L’introduzione del CLIL e “il roseo futuro” della scuola italiana

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L’introduzione del CLIL e “il roseo futuro” della scuola italiana

Gio, 24/03/2011 – 08:23

Prof. Mauro Alario – Nel caotico e confuso mondo della scuola attuale, attraversata dai medesimi rituali consolidati, invasa da scelte scriteriate e rinnovate banalità, in cui al declino del sapere corrispondono le solite estemporanee e maldestre innovazioni fatte passare come utili e necessarie, un’altra accattivante rivoluzione, contenuta nella riforma Gelmini, sembra infiammare le passioni dei professori che guardano al futuro: l’insegnamento di almeno una disciplina in lingua straniera nel quinto anno della scuola secondaria superiore, due al liceo linguistico a partire rispettivamente dal primo e secondo anno dell’ultimo biennio. Per la precisione CLIL è l’acronimo di Content and Language Integrated Learning. Si tratta di una metodologia didattica che prevede l’insegnamento di una disciplina in lingua straniera veicolare. I contenuti e gli argomenti sono trattati esclusivamente in lingua straniera.
Al di là dei dettagli, riscontrabili nei diversi indirizzi di studio, colpisce la determinazione e la disinvoltura con cui alcuni docenti ne sostengono la bontà, l’efficacia, la produttività, come se il valore e la formazione globale della persona dipendesse dalla capacità di comunicare in un diverso idioma.
Sarebbe paradossale, tuttavia, negare l’importanza delle lingue straniere, la possibilità che esse consentono di stabilire relazioni, comprendere usi e costumi di un popolo. Quello che risulta grottesco e inaccettabile sono le modalità con cui si intende procedere. A fronte di una consistente riduzione di ore in quasi tutte le discipline, vi è la convinzione che lo studente riuscirà a comprendere la vasta e articolata rete di contenuti senza impedimenti, che la sua mente in formazione, spesso fragile e traballante, sarà in grado di apprendere le strutture portanti delle discipline.
Non è difficile intendere l’obiettivo di un tale progetto, sebbene si cerchi di nasconderne gli effetti dannosi. Le discipline, affidate ai docenti delle materia, spesso privi di un’adeguata conoscenza linguistica, diventeranno semplici veicoli da trattare in modo epidermico, informativo. La natura delle cose imporrà un approccio superficiale e approssimativo, da gioco di società.
Prevarrà un senso di vuoto, e progressivamente la scuola, ulteriormente indebolita dall’ideologia delle competenze, intese come possesso di mere abilità esecutive, somiglierà sempre più ad un centro socio-ricreativo, indolore e rassicurante.
I docenti saranno chiamati non più per nome, ma indicati con i simboli dei livelli delle certificazioni linguistiche. Scusa B1, potresti dare un’occhiata al documento? C1, gradisci un caffè? Tua moglie, poi, ha superato il C2?
Tutta una serie di scempiaggini volte a ridicolizzare i docenti, i quali, dal canto loro, al solito mugugnano, rimbrottano, masticano scetticismo, assistendo inermi al proprio avvilimento. Del resto, eccetto sparuti consorzi di anime antipatiche, chi si è mai opposto alle prescrizioni piovute dall’alto?
Basta eseguire e poi si vedrà, lo stipendio arriverà, il bebè pure e chi fa per sé fa per tre, precari esclusi, naturalmente. Per un mero fatto propagandistico l’amministrazione intende dimostrare la propria adeguatezza ai tempi, ignorando diritti, necessità occupazionali, qualità degli apprendimenti. In linea di massima, i ruolati dal canto loro sonnecchiano infastiditi, ma comunque sonnecchiano, avvolti dalle torbide foschie del cambiamento.
Se non fosse per la serietà della questione, ci si potrebbe ridere sopra, ma l’evento è maledettamente serio e guai a chi, ricorda il simpatico innovatore, continua a difendere il passato, vale a dire la scuola della conoscenza, vetusta e autoritaria. Meglio allora essere espliciti, riconoscere che l’idea di un sapere legato ai valori si è esaurito, che il compito primario consiste nel saper conversare adeguatamente in più lingue, far prevalere un approccio strumentale e utilitaristico. La società, del resto, immersa nelle apparenze ciarliere, questo vuole, e gli insegnanti, da spettatori accondiscendenti, assolveranno il compito affidatogli con sicura abnegazione. Per di più, la legge non ammette ignoranza, ma questa crescerà gradualmente, camuffata da rinnovati progetti melliflui e fumosi.
In alcune scuole del Trentino, ad esempio, la sperimentazione CLIL è partita già da qualche anno. Sull’approccio di tale pratica il riserbo è opportuno ma la verità sui risultati ottenuti meriterebbe di essere divulgata. Qualche dirigente perspicace ha pensato bene di ricorrere a docenti madrelingua con buona pace degli insegnanti precari, la cui espulsione dal mondo della scuola, preventivata da tempo e in fase di attuazione, si arricchirà di nuovi contenuti a cui seguiranno contenziosi aggiuntivi.
Viva l’Italia, scanzonata e menestrella.




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