L’Italiano al terzo posto?

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L’italiano al terzo posto?

di Carlo Ossola

Il 31 gennaio scorso, Amin Maalouf ha presentato alla Commissione europea la relazione del lavoro svolto dal gruppo di riflessione che egli presiedeva, intitolata “Una sfida gratificante” e dedicata al multiculturalismo e all’integrazione, lievito della nuova Europa.

I suggerimenti indirizzati ai cittadini e ai governi europei propongono, per migliorare il dialogo e la comprensione reciproca, l’apprendimento di almeno tre lingue: quella materna, una lingua che faccia da veicolo nella comunicazione ordinaria del “villaggio globale”, e una lingua “elettiva” che esprima le scelte, i gusti, la personalità di ciascuno. E’ una proposta già avanzata, dieci anni or sono, dalla cattedra del Collège de France, da Harald Weinrich, e da altre voci autorevoli della mai spenta tradizione romanza dell’Europa.

Che cosa significa in concreto tale progetto per l’italiano:

a) Il nostro idioma, pur gentile, non può certo aspirare ad essere “lingua franca”: al momento questo ruolo è assunto dall’inglese; domani potrà essere lo spagnolo, o l’arabo o il cinese; non più l’italiano.

b) Si deve essere coscienti che è problematico oggi persino parlare di italiano come “lingua materna”: in diversi quartieri e scuole elementari e medie delle nostre città di immigrazione, l’italiano è sempre più “lingua seconda” (vale a dire lingua di contesto, mentre quella materna è l’arabo o qualche lingua slava o il cinese, eccetera). Si aggrava, per spinte centrifughe e nostalgiche di qualche regione e di qualche partito anche la “rianimazione” dei dialetti; sicché l’italiano già mortificato dalla barbarie linguistica della televisione, è seriamente minacciato perfino nella formulazione più semplice che a esso affidava la riforma della Scuola media del 1963, cioè quella di disciplina in cui “conseguono chiarezza” i contenuti di tutti gli altri saperi. L’italiano a gliommeri e bozzacchioni, sotto la specie di un populismo linguistico sempre pronto alle scorciatoie argomentative per cedere all’evidenza dell’urlo, ha fatto strage della lingua come luogo del descrivere, narrare, dialogare che era nel progetto del “signor Palomar” di Italo Calvino, uno dei rari – con Primo Levi – che abbia sempre mirato alla necessità di stringere il nodo tra lingua e ragione. Questo, in ogni caso il compito della scuola.

c) L’italiano può ancora ambire a essere, per la ricchezza della sua civiltà e delle sue arti, “lingua elettiva” dei cittadini europei. Ma ottenerlo è sfida che richiede un impegno di studi e di etica non surrogabile solo dal nostro bel paesaggio.

Ha scritto infatti Yves Bonnefoy che l‘arte italiana è l’“arrière pays”, il retroterra di qualsiasi esperienza e memoria del bello; e Osip Mandelštam osservò che per leggere Dante occorre uno sguardo volto al futuro. Questo è l’ambito della civiltà italiana: la memoria di una perfezione condivisa, l’esercizio preveggente di un pensiero capace di abbracciare gli “universali” della condizione umana. Questa universalità non è somma di digressioni all’infinito: è, al contrario, come scrisse Jorge Luis Borges della “Divina Commedia”, capacità di racchiudere tutta una vita in un verso. Comprendere gli universali, stringerli in sintesi, offrirli come una “prospettiva”: arte, filosofia, poesia, spiritualità chiamate a dar forma all’essenziale.

Questo è ciò che la civiltà italiana ha offerto nei secoli all’Europa, come ricordò Gianfranco Folena nel suo affresco “L’italiano in Europa” (Einaudi 1983), ed è ciò che l’Europa ancora attende da noi. Non un cumulo di rovine, di folklore, di spaghetti e P38, ma una sapienza nella quale valga la pena di immergersi e un poco identificarsi. Bisogna guardare, nella sciatta debolezza del nostro pensarci come italiani, guardare a quell’Europa che della nostra civiltà si è nutrita, dare a essa

voce perché ci restituisca di noi la parte migliore.

In nome di questi principi, si è aperto quest’anno a Lugano, nell’Università della Svizzera italiana, una laurea specialistica e un dottorato in Letteratura e civiltà italiana; vi insegnano, insieme a illustri docenti italiani e svizzeri, anche insigni studiosi delle arti e della musica che dall’Europa – da Gehrard Wolf a Victor Stoichita, da Jurgen Maehder a Francisco Jarauta a Christoph Frank – e in un italiano perfetto, riportano come in un ideale “gran tour” dei secoli e delle arti, al nostro presente le ragioni, i modelli, gli ideali che hanno fatto dell’Italia il compimento elettivo di molte vite. E anche dall’Oriente vengono gli studenti, anche da Hanoi. Certo se l’italiano vuole restare, ridivenire, lingua “elettiva”, deve meritare questa elezione. Occorre essere esigenti con noi stessi, nel reclutamento della classe dirigente e dei ricercatori nelle Università. Occorre dire con Goethe: “Se devo farti vedere i dintorni, / bisogna che tu salga sul tetto” (“Libro delle massime”).

Occorre superare il concetto di lingua come “territorio” e pensare a quel più largo orizzonte di coscienza che ha portato, attraverso l’italiano (da Beccarla a Primo Levi) lievito e responsabilità d’Europa, coscienza di unità, vivida presenza di una speranza: “E sulle colline di Voronej, nate ieri, /Ho sempre la radiosa nostalgia /Di quelle di Toscana, più limpide e panumane” (O. Mandelštam, “Essere in vita”). L’italiano, luminosità di uno sguardo “panumano”.

(Da Il Sole24 Ore, 3/2/2008).

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Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

L’italiano al terzo posto?<br /><br />
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Il 31 gennaio scorso, Amin Maalouf ha presentato alla Commissione europea la relazione del lavoro svolto dal gruppo di riflessione che egli presiedeva, intitolata “Una sfida gratificante” e dedicata al multiculturalismo e all’integrazione, lievito della nuova Europa.<br /><br />
I suggerimenti indirizzati ai cittadini e ai governi europei propongono, per migliorare il dialogo e la comprensione reciproca, l’apprendimento di almeno tre lingue: quella materna, una lingua che faccia da veicolo nella comunicazione ordinaria del “villaggio globale”, e una lingua “elettiva” che esprima le scelte, i gusti, la personalità di ciascuno. E’ una proposta già avanzata, dieci anni or sono, dalla cattedra del Collège de France, da Harald Weinrich, e da altre voci autorevoli della mai spenta tradizione romanza dell’Europa.<br /><br />
Che cosa significa in concreto tale progetto per l’italiano:<br /><br />
a) Il nostro idioma, pur gentile, non può certo aspirare ad essere “lingua franca”: al momento questo ruolo è assunto dall’inglese; domani potrà essere lo spagnolo, o l’arabo o il cinese; non più l’italiano.<br /><br />
b) Si deve essere coscienti che è problematico oggi persino parlare di italiano come “lingua materna”: in diversi quartieri e scuole elementari e medie delle nostre città di immigrazione, l’italiano è sempre più “lingua seconda” (vale a dire lingua di contesto, mentre quella materna è l’arabo o qualche lingua slava o il cinese, eccetera). Si aggrava, per spinte centrifughe e nostalgiche di qualche regione e di qualche partito anche la “rianimazione” dei dialetti; sicché l’italiano già mortificato dalla barbarie linguistica della televisione, è seriamente minacciato perfino nella formulazione più semplice che a esso affidava la riforma della Scuola media del 1963, cioè quella di disciplina in cui “conseguono chiarezza” i contenuti di tutti gli altri saperi. L’italiano a gliommeri e bozzacchioni, sotto la specie di un populismo linguistico sempre pronto alle scorciatoie argomentative per cedere all’evidenza dell’urlo, ha fatto strage della lingua come luogo del descrivere, narrare, dialogare che era nel progetto del “signor Palomar” di Italo Calvino, uno dei rari – con Primo Levi – che abbia sempre mirato alla necessità di stringere il nodo tra lingua e ragione. Questo, in ogni caso il compito della scuola. <br /><br />
c) L’italiano può ancora ambire a essere, per la ricchezza della sua civiltà e delle sue arti, “lingua elettiva” dei cittadini europei. Ma ottenerlo è sfida che richiede un impegno di studi e di etica non surrogabile solo dal nostro bel paesaggio. <br /><br />
Ha scritto infatti Yves Bonnefoy che l‘arte italiana è l’“arrière pays”, il retroterra di qualsiasi esperienza e memoria del bello; e Osip Mandelštam osservò che per leggere Dante occorre uno sguardo volto al futuro. Questo è l’ambito della civiltà italiana: la memoria di una perfezione condivisa, l’esercizio preveggente di un pensiero capace di abbracciare gli “universali” della condizione umana. Questa universalità non è somma di digressioni all’infinito: è, al contrario, come scrisse Jorge Luis Borges della “Divina Commedia”, capacità di racchiudere tutta una vita in un verso. Comprendere gli universali, stringerli in sintesi, offrirli come una “prospettiva”: arte, filosofia, poesia, spiritualità chiamate a dar forma all’essenziale. <br /><br />
Questo è ciò che la civiltà italiana ha offerto nei secoli all’Europa, come ricordò Gianfranco Folena nel suo affresco “L’italiano in Europa” (Einaudi 1983), ed è ciò che l’Europa ancora attende da noi. Non un cumulo di rovine, di folklore, di spaghetti e P38, ma una sapienza nella quale valga la pena di immergersi e un poco identificarsi. Bisogna guardare, nella sciatta debolezza del nostro pensarci come italiani, guardare a quell’Europa che della nostra civiltà si è nutrita, dare a essa <br /><br />
voce perché ci restituisca di noi la parte migliore. <br /><br />
In nome di questi principi, si è aperto quest’anno a Lugano, nell’Università della Svizzera italiana, una laurea specialistica e un dottorato in Letteratura e civiltà italiana; vi insegnano, insieme a illustri docenti italiani e svizzeri, anche insigni studiosi delle arti e della musica che dall’Europa – da Gehrard Wolf a Victor Stoichita, da Jurgen Maehder a Francisco Jarauta a Christoph Frank – e in un italiano perfetto, riportano come in un ideale “gran tour” dei secoli e delle arti, al nostro presente le ragioni, i modelli, gli ideali che hanno fatto dell’Italia il compimento elettivo di molte vite. E anche dall’Oriente vengono gli studenti, anche da Hanoi. Certo se l’italiano vuole restare, ridivenire, lingua “elettiva”, deve meritare questa elezione. Occorre essere esigenti con noi stessi, nel reclutamento della classe dirigente e dei ricercatori nelle Università. Occorre dire con Goethe: “Se devo farti vedere i dintorni, / bisogna che tu salga sul tetto” (“Libro delle massime”). <br /><br />
Occorre superare il concetto di lingua come “territorio” e pensare a quel più largo orizzonte di coscienza che ha portato, attraverso l’italiano (da Beccarla a Primo Levi) lievito e responsabilità d’Europa, coscienza di unità, vivida presenza di una speranza: “E sulle colline di Voronej, nate ieri, /Ho sempre la radiosa nostalgia /Di quelle di Toscana, più limpide e panumane” (O. Mandelštam, “Essere in vita”). L’italiano, luminosità di uno sguardo “panumano”. <br /><br />
(Da Il Sole24 Ore, 3/2/2008). <br /><br />
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