Linguicidio: la morte della lingua. Ogni due settimane muore una lingua.

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The Indipendent – 10 Marzo 2002

Linguicidio: la morte della lingua. Ogni due settimane muore una lingua.

John Sutherland dice: è un crimine. E sa chi ne è colpevole. [l’inglese NdT]

The Indipendent – 10 Marzo 2002

Le lingue sono probabilmente le strutture più complicate che la mente umana abbia mai inventato, ma, tragicamente, le più impressionanti creazioni della nostra specie stanno morendo. Secondo quando dice il linguista britannico David Crystal, al giorno d’oggi ogni due settimane una lingua indigena sparisce. Si calcola che alla fine del secolo 5,500 delle 6,000 lingue esistenti si uniranno al Latino e al Greco nell’alveo delle “lingue morte”. Queste chiaramente erano un tempo due delle più importanti lingue del mondo. Sic transit, come loro dicevano. Quello che noi ora stiamo testimoniando è linguicidio. Un massacro delle lingue.

Non ci sono zoo, musei o cimiteri per le lingue morte. Tecnicamente è possibile registrarle per i posteri, a grandi linee, prima che gli ultimi che la parlano muoiano. Possiamo creare archivi sonori, compilare dizionari, catalogare filmati e materiale scritto. Verrebbe comunque perso tutto ciò che la vita di una lingua rappresenta: l’idioletto (lo stile individuale e le particolarità del linguaggio), i dialetti dei sottogruppi, la ricchezza letteraria e espressiva di una lingua viva, la sua capacità infinita di riflettere diversi modi di pensare.

Niente somiglia a un cadavere come una lingua morta. Non ritornerà mai alla vita. Ed è impressionante che nessun governo voglia impegnare le tasse, il denaro della gente, in nessun progetto che si occupi di questo. Si, salvare la balena. Ma, dice Manx (l’ultimo madrelingua sull’Isola dell’Uomo, morì nel 1974) – dimenticare.

In realtà le cause alla base dell’olocausto linguistico che stiamo vivendo non sono affatto un mistero. Fate una vacanza, in un posto qualsiasi del mondo. Il pilota dell’aereo comunicherà praticamente solo in inglese, e ce ne accorgiamo ascoltando le avvertenze per la sicurezza a bordo dell’aereo. I cartelli all’aeroporto, in qualunque nazione tu sia, sono tradotti anche in una delle 20 lingue più parlate al mondo, molto probabilmente inglese. Si vedono i loghi della Coca Cola. MTV sugli schermi, si sente Muzak cantilenare lirica angloamericana attraversando i corridoi per andare a recuperare i bagagli. Nell’albergo, il personale alla reception parlerà la tua lingua, e probabilmente anche il fattorino. (La sua mancia dipende dal suo essere poliglotta). In qualsiasi internet café il codice della tastiera che va per la maggiore è quello che adesso state leggendo: l’inglese – la lingua franca dei giorni nostri.

L’espansione dell’inglese è semplicemente la conseguenza di uno stato di superpotenza linguistica. Al giorno d’oggi, per andare avanti in qualunque ambito, è ormai necessario padroneggiare la lingua inglese. Ormai lo diamo per scontato. Quando il premier dell’Afghanistan ha visitato la Gran Bretagna alcune settimane fa, la stampa era affascinata dal suo vestito esotico – coloratissimo, con uno scialle drappeggiato sulle sue spalle. Nessuno fece commenti sul fatto che il vivace Mr Kharzai parlò inglese meglio della maggior parte dei giornalisti che l’intervistarono.

Avrebbe potuto occupare un Alto ufficio, nel Nuovo Ordine Mondiale Bush-Blair, se fosse stato solo un monoglotta Pashtun? Ne dubito. Il potere deriva, come è sempre accaduto nel 20 secolo, dalla canna della pistola. Ma nel 21 secolo deriva anche, più pacificamente, dall’Oxford English Dictionary.

Come è accaduto questo? Come ha fatto un dialetto, parlato da una tribù arretrata, semi-istruita dell’angolo sud-orientale di una piccola isola nel Mare del Nord, a diffondersi così come un virus maligno pandemico per tutto il globo? Dovremmo sentirci colpevoli del fatto che il nostro modo di parlare stia uccidendo così tante altre lingue? Non è una faccia più occulta del colonialismo che praticavamo cento anni fa? Tempo fa prendevamo le loro materie prime. Ora invadiamo le loro menti, cambiando lo strumento primario col quale pensano: la “loro” lingua. L’etica di superpotenza di lingua è ingannevole per i madrelingua inglesi, come la maggior parte dei lettori di questo giornale. Potremmo guadagnare dubbie medaglie di bronzo nelle Olimpiadi Invernali; potremmo aver perso un impero senza ancora aver trovato un ruolo. Ma, per Dio, siamo orgogliosi di possedere la grande lingua: la lingua più importante nel gruppo delle lingue più importanti. E’ fantastico continuare a sentirsi grandi.

Ma lo siamo? È “inglese” un nome sbagliato? Non sarebbe più corretto dire che parliamo”americano”? Onestamente, siamo noi i colonizzatori linguistici, o semplicemente i più privilegiati dei colonizzati? Ovvero i più vicini al vero potere, ma non quelli che lo esercitano. Noi siamo, chiaramente, orgogliosi di tutti quei gruppi pop dagli Stones ai Coldplay che hanno dato inizio alle “Invasioni britanniche” del mondo pop statunitense. Ma perché, ci si può chiedere, questi eroi culturali cantano con accento americano, e con le particolarità dell’inglese statunitense? Chi ha mai cantato una serenata ad una donna honky-tonk a Neasden? Quali tra i migliori gruppi pop americani cantano in inglese British?

Non è un’invasione, ma un “seguire il proprio capo”. L’americano è, attualmente, il dialetto inglese dominante. Anche Tony Blair dice, “I’m a straightforward kind of guy”(sono un ragazzo semplice), proprio come Tony S (cioè Soprano). Un assioma caro ai linguisti è “una lingua è un dialetto con dietro un esercito”. Guardando i grandi eserciti (romano, normanno, americano, cinese, russo) distinguiamo quali sono le “lingue del mondo”. L’esercito più potente, nel 2002 è quello a stelle e strisce. Se Tony avesse la Settima Flotta e 500 B-52, Dubya parlerebbe come la gente a Downing Street. Continui a sognare, Presidente Blair.

Un altro fattore che accelera la diffusione dell’americano nel mondo è il “livellamento dialettale” indotto dai moderni mass media. Circa il 40 percento dei programmi in prima serata della TV britannica è di origine americana; e il cinema e i canali di musica stile MTV sono ancora più soggetti all’influenza d’oltreoceano. Il livellamento risultante può essere misurato in particolar modo nei talk show preferiti dai giovani: “ya know”, “kinda”, “sorta” o “check it out”. Queste espressioni vengono usate tanto a Londra quanto a New York. Sia essa un’arma di guerra o un significante culturale, la lingua è per l’Homo Sapiens ciò che l’acqua è per i pesci. Togliendo quella, non saremmo né umani, né sapienti, come attesta il nuovo libro di John McWhorter, professore associato di linguistica all’Università californiana di Berkeley. L’autore afferma che la lingua -comunicazione sofisticata – è un fenomeno unicamente umano. “Nè api, né scimpanzé, né pappagalli né cani”, scrive, potrebbero “produrre o percepire una frase come ‘sapevi che ci sono calamari anche più lunghi di 50 piedi nei fondali marini?’ “

L’elaborazione sofisticata di concetti è ciò che fa la lingua. Non solo la lingua è una caratteristica tipicamente umana, ma possiamo anche aggiungere che nessuno può essere veramente umano senza di essa: “dati gli ovvi vantaggi che la lingua conferisce alla specie, è estremamente improbabile che qualsiasi gruppo umano smetta di parlare.” McWhorter non sembra conoscere i Trappisti, ma nota che “i Puliyanese dell’India Meridionale, dopo i 40 anni a malapena parlano affatto; i Danesi tendono ad essere tipi silenziosi; i Caraibici meno”. Ma tutte le scimmie nude parlano. È un universale della specie.

Ancora si discute se la nostra abilità di dominare gli apparati incredibilmente complessi di lingua (per non parlare del nostro particolare dialetto) sia parte di noi stessi come uomini (cioè sia un’inclinazione innata) o derivi dal condizionamento socio-culturale.

Gli uomini hanno quello che Steven Pinker chiama “l’istinto del linguaggio” nel suo libro, che porta lo stesso titolo, oppure raccogliamo le regole, procedure e abilità della nostra lingua come impariamo il gioco degli scacchi o a programmare il videoregistratore? Queste due teorie contrarie hanno condotto a decadi di disputa tra la scuola TG (grammatica transformazionale) – che adotta la teoria dell’inclinazione innata, originariamente ispirata da Noam Chomsky – e i descrizionisti. La domanda cruciale è: come possiamo creare frasi che non abbiamo mai sentito prima? Per esempio: “il pesce morto ha un’acconciatura simile a Posh Becks”. Di tutti il trilioni di discorsi fatti nei 10 anni passati, nessuno – ne sono sicuro – ha detto una cosa del genere. “Significa” qualche cosa (qualche cosa di stupido, sicuramente). Come facciamo ad inventare cose che non abbiamo mai visto?

La tesi della predisposizione genetica è supportata da due fatti osservabili. I bambini passano una fase nella quale imparano la lingua con facilità e velocità sorprendenti. Non possono imparare a guidare una macchina a tre anni. Ma possono imparare qualunque lingua. D’altro canto la maggior parte dei 17enni che hanno passato facilmente il test della patente imparano le lingue con grande difficoltà (come qualunque insegnante può confermare). Sembra che abbiamo una fase di “apprendimento delle lingue” nella nostra infanzia. Possiamo chiamarlo istinto.

In ogni caso, i vostri bambini parleranno in maniera differente da voi, ed i loro bambini da loro. Le nostre 6.000 (ma in diminuzione) lingue umane derivano tutte, nonostante le infinite trasformazioni, da una comune radice proto-linguistica africana, e continuano a subire infinite trasformazioni. I dialetti muoiono e cambiano. Questa è la loro vita. Ma la lingua stessa non si consuma mai. Né mai si consumerà, finché saremo umani.

Comunque, c’è la possibilità che per alcune generazioni la maggior parte degli umani parlerà inglese. Ma non disperate, e non esultate. I Romani credevano profondamente che sarebbe stato il Latino.

‘The Power of Babel: A Natural History of Language’ di John H McWhorter, Heinemann, £16.99, pubblicato il 14 Marzo




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