L’Isola delle Rose: la breve vita del sogno di un uomo libero

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L’Isola delle Rose: la breve vita del sogno di un uomo libero
di Maurizio Crispi
www.siciliainformazioni.com, 18 agosto 2010

Nella nostra epoca di separatismi, di regionalismi, della crescita smodata della voglia di autonomie locali, dello sviluppo di piccole enclave separate (il più delle volte puramente "virtuali") che, anche nella forma semplice ed elementare del "gruppo" in Facebook, assumono la fisionomia di vere e proprie micronazioni, l’utopia dell’ingegner Giorgio Rosa avrebbe avuto un esito diverso.

Ma chi è e cosa fece Giorgio Rosa?
Nel 1964 Giorgio Rosa, ingegnere – oggi ottantenne – progettò e costruì, per la SPIC (una società industriale specializzata in iniezioni di cemento) una piattaforma artificiale di 400 metri quadrati situata in acque internazionali nel Mar Adriatico al largo della città italiana di Rimini (a 11.612 km dalla costa, ovvero circa 6 miglia marine) allo scopo di sperimentare un nuovo materiale per palafitte marine. Successivamente vi costruì un ristorante, un negozio, un ufficio postale e un night club e progettò di attivare un servizio di catamarani che collegassero la piattaforma alla terraferma.

Così racconta Rosa in un intervista rilasciata a Romano Guatta Caldini (Giorgio Rosa e l’isola che non c’è) «Nell’immediato dopoguerra, con una laurea in ingegneria industriale meccanica mi buttai a capofitto nella progettazione di cantieri. La mia passione rimaneva però il mare e fu così che nel 1957 cominciai a pensare a un’opera che potesse resistere all’impeto delle onde. Solo nel 1964 avviai le prove: si trattava di costruire a terra la struttura e poi portarla in galleggiamento in mare aperto dove il fondale fosse accessibile. Il progetto è riconosciuto come brevetto 850.987 dal titolo Sistema di costruzione di isole in acciaio e cemento armato per scopi industriali e civili»

Ma l’esistenza di questa piattaforma fuori dalle acque territoriali attivò immediatamente una reazione "politica" intesa a stroncare quello che dalle diverse parti politiche era considerato un rischioso antecedente (sulla base di posizioni differenziate). Giorgio Rosa, comprendendo che, pretestuosamente (con l’argomentazione che quello stesso spazio era stato dato in concessione all’ENI) il suo progetto sarebbe stato presto bloccato, per tutelare la continuità della sua "creazione" il 24 giugno 1968 – basandosi sul diritto internazionale – Giorgio Rosa proclamò la piattaforma stato indipendente e sovrano, ispirandosi in ciò anche ad un antecedente illustre quello del Principato di Sealand, fondato poco tempo prima – nel 1967 – ed edificato anch’esso su di una piattaforma costruita in mezzo all’oceano sull’appoggio di due enormi piloni di calcestruzzo (una storia che vide una più duratura fortuna, poichè il Principato di Sealand esiste tuttora).

L’annuncio ufficiale della nascita della neo-repubblica (che, dopo l’adozione dell’Esperanto, decisa per dare alla repubblica un tocco di internazionalità in più, prese il nome di Libera Teritorio de la Insulo de la Rozoj – Libero Territorio dell’Isola delle Rose – trasformatosi poi in Esperanta Respubliko de la Insulo de la Rozoj – Repubblica Esperantista dell’Isola delle Rose) venne dato in una conferenza stampa e, contestualmente, poco dopo vennero emesse due serie di francobolli, recanti il simbolo dell’isola (tre rose rosse in campo bianco), venne identificato un inno nazionale (il wagneriano "Steuermann! Laß die Wacht!" de L’Olandese volante), nominate alcune cariche pubbliche di base e stabilita una toponomastica del piccolo stato («Ogni lato della piattaforma aveva il nome di una via, il numero progressivo indicava il relativo vano…»), con il progetto anche di battere moneta propria e, sicuramente, delle emissioni commemorative. Ma gran parte di queste azioni rimasero sulla carta: non vi fu materialmente il tempo di andare oltre, perché ancora più accesi si attivarono opposizione politica e dibattito parlamentare, venato quest’ultimo di forti ansie paranoidi e complottiste, come – del resto – era nello spirito del tempo.

Fra i primi a inalberarsi furono i missini che, infervorati dal pericolo comunista, accusarono Rosa di aver costruito la struttura per farvi attraccare sommergibili sovietici. Seguirono i comunisti convinti che l’esperimento dell’ingegnere altro non fosse che una trovata del leader albanese Henver Hoxa per destabilizzare gli assetti marittimi, dopo aver dato il ben servito alla combriccola del patto di Varsavia. Li seguivano i democristiani, che si scagliarono contro Rosa, preoccupati, che la neo-nata Repubblica potesse trasformarsi in un’isola del proibito e della trasgressione.

Dopo esattamente 55 giorni dalla dichiarazione d’indipendenza, decine di motovedette della guardia di finanza e dei carabinieri circondarono la piattaforma impedendone l’accesso a chiunque, Rosa compreso. Quest’ultimo inviò anche un appello all’allora presidente Saragat, perché l’isola fosse restituita ai legittimi proprietari. Non avendo, Rosa, alcuna protezione politica alle spalle, l’appello cadde nel vuoto. «Non avevamo risorse, eravamo soli. Quando il Consiglio di Stato diede parere favorevole alla demolizione, non feci ricorso. Meglio lasciar perdere.(…)» dirà l’Ingegnere. Nel febbraio ‘69, infatti, gli artificieri della marina militare minarono i piloni con 1.080 chili di dinamite. Nonostante due serie di esplosioni ci vorrà una burrasca per inabissare definitivamente l’isola.

Così fini l’avventura del’ingegner Giorgio Rosa, un’avventura nata per "gioco" e poi trasformatasi in un dramma farsesco.
Fu il tentativo di dar vita ad una piccola utopia, fallito purtroppo anzitempo.

Ma come accade con le cose che si cerca di cancellare dal mondo con interventi repressivi, "l’isola che non c’è" dell’ingegner Rosa sopravvive tuttora come una delle imprese più affascinanti che un uomo possa immaginare, insieme sogno di un uomo libero e impresa – per alcuni versi – "piratesca", non casualmente avvenuta nel rivoluzionario 1968. E la sua fortuna fu legata sia alla partecipazione popolare alle sue diverse fasi sia alle risonanze che ebbe la sua tragica conclusione: da considerare a tutti gli effetti, secondo alcuni storici, come l’unica guerra di "aggressione" condotta dall’Italia repubblicana (vivaci e intense furono le proteste degli albergatori romagnoli che avevano visto nell’idea di Rosa un’attrazione in più nel proprio territorio, come pure tanti turisti che affollavano le spiagge romagnole seguirono con apprensione venata di sdegno l’esito "militare" della vicenda).

La memoria dell’Isola delle rose è ancora viva, oggi, tra la Romagna e le Marche, dove se ne è parlato tanto e se ne parla tuttora, tanto che, quando nella conversazione o nel confronto quotidiano uno rompe le "scatole", qualcun’altro – a volte – usa dire: "Prima o poi mi costruisco un’isola delle rose tutta per me"!

In una recente intervista rilasciata a Marco Imarisio, per il Corriere della Sera, proprio Giorgio Rosa ha fatto presente che la sua isola esiste ancora. Basta infatti andare su google maps e, digitando Insulo de la Rozoj, si vedrà apparire la bandierina rossa, proprio là dove una volta sorgeva l’Isola. In più si può aggiungere che l’Isola delle Rose non solo ha lasciato delle tracce di sé in fondo al mare (dove alcuni sommozzatori hanno scoperto i resti della struttura di acciaio e cemento), ma nella rete: sono, infatti, innumerevoli i siti web che ci parlano dell’Isola delle Rose e degli eventi che vi furono collegati, oltre a collocarla nel contesto più ampio dei cosiddetti "micronazionalismi" in cui per "micronazione" s’intende un’entità – anche virtuale, nelle più estreme ed attuali. declinazioni – che, creata da un singolo individuo o da un piccolo numero di persone, pretende di essere considerata come nazione o stato indipendente, e che, nella più parte dei casi, non è riconosciuta dai governi e dalle maggiori organizzazioni internazionali.

Il termine di "micronazionalismo" è nato negli anni ’70 per descrivere le tantissime entità che nascevano in quel periodo, in genere di piccole dimensioni e di esistenza effimera: cionondimeno si tratta di un movimento tuttora vivo, tanto che in un recente convegno internazionale, alcune micronazioni si sono definite Quinto mondo, probabilmente in senso polemico in relazione alla nota scala economica che classifica le nazioni del mondo in primo, secondo, terzo e quarto mondo).

La storia dell’Isole delle Rose è tuttora vivissima anche nelle inizative del mondo editoriale.
Il 9 giugno, alla Manifattura di Bologna è stato presentato un cofanetto DVD+libro (L’isola delle rose, a cura di Cinematica, NDA Press, 2010), il cui interesse risiede tutto nel documentario contenuto nel DVD e realizzato dalla Biograffilm con un affresco di un intero periodo storico.

Invece, nel documentario inedito allegato al volumetto proposto da Dati (2009) con il titolo L’ isola delle rose (con DVD) e curato da V. Benini, C. Bombarda, C. Mitchell, è l’ingegnere bolognese Giorgio Rosa in prima persona a raccontarci le tappe principali dell’incredibile vicenda dello stato indipendente dell’Isola delle Rose.




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