L’Italia non è più Lamerica

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Oggi al Festivaletteratura di Mantova la scrittrice Elvira Dones si racconta
È possibile che uno scrittore, a un certo punto della sua vita, senta che la lingua che ha sempre abitato, quella attraverso la quale ha sempre dato forma alle sue opere, non vada più bene. O meglio, è possibile che in quel momento a quello scrittore capiti di sentire che la sua scrittura appartiene ormai a un’altra lingua. Elvira Dones non ha mai vissuto in Italia, ma da un po’ di tempo ha smesso di scrivere i suoi romanzi in albanese, e ha cominciato a farlo in italiano.
Non per scelta, dice. Questione di viscere e sentimenti, piuttosto. Nata a Durazzo, cresciuta a Tirana, ha lasciato l’Albania nel 1988, due anni prima della caduta del regime sotto il cui giogo il paese balcanico ha dovuto sottostare per quasi mezzo secolo.
Poi, fino al 2004, la Svizzera. E adesso, gli Stati Uniti. Eppure, dice la Dones, che stamattina – alle 11.15, al Palazzo della Ragione – sarà ospite del Festivaletteratura di Mantova, una volta l’America degli albanesi eravamo proprio noi. L’Italia.
«Specie negli ultimi due decenni del regime di Hoxha il mito dell’Italia era fortissimo.
Ci ritrovavamo per vedere la televisione italiana di nascosto: solo l’unico canale di stato albanese era lecito, e se i servizi segreti ti beccavano con la Rai andavi in prigione». Non sarà così che ha imparato tanto bene l’italiano. «Anche così. Ma l’ho studiato. Adoro le lingue, a scuola ne ho studiate quattro, oltre all’albanese». I tempi, però, adesso sono cambiati. «Sì. L’Italia non è più il punto di riferimento di allora. Diciamocelo chiaramente, negli ultimi anni, con Berlusconi e compagnia, si è molto svalutata a livello internazionale. Gli albanesi hanno capito che l’Italia non è l’America, hanno capito che la lingua del futuro è l’inglese». Eppure lei, ormai, scrive prevalentemente in italiano. «La letteratura. Ho scritto i miei primi sette romanzi in albanese, e gli ultimi due, più quello a cui sto lavorando adesso, in italiano. È stato un passaggio sofferto: volevo essere all’altezza. I miei editori me lo dicevano da anni, di provarci, ma ce l’ho fatta solo dopo aver tradotto due miei romanzi dall’albanese all’italiano. A quel punto le barriere e il timore di non rendere giustizia prima di tutto alla letteratura e in secondo luogo alla lingua italiana sono caduti.
Per i documentari per la televisione e le sceneggiature per i film, invece, uso anche l’inglese – quello è un linguaggio più tecnico e meno elaborato. Oggi scrivo narrativa in italiano perché ormai piango e sogno in italiano. Le prime frasi mi vengono in italiano, e mi lascio trascinare. Ma non posso escludere di scrivere un romanzo in inglese, magari tra dieci anni, o di tornare a scriverne in albanese». Ha lasciato l’Albania molto tempo fa. Eppure gli argomenti dei suoi libri sono per lo più legati al suo paese. Non la solletica mai l’idea di tornarci? «Ci sto giochicchiando molto, con quest’idea. Io amo profondamente l’Albania.
La amo con le viscere, perché è un paese difficile, e io sono malatamente innamorata dei paesi difficili. Ma credo che abbia imboccato la strada giusta verso un’Europa delle migliori. C’è una gioventù straordinaria, vivace. Parte degli albanesi della diaspora è tornata con grandi competenze, ed è pronta a darsi da fare. In qualche modo credo di esserci anch’io. Ci sono coi miei libri, ovviamente, e coi miei documentari, e ogni volta che torno coi miei incontri e le mie interviste».
Diceva che la percezione che gli albanesi hanno degli italiani è cambiata radicalmente.
Forse è vero anche l’inverso.
Ritiene che l’integrazione della comunità albanese in Italia sia davvero a buon punto oppure che i suoi connazionali siano stati semplicemente sostituiti da altri, pensiamo ai rumeni, nel ruolo di cattivi “barbari invasori” nell’immaginario collettivo? «Penso che purtroppo questa componente ci sia. Però conosco bene l’Italia, e sono convinta che l’integrazione pian piano si stia compiendo. C’è voluto del tempo, perché quando gli albanesi cominciarono ad arrivare qui avevano un’idea completamente fasulla del vostro paese, mentre per voi l’Albania era una specie di “buco nero”. Per noi l’Italia era quella della pubblicità, quella della televisione, che trasmetteva un’immagine fatta di benessere estremo e a buon mercato. E poi, dopo quarantasette anni di dittatura, avevamo come la convinzione che il mondo ci dovesse qualcosa. Invece il mondo non ci doveva un bel niente. Senza dimenticare che, certo, dall’Albania arrivò molta criminalità, una criminalità feroce che nemmeno sapevamo di avere. Ma ormai le cose sono cambiate. Gli albanesi umili, onesti, hanno capito che il modo migliore per farsi accettare era lavorare di gomito, a testa bassa, mangiando polvere. E a poco a poco con gli italiani si è sviluppata una notevole empatia reciproca. Oggi va decisamente meglio».

http://www.europaquotidiano.it/dettaglio/113028/litalia_non_e_piu_lamerica
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