L’italiano a Bruxelles

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CORRIERE DELLA SERA
27-05-2005

SERGIO ROMANO
L’uso dell italiano a Bruxelles e l’Italia in Europa

Recentemente lei ha scritto che la politica estera italiana non ha saputo sempre essere all'altezza del ruolo che spetterebbe al Paese in virtù della posizione geopolitica e dell'importanza economica. Mi piacerebbe sapere che cosa pensa del fratto che l'italiano è stato escluso dalle lingue principali dell'Unione Europea (inglese, francese, tedesco), nonostante l'Italia sia il terzo suo grande contribuente. Perché ciò è avvenuto e quali potrebbero essere le conseguenze?

Danilo Giurdanelladanilo.giurdanella@gmail.com

Caro Giurdanella,
so che la rappresentanza a Bruxelles ha molto lavorato per l'uso dell'italiano nelle conferenze stampa e spero che abbia avuto successo. Ma le confesso che non mi faccio molte illusioni. Le ragioni sono in parte obiettive, in parte imputabili al profilo dell'Italia a Bruxelles. Le ragioni obiettive sono l'irresistibile ascesa dell'inglese e la modesta utilità dell'italiano su scala internazionale. Il francese è ancora, nonostante tutto, la lingua di una parte del Canada, dell'Africa e di quei Paesi del Levante, dai Balcani al Medio Oriente,
dove l'influenza politica e culturale della Francia è stata, sino a qualche decennio fa, considerevole. Il tedesco è la lingua di una Mitteleuropa che comprende la Svizzera, l'Austria, la Croazia, la Slovenia, e, per certi aspetti, l'Ungheria, la Repubblica Ceca, la Slovacchia, una parte del Baltico. L'italiano è stato sino alla seconda metà dell'Ottocento la lingua veicolare del Mediterraneo ed è ancora una delle tre lingue ufficiali della Confederazione elvetica. Ma gli emigrati italiani nell'Europa centro-settentrionale e nelle Americhe erano troppo umili e modesti (la maggioranza parlava soltanto il dialetto) per diffondere l'uso della propria lingua nel Paese di cui sono divenuti cittadini. Negli Stati Uniti, in questi ultimi decenni, i nipoti di nonni e bisnonni italiani hanno dimostrato un certo interesse, durante gli studi universitari, per le loro «radici». Ma si tratta pur sempre di fenomeni statisticamente marginali. Ne abbiamo la prova quando constatiamo che le cattedre di italiano, non appena le facoltà di lettere cominciano ad avere problemi finanziari, sono fra le prime a diventare «superflue». Ma altre ragioni sono imputabili al modo in cui l'Italia ha utilizzato e gestito la sua partecipazione alle Comunità europee. Abbiamo avuto due presidenti di Commissione: Franco Maria Malfatti dal 1970 al 1972 e Romano Prodi dal 2000 al 2004. Ma il primo abbandonò improvvisamente l'iricarico per partecipare alle elezioni politiche anticipate del 1972 e il secondo non nascose mai, sin dall'inizio del mandato, che la sua principale ambizione era il ritorno alla politica italiana. Abbiamo avuto buoni commissari (fra gli altri Emma Bonino, Mario Monti, Lorenzo Natali, Filippo Maria Pandolfi, Altiero Spinelli), ma la classe politica ha generalmente considerato gli incarichi europei come una giubilazione e Bruxelles come un esilio dorato. Mentre i francesi, gli inglesi, gli spagnoli e i tedeschi hanno formato un consistente gruppo di funzionari che conoscono bene i meccanismi comunitari e possono influire sugli orientamenti della Commissione, i nostri governi hanno prestato a questo problema un'attenzione distratta e i nostri burocrati hanno preferito scaldarsi al sole dei potere romano piuttosto che lavorare in «periferia». L'importanza di una lingua a Bruxelles dipende, in ultima analisi, dalla qualità e dal prestigio degli uomini e delle donne che un Paese manda nella capitale dell'Europa. Noi abbiamo fatto investimenti modesti e incassiamo profitti mediocri.

Questo messaggio è stato modificato da: swolski, 30 Mag 2005 – 09:29 [addsig]




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