L’Iraq mette in moto l’ Europa

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L'Iraq mette in moto l' Europa

Un 'Europa solo in apparente ordine sparso prosegue il suo cammino. Non inganni il fatto che all'appuntamento del l maggio si presenti una grande nazione composta da un mosaico di tessere con una propria specifica vocazione, inclinazione e strategia: in realta si tratta pur sempre del medesimo organismo. Lo dimostrano i tre eventi distinti che ieri si sono intrecciati fra loro, a testimoniare una feconda ricchezza. Vediamoli.
A Madrid il neopremier José Luis Zapatero testimoniava davanti alle Cortes l'avvenuto ritiro della brigata “Plus Ultra”, gia punta di diamante del contingente spagnolo, che completera il suo ritiro dal teatro iracheno entro il 27 maggio. «I governi – ha detto Zapatero – sono forti con i cittadini, non contro di loro». Frase a doppio taglio, a dire il vero, ma sappiamo come il leader del Psoe avesse fatto della promessa del ritiro spagnolo dall'Iraq la chiave della sua campagna elettorale. Che forse nemmeno pensava di poter vincere.
Sulla stessa longitudine, molto piu a nord, Tony Blair e Silvio Berlusconi concludevano l'incontro bilaterale che riaffermava l'impegno con l'alleato americano. «Siamo in Iraq con una missione molto precisa: contribuire alla nascita della democrazia», hanno detto. «L importante che gli iracheni lavorino con noi non come forze di occupazione, ma perché noi portiamo loro pace e liberta, e siamo contro i nemici della democrazia». Sono parole di Berlusconi, queste ultime, e solo apparentemente potrebbero sembrare di circo-stanza: con tre ostaggi nelle mani di un gruppo armato iracheno, un'opinione pubblica interna divisa e una tregua precaria fra le forze politiche, non sono impegni facili cui corrispondere. Ma la novita forse piu rilevante della giornata e venuta dalla Polonia. Il presidente Aleksander Kwasniewski – intervistato a Varsavia dal nostro giornale ha lanciato non uno ma due messaggi significativi. Il primo e racchiuso in una semplice dichiarazione: «Non seguiremo l'esempio spa-gnolo». Il secondo, in una considerazione che ha un valore quasi profetico: a proposito della sommaria divisione fra vecchia e nuova Europa formulata con schietta brutalita molti mesi fa dal segretario americano alla Difesa Donald Rumsfeld (la “vecchia” essendo composta dagli Stati riluttanti come Francia e Germania, la “nuova” dai Paesi dell'Est che hanno accolto l'invito americano alla mobilitazione in Iraq), Kwasniewski ha smontato quel teorema. «Non sono d'accordo – ha detto -. Di Europa ce n'e una sola». E forse da qui bisogna ripartire. Da questa macchina europea perennemente sul punto di incepparsi, dove assi e alleanze si crea-no e si sciolgono, si scontrano e si confrontano, ma soprattutto non sono mai statici. Per una Spagna che rompe un impegno interna-zionale c'e una Francia che cerca di ricucire la frattura maturata con gli Stati Uniti. Per un asse come quello franco-tedesco se ne crea un altro, come quello italo-britannico.
C'e un'immensa capacità di elaborazione politica nell'Europa di oggi, molto più significativa delle visioni che la solcano. La nostra ricchezza sta proprio in questa somma di diversita. C'e chi ha fiducia, nonostante tutto, nello spirito europeo. E noi siamo fra questi.



GIORGIO FERRARI
AVVENIRE, p 1
28.04.2004
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