L’intervento di Stefano Rodotà alle "Lezioni Bobbio"

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La Stampa, 26 ottobre 2004

L'INTERVENTO DI STEFANO RODOTÀ ALLE «LEZIONI BOBBIO»

Nuovi diritti, i turisti e i pellegrini
di Stefano Rodotà

Il tema della procreazione assistita illustra meglio di molti altri il modo in cui natura, innovazione scientifica e poteri individuali compongono un quadro di nuovi diritti. Qui sono in questione la libertà femminile, la disponibilità del proprio corpo da parte della donna, «il potere di procreare» che a essa soltanto naturalmente appartiene. È una lunga storia di liberazione da vincoli naturali, culturali, giuridici. Ha le sue prime tappe nella libertà di ricorso alla contraccezione, che separa sessualità e riproduzione; e nella depenalizzazione dell'aborto, che non rappresenta soltanto la liberazione dalla schiavitù mortale dell'aborto clandestino, ma un'occasione per muoversi verso la procreazione responsabile, come dimostrano i dati riguardanti la diminuzione del numero complessivo delle interruzioni di gravidanza e il permanere di percentuali relativamente elevate solo presso i gruppi di donne meno informate o culturalmente consapevoli (immigrate, minori). Nella procreazione assistita il processo di liberazione ha quasi un suo compimento, dal momento che il ricorso a queste tecniche separa la riproduzione dalla sessualità e, ponendo l'accento sul figlio «voluto», può porre rimedio alla sterilità di coppia, impedire la trasmissione di malattie genetiche o più generalmente, stabilire liberamente se, come e quando procreare. L'arricchirsi delle tecniche disponibili ha messo in evidenza anche l'inadeguatezza di molte norme scritte quando il processo procreativo obbediva soltanto alle leggi «naturali». Ma la via dell'adeguamento della legislazione non sempre è stata percorsa con umiltà e rispetto per il carattere esistenziale delle scelte che riguardano la procreazione. L'occasione offerta dall'indubbia necessità di alcune norme è stata in più di un caso volta in pretesto per riportare sotto controllo la libertà femminile e il potere di procreare, per tornare così a considerare il corpo della donna come «luogo pubblico» su cui legiferare, sul quale esercitare di nuovo un forte potere di «disciplinamento». È quello che è avvenuto in Italia con la legge sulla procreazione assistita dove, in una sorta di teatro dell'assurdo giuridico, si sono sommati un proibizionismo tutto ideologico, la previsione di obblighi contrastanti con elementari princìpi di libertà (l'imposizione dell'impianto degli embrionicontro la volontà della donna), violazioni delle norme costituzionali sul diritto alla salute e sul divieto di discriminazioni basate sulla condizione personale (l'esclusione della donna sola dall'accesso alla procreazione assistita). I frettolosi aggiustamenti di alcune norme della legge e le proposte di sue più ampie modifiche sono la prova dell'improponibilità di questo modello di disciplina dei diritti, e della sua pretesa di imporre un modello che imiti la natura. Frutto di pari superficialità sono le proposte che invocano un assoluto rispetto della «lotteria genetica», vietando ogni intervento di «programmazione» degli esseri viventi, ai quali dovrebbe essere riconosciuto un pieno «diritto a un patrimonio genetico non manipolato». Dovremo allora vietare interventi di terapia genica che evitino la trasmissione da madre a figlia della propensione a sviluppare un cancro al seno? In nome della natura dobbiamo condannare le generazioni future al retaggio di malattie che potrebbero scomparire o il malato terminale a una infinita sofferenza? Spostiamo ancora una volta lo sguardo sulla realtà. Le cronache italiane registrano un «turismo procreativo» che spinge molte donne, molte coppie a esercitare in altri Paesi i diritti procreativi negati in Italia. Prova evidente del previsto rifiuto sociale della legge. E prova evidente delle sue conseguenze discriminatorie, dal momento che la possibilità di avere un figlio rimane riservata a chi ha i mezzi per poter intraprendere questi nuovi «viaggi della speranza». Rinascono così forme di cittadinanza censitaria, che subordinano l'effettività di un diritto alla condizione economica di chi vuole esercitarlo. Lo shopping planetario dei diritti non è nato ieri. L'Italia ha conosciuto il turismo del divorzio e quello «abortivo», e ancor oggi in Europa le irlandesi abbandonano il loro Paese per interrompere una gravidanza e le svedesi si spostano in Inghilterra o in Danimarca per effettuare interventi di inseminazione vietati nel loro Paese alle donne sole. I diritti riproduttivi e il bisogno di una morte dignitosa generano la ricerca di luoghi dove il nascere e il morire avvengano in sintonia con i bisogni profondi di ciascuno. Ragazze si spostano dalle scuole francesi a quelle del Belgio, dove possono portare il velo islamico; giovani francesi sono sconfinati in Piemonte per organizzare un rave party vietato nel loro Paese; si depositano a Boston, perché in Italia è vietato, le cellule staminali tratte dal sangue del cordone ombelicale. Di fronte a queste tendenze è indispensabile rivendicare il valore dell'offerta molteplice dei diritti, di una diversità ormai riconosciuta come elemento ineliminabile anche nel contesto comune dell'Ue. Lo dice esplicitamente l'art. 22 della Carta dei diritti fondamentali: «L'Unione rispetta la diversità culturale, religiosa e linguistica». Il riconoscimento di una diversità che cancella i confini, obbligando a riflettere sulle ragioni che spingono le persone a un pellegrinaggio planetario alla ricerca dei diritti, propone l'esigenza dell'universalità in maniera del tutto diversa da quella del passato. Lo scopriamo considerando il più antico e drammatico turismo dei diritti, quello degli emigranti che, interessati in primo luogo alla soddisfazione di una esigenza individuale, al tempo stesso impongono una riflessione sul rispetto di valori comuni e ineliminabili, come il diritto a lavorare e a non essere sfruttati. Lo scopriamo quando si riconosce il diritto di asilo alle donne che, tornando nel loro Paese, sarebbero sottoposte a pratiche come l'infibulazione, che violano diritti fondamentali e universali come quelli che riguardano l'integrità fisica e la libertà sessuale. Lo scopriamo quando il desiderio d'entrare a far parte dell'Ue induce la Turchia ad abolire la pena di morte e a non introdurre nel codice penale il reato di adulterio, rendendo evidente una pacifica esportazione di democrazia.Questi sono aspetti indubbiamente positivi della globalizzazione, che si risolve nella diffusione e nella generalizzazione di diritti fondamentali, superando una impostazione miope che vede in ogni tentativo di affermare diritti universali una pretesa colonialistica dell'Occidente di imporre i propri valori. Solo costruendo attraverso comportamenti sociali comuni valori di riferimento, invece, è possibile evitare che nel mondo globale si moltiplichino spazi e luoghi, talvolta curiosamente denominati «paradisi», dove la voce dei diritti tace, dove si eludono le norme fiscali o quella sulla tutela della privacy, e che ci parlano di privilegio e di sopraffazione come accade soprattutto quando si è di fronte al turismo delle imprese alla ricerca dei Paesi dov'è più compiacente la legislazione fiscale; dov'è più agevole lo sfruttamento del lavoro o la sperimentazione umana di farmaci; dov'è conveniente spostare le produzioni inquinanti e rischiose perché è più permissiva la legislazione, più debole l'opinione pubblica, più corrotti i dirigenti; dove si possono impiantare lucrose cliniche per il trapianto di organi comprati a poco prezzo da persone disperate. E questi esempi ci mostrano quale sia il limite invalicabile da imporre a questo turismo dei diritti, tranquillamente tollerato e troppo spesso camuffato da diritto di stabilimento delle imprese: la sopraffazionedegli altri, la violazione della loro dignità, il disprezzo per la vita stessa.

Questo messaggio è stato modificato da: francesca.cammarano, 27 Ott 2004 – 04:14 [addsig]




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