l’intervista rilasciata da Berlinguer il 4 gennaio,

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Quello che segue è parte dell’intervista rilasciato da Berlinguer il 4 gennaio,
come si può leggere il ministro ancora crede alla befana e babbo natale: confonde comunicazione
di base, comunicazione linguistica reale e identità linguistico-culturale.
E meno male che ha capito pure lui che senza una comune identità culturale l’euro serve a ben
poco…

Se non si crea una coscienza sarà molto ifficile fare funzionare l’euro
di Giulio Benedetti

ROMA – Ministro Berlinguer, è vero che state ignorando l’euro? Che ne pensa
del grido di allarme lanciato dalla commissaria europea Emma Bonino
nell’intervista pubblicata ieri sul ®Corriere della Sera¯: ®La scuola è la
rete di informazione più diffusa e capillare che ci sia e gli studenti sono
un importante settore moltiplicatore delle conoscenze. Ma non mi sembra che
il settore dell’educazione si sia mobilitato, se si escludono casi isolati
di buona volontà

®No, non abbiamo affatto trascurato l’euro – replica il titolare Luigi
Berlinguer -. Anzi, sulla nuova moneta sono state prese diverse iniziative.
Se non ricordo male, in molte città le scolaresche hanno
già effettuato delle simulazioni di acquisto in euro, recandosi con i
propri insegnanti al mercato e nei negozi. Se il timore è di non imparare a contare in euro, non sono affatto
preoccupato. Sono certo che impareremo: prima i bambini e poi i vecchietti.
E un altro il problema che mi preoccupa, quello dell’identità culturale
europea¯.

Su questo tema il ministro per le Riforme, Giuliano Amato, ha espresso,
sempre sul ®Corriere della Sera¯, questo giudizio: ®l’Europa compie con
grande coraggio una scelta unificante irreversibile, ma al tempo stesso
perdura nel rifiuto di darsi un’indentità comune culturale, oltre che
politica¯. A che punto Š l’omogeneizzazione dei sistemi scolastici?

®Governi e sistemi formativi non vogliono abbandonare una certa chiusura
statalista. Hanno accettato la moneta unica ma resistono sul fronte
dell’istruzione e della formazione. Insomma ognuno pensa la scuola a modo
suo. Il rischio grave che si corre Š questo: avremo un euromercato del
lavoro sviluppato e dei titoli di studio autarchici e male spendibili che
non favoriranno di fatto la mobilit…. Inoltre se non si assume il problema
della creazione di una coscienza europea, di un’identit… e
un’armonizzazione delle diverse scuole degli stati membri, sar… molto
difficile far funzionare l’euro. Sar… bene che i capi di governo ne
prendano coscienza. Se vale per la politica estera, la difesa e il fisco
vale anche per la scuola¯.

Lei quali passi verso l’Europa ha fatto fare alla scuola italiana?

®Nel maggio del ’97 insieme ai ministri dell’Istruzione francese, tedesco e
inglese abbiamo sottoscritto alla Sorbona di Parigi una dichiarazione nella
quale si traccia la strada per un ordinamento europeo degli studi un
iversitari, che sta procedendo. E questo, senza sollecitazioni da parte di
commissari europei, tanto per intenderci. C’Š un crescente finanziamento
dei programmi di mobilità studentesca ex Erasmus. Abbiamo investito nelle
tecnologie perchè‚ oggi si diventa europei anche con Internet.

Un’altra barriera che stiamo rimuovendo Š quella delle lingue. Se l’Europa resta una
Babele non sarà mai unita. Così abbiamo varato un programma che sta
riscuotendo un buon successo. Alle medie sono stati presentati 5 mila
progetti e alcune migliaia alle elementari. Si tratta di apprendere in modo
non tradizionale – cioè con particolare attenzione alla conversazione – le
principali lingue europee¯.

Oggi la moneta europea affronta la prova delle Borse, quando partirà la
scuola comune?

®Per quanto riguarda la scuola intendiamo proporre agli altri Paesi
un’energica iniziativa di armonizzazione, sulla linea della "Dichiarazione
della Sorbona", per rafforzare l’identità europea. I programmi di studio
non possono essere solo nazionali o prevalentemente nazionali. La storia
del pensiero, delle forme espressive e artistiche non può essere solo
quella nazionale. L’identità culturale del cittadino europeo oggi deve
diventare il primo obiettivo dell’istruzione. Qui è ancora tutto da fare¯.




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