L’Italiano che non c’è più

Posted on in Politica e lingue 3 vedi

L’italiano che non c’è più

di Vincenzo Pardini

Da qualche tempo si va parlando delle parole straniere, ormai entrate nel tessuto della nuova lingua, stravolgendola e togliendole armonia e musicalità. Quell’armonia e quella musicalità che sono la spina dorsale della nostra migliore letteratura, e che solo i grandi, veri scrittori, nelle loro opere, riescono a far vibrare proprio attraverso le assonanze dei vocaboli. Scrittori creativi, che oltre a saper fare poesia, coniarono anche nuove parole, frasi e termini. Cosa di cui fu maestro Gabriele D’Annunzio come, or non è molto, ha rilevato su questo giornale Giordano Bruno Guerri, presidente della Fondazione Vittoriale degli Italiani, la casa del Vate a Gardone Riviera.
Non solo lui, ma tutti gli autori del Novecento ebbero per la lingua amore e attenzione. Le parole erano elementi vivi e insostituibili all’arte del narrare, quindi da preservare e tutelare alla stregua di un patrocinio di memoria, identità e cultura. Adesso, tutto questo, con l’immissione di locuzioni e termini stranieri, sta creando dei colpi d’arresto, con vuoti e dissonanze che tolgono alla lingua italiana fascino e caratteristica. Non solo. Creano anche confusione e imbarazzo, specie se non si ha conoscenza dell’inglese.
Tutti o quasi, ormai, dobbiamo vedercela col computer e con la gamma delle parole che indicano accessi a programmi ed applicazioni. Il login, termine ovviamente inglese d’accesso a un sistema, può risultare di difficile interpretazione a chi non abbia un minimo di dimestichezza con tale idioma. Così può accadere con directory e home page. Perché non vengono indicati con la nostra lingua, ma ce ne viene imposta un’altra? Cosa accadrebbe se agli stranieri venisse imposto l’italiano proprio riguardo l’uso del computer? Senza avvedercene, stiamo dando sempre meno peso e importanza a una parte di ciò di cui siamo fatti: la lingua dei nostri padri.
Tanto che sovente, come in certi programmi televisivi, viene travisata decade (dal greco dekàs poi divenuta decàs in latino) attribuendole il significato di esprimere un decennio, mentre designa un periodo di dieci giorni. Ci stiamo, insomma, discostando dalla lingua madre, lasciandola invadere e inquinare. Tanto che abbiamo sempre meno memoria di tutti quegli scrittori, e fior di scrittori, che oltre all’italiano puro, usavano anche il dialetto: Tozzi, Viani, Pea e altri. E perdendo le nostre parole, perderemo anche il meglio di noi. Dalla memoria alle idee.
(Da La Nazione, 20/3/2012).




0 Commenti

Ancora non ci sono commenti
Lasciane uno tu per primo!
You need or account to post comment.