «In Belgio», dice il prof, «ogni studente impara al giorno 20 nuove parole in latino. Noi invece rinneghiamo questa lingua o chiediamo agli studenti di tradurre le versioni direttamente in inglese, come ha fatto il liceo Tito Livio a Milano. È il sintomo di un provincialismo che poi conduce i giovani ad abusare di anglismi francamente ridicoli. Penso all’orrendo termine “ticketteria” al posto di “biglietteria”».
Le riforme
Se l’italiano se la passa male, a battersi il petto non devono essere solo gli studenti, ma anche chi quella scuola la governa. Come la classe politica. «Negli ultimi vent’anni» avverte Beccaria, «siamo stati presi da una continua ansia di riformare. A ogni cambio di governo si cambiava, si aggiungeva, si sopprimeva». Si è passati così dalla scuola-lavoro della riforma Berlinguer alle tre I (inglese, impresa, informatica) della riforma Moratti. «Io piuttosto», sottolinea il prof, «propongo di puntare su due altre I, Italiano e Interdisciplinarità: approfondire lo studio della lingua, ma anche incrociare i saperi, perché non si può insegnare la letteratura e la grammatica, senza l’arte, la filosofia o il melodramma. Ci vuole connessione tra le discipline, altro che lo specialismo imperante». E poi ci sono i professori, il corpo docente che alcuni considerano un corpo a sua volta malato, intaccato da ideologia, impreparazione e scarsa motivazione. «Bisogna tuttavia essere onesti», ci dice Giorgio Simonelli, professore di Giornalismo radiofonico e televisivo all’Università Cattolica di Milano e opinionista della trasmissione Tv Talk. «Gli insegnanti, soprattutto quelli di medie ed elementari, sono degli eroi. Per una paga misera, devono far fronte a classi enormi, dove a volte il numero degli studenti raggiunge le 35 unità, e insegnare l’italiano, con il doppio della fatica, a ragazzi che provengono da altri Paesi». Ma naturalmente c’è un’altra «insegnante» responsabile, la Cattiva Maestra televisione che ormai, più che all’alfabetizzazione di massa, sembra contribuire al semianalfabetismo di ritorno. «Mi colpisce molto», avverte Simonelli, «la trascuratezza linguistica in tv che porta a utilizzare espressioni come “più intimo” e “più estremo”, errori da segnare in blu già in prima elementare perché aggiungono un “più” a parole che sono già dei superlativi». Anche qui però bisogna sforzarsi di pensare in chiave costruttiva. «La tv dovrebbe tornare in parte alla sua vecchia funzione pedagogica, promuovendo quiz divertenti sulla lingua, come capita in Francia, in grado insieme di insegnare e divertire». È solo una delle “terapie” che Simonelli prescrive per guarire quel degente chiamato lingua italiana.
In rete
«Io agirei», ci dice sorridendo, «anche sui social network e stabilirei delle sanzioni per chiunque scrive post con degli
strafalcioni. Sbagli il congiuntivo o scrivi un pò con l’accento? Vieni sospeso da Facebook o Twitter per dieci giorni, come capita quando pubblichi immagini scabrose. Punito, insomma, per aver offeso la lingua italiana». Per scongiurare l’abuso di termini inglesi, Simonelli suggerisce invece di adottare l’arma dell’ironia. «Si potrebbe imporre per legge l’autarchia linguistica su alcuni termini, come fece ai tempi Mitterrand in Francia. Ma suonerebbe troppo coercitivo. Piuttosto invito i comici a fare satira su chi inserisce parole inglesi nel discorso solo per darsi un tono. Penso al portiere della Juve, Buffon, quando adotta il termine “performare”. Ma cosa diavolo vuol dire, non sarebbe meglio dire “fare una prestazione”?». Da ultimo, l’idea di sdoganare l’italiano come lingua universale, rendendola un marchio caratterizzante (guai a dire brand!) del nostro Paese al pari del cibo o della moda. «Bisognerebbe creare un Eataly della lingua, permettendo a tutti di gustare questo piatto linguistico, appetitoso come il Prosciutto di Parma». Forse così, insieme alla lingua, riusciremo a guarire la nostra Penisola acciaccata. Per dirla alla Massimo D’Azeglio, salvato l’italiano, salveremo anche l’Italia.
(Da Libero Quotidiano, 13/2/2017).

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