L’interesse dell’Europa

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Turchia nella Ue, l'interesse dell'Europa

Il disorientamento che molti sembrano mostrare davanti all'avvio del negoziato di adesione alla Ue da parte della Turchia ha più di una spiegazione. La più importante, anche se non è la più facile da far percepire, è che il nodo dell'adesione della Turchia può essere sciolto solo a valle della definizione convinta e condivisa del futuro dell'Unione Europea stessa: ogni soluzione del tema Turchia dipende dal destino dell'Unione e lo condizione, e viceversa.
Sgomberiamo subito il campo dal falso problema dell'avvio del negoziato: per decenni l'Unione ha condizionato questo avvio al superamento da parte turca di alcune condizioni necessarie: innanzitutto la soluzione del problema cipriota secondo le linee tracciate dalle Nazioni Unite e concordata con la Grecia; poi il rispetto di quelli che oggi si dicono i criteri di Copenaghen: tutela dei diritti umani, rispetto delle minoranze, ordinamenti democratici in uno stato di diritto e libertà d'iniziativa economica. Se, come afferma il rapporto della Commissione esecutiva presentato da Prodi e Vereughen, i suddetti criteri sono oggi rispettati, non c'è più ragione alcuna per rifiutare l'avvio della trattativa.
Il punto non è dunque l'avvio, ma la possibile conclusione del negoziato. Con altrettanta chiarezza occorre dire che le condizioni superate dalla Turchia sono necessarie, ma non automaticamente sufficienti. E che le condizioni sufficienti vanno superate prima dall'Unione che dalla Turchia stessa. Il risutato del negoziato non è pertanto scontato e potrebbe prevedere anche soluzioni diverse dal sì o dal no alla piena integrazione: altre forme di interazione Ue-Turchia potrebbero dimostrarsi maggiormente utili ad entrambe.
Dove sta andando l'Unione europea e in che modo la Turchia va utilmente coinvolta nel progetto? Questa è la domanda cruciale. Ed è cruciale perché è nel passaggio da Prodi a Barroso, è nei prossimi mesi e nei prossimi anni, che l'Unione Europea ridefinirà la sua missione. La risposta non è scontata, perché continuano a riemergere posizioni diverse sul senso e sulla validità attuale del progetto dei padri fondatori, sul rapporto tra “allargamento” e “approfondimento”, e sulle relazioni tra Europa e resto del mondo.
La linea conduttrice della politica europea nell'era Prodi si è fondata sulla convinzione che compito strategico dell'Unione fosse quello di allargarsi fino ad eliminare tutti i focolai “europei” di instabilità mondiale (dopo quello corso lungo il Reno dal 1870 fino alla fine della seconda guerra mondiale, quello alimentato lungo l'Oder-Neiss dalla seconda guerra mondiale fino al 1989, ma anche quello, non ancora del tutto spento, del crogiolo balcanico), di approfondire l'integrazione economica e la coesione sociale di -“questa Europa” – sfruttando fino in fondo il metodo europeo di dare radici alla pace attraverso l'integrazione economica – e, infine, di dotarla delle istituzioni e dei poteri politici necessari ad agire con una voce sola sulla scena mondiale. Tutto ciò nella convinzione di fondo che oggi il contributo europeo alla pace, alla sicurezza e alla prosperità mondiale – l'essenza del sogno dei padri fondatori – esiga i uno spostamento sostanziale del fuoco dell'azione dell'Unione da “dentro l'Europa” a “oltre l'Europa”.
Questa strategia è stata portata avanti con l'allargamento a est appena completato e con quelli previsti per l'area balcanica, e con il ruolo assunto dall'euro sui mercati mondiali; ma ha bisogno di essere completato con l'entrata in vigore almeno della Costituzione europea, del nuovo trattato di Roma. Almeno. Perché il trattato costituzionale è ancora timido quanto a deleghe all'Unione di poteri che le consentano di agire pienamente sulla scena mondiale: la vicenda del seggio europeo al consiglio di sicurezza dell'Onu è un esempio poco incoraggiante!
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È questa timidezza e, ancor peggio, la possibilità che il trattato costituzionale europeo non venga ratificato da tutti i 25, che fanno intravedere la possibilità che le prospettive dell’Unione regrediscano a uno scenario diverso, quello sostenuto dagli euroscettici con qualche miope appoggio negli Stati Uniti, che pensa l'Unione politica limitata ad un sottoinsieme dei 25 – una cooperazione rafforzata tra quelli che ratificheranno il trattato costituzionale – e affogata in una Unione economica la più estesa possibile.
L’altemativa sta dunque qui: trasformare l'Europa dei 25 più i Balcani in un soggetto politico globale, oppure limitare le ambizioni globali (tutelando quelle delle sedicenti potenze attuali, Francia e Gran Bretagna, o di quelle che sperano di diventarlo come la Germania) e accontentarsi della creazione di uno spazio economico sempre più grande. In quest'ultima ipotesi la Turchia sarebbe la benvenuta, come ogni altro paese dell’”anello degli amici”, dalla Russia al Marocco, che lo desiderasse e accettasse le regole minime del gioco (i criteri di Copenaghen).
Ma se, nell'interesse dell'Europa e del mondo, decidessimo di perseguire l'obiettivo più ambizioso, alla Turchia dovremmo chiedere e offrire una collaborazione tutta diversa: capace di perseguire l'interesse occidentale, non solo europeo, verso l'esperienza turca di coesistenza tra valori musulmani e istituzioni democratiche, e anche rinteresse alla valorizzazione della Turchia come paese catalizzatore di uri area – il Medio Oriente – che non troverà la pace se non si darà la missione di estinguere i propri focolai di instabilità mondiale, magari con un processo altrettanto utopistico di quello pensato in Europa sulle rovine fumanti della seconda guerra mondiale.
Compiti immani per l'Europa e per la Turchia. Ma questi non sono tempi per progetti senza ambizione.

Paolo Costa
Europa, 23. 10. 2004, p.1

Questo messaggio è stato modificato da: paola.alese, 23 Ott 2004 – 11:13 [addsig]




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