Lingue orientali, che passione!

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Ragazzi di mondo

Ma dove vai se il cinese non lo sai?

Il latino, ormai, lo usa solo il Papa. Liceali e bocconiani oggi scoprono le lingue orientali. E le università di Shanghai e Bangalore. Per capire il futuro, e prepararsi alla sfida (internazionale) dei cervelli

di Silvia Ferraris

Cinese o latino? Questo è il problema. Nelle librerie di Londra l’ultimo bestseller è “Amo, Amas, Amat And All That” di Harry Mount. Un elogio del latino in quanto lingua “old fashioned, chic e trendy”. Il “Financial Times” però non è d’accordo: “Cicerone, Gioventù sprecata. Meglio il cinese: così puoi parlare anche con qualcuno che non sia il Papa…”. Matthew Engel, editorialista del FT, si domanda se non siano più utili le lingue moderne: “Almeno così gli inglesi in vacanza riescono a ordinarsi una birra…”. E il poliglotta Beppe Servegnini, del Corriere della Sera, concorda: “Se un liceale si innamora perdutamente di Catullo, preoccupatevi…”. Ma non è un pericolo che corre Silvio Scaglia, Fondatore e presidente di Fastweb. Nella sua residenza a Londra, alle figlie fa studiare, rigorosamente, il cinese. L’idea di spedire un figlio a studiare in Cina – anziché ripetizioni private di latino – non fa più paura. Un sondaggio di Tomorrow Swg per Intercultura, società leader dal 1955 negli scambi culturali per studenti, svela che un adolescente su quattro sarebbe felice del viaggio. E le più interessate sono le ragazze. Intercultura dal 2002 a oggi ha mandato 58 giovanissimi a fare pratica in famiglie cinesi. Vanno lì per un anno, imparano, e tornano entusiasti. Per Marta, reduce da Pechino, “la cosa emozionante della Cina sono i cinesi. Ti fermano per strada, chiacchierano. Anche se per loro un occidentale sarà sempre un “wai guo ren”, uno straniero, si avvicinano con curiosità e amicizia”.

Shanghai è una metropoli magnetica, come New York. E gli italiani folgorati sulla via della Cina crescono. Massimiliano Guzzini, 37 anni, direttore generale di “iGuzzini” in Cina, se n’è innamorato al punto di trasferire a Shanghai l’azienda di famiglia (un colosso dell’illuminazione). Ora vive con la moglie in una villa lungo il fiume Suzhou. La prima cosa che ha fatto, appena arrivato, è un corso di cinese. (“Però comunica molto più spesso in inglese). Laura Candotti, responsabile del Servizio Relazioni Internazionali della Bocconi, calcola che “nel 2006 circa 200 studenti della Bocconi sono volati laggiù. Il periodo prescelto per i viaggi è in genere da settembre a marzo. Non tutti partono: solo i più bravi – una media del 28/30 sul libretto – e quelli che parlano un buon inglese”. E tra i tanti c’è chi sogna di restarci e vivere per sempre.

Duccio Mauri, 26 anni, studente del Politecnico di Milano, non se l’è fatto ripetere. “In primavera alcuni amici mi hanno chiesto: “Ti interessa lavorare per tre mesi in uno studio di architettura di Pechino?”. Qualche giorno dopo ero già lì, a progettare il design di interni di negozi e alberghi”. E’ servito? “E’ stato utilissimo e lo rifarei. Penso che mi potrei trasferire…”.

L’amore è reciproco. L’Italia non esporta solo allievi, ma maestri. La Bocconi, con il progetto Asia-Link, forma i docenti cinesi nel settore della moda. I quali poi insegneranno agli aspiranti stilisti cinesi i segreti del nostro fashion system.

Nel suo ultimo viaggio in Cina il presidente Romano Prodi ha inaugurato la prima università italo-cinese. Obiettivo: sfornare ingegneri e manager bilingui. Ora il Presidente visiterà anche l’India, dove negli anni Settanta andavano i figli dei fiori, per cercare se stessi, e dove ora vanno i figli dei manager. A cercare successi. Studenti che fino a pochi anni fa non si sarebbero mai sognati di fare uno stage a Delhi o Calcutta, adesso preparano la valigia. Ormai è da quella parte del mondo che nasce il nuovo. E poi, lo stage in India ha il sapore di un’avventura. “A Bangalore avevo il computer con la connessione veloce a Internet. Ma fuori della porta, di notte, svolazzavano i pipistrelli. Un giorno ho anche trovato un topo sulla scrivania. Dopo un po’ ci fai l’abitudine”.

Micol Viano, 24 anni, una laurea triennale in amministrazione Pubblica e Organizzazioni internazionali, ha trascorso sei mesi in India per approfondire il suo corso di studi: Organizzazione dei Sistemi Informativi. “Bangalore è la Silicon Valley dell’Est, la nuova capitale tecnologica del mondo, in cui convivono grattacieli e capanne, miliardari e nullatenenti. Ma la notte, nelle discoteche del centro, prevale il lusso: è come essere a Parigi o New York. Indiani ricchi e americani ricchi ballano con inglesi, e francesi…”. I tempi cambiano. Ora le migliori università del mondo sono anche a Est. Il “Times”, nella classifica delle top 200 ha messo – dopo Harvard – anche gli atenei di Shanghai, Ahmedabad, Singapore. “Solo nell’ultimo anno, 80 bocconiani sono andati a perfezionare gli studi in India”, conclude Candotti. “Le nostre università-partner sono prestigiose e molto ambite dagli studenti locali. La competizione è durissima. Ad Ahmedabad, per esempio, vengono ammessi soltanto 300 candidati indiani su 180mila”. E ora, a caccia di un posto ci sono anche studenti italiani.

(Da Anna n. 6, 8/2/2007).

Questo messaggio è stato modificato da: Daniela_Giglioli, 11 Feb 2007 – 12:12 [addsig]




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