Lingue: le strane somiglianze tra idiomi lontani

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L’inglese e il giapponese sarebbero lingue dalle caratteristiche molto simili. Sembrerà strano, ma è quanto afferma Shigeru Miyagama, un autorevole professore e preside della sezione di Lingue e Letterature Straniere al MIT.

Probabilmente, a prima vista sembrerà assurdo cercare di decodificare una frase in giapponese con le conoscenze della lingua anglosassone. Eppure, sembra che ci siano delle particolarità che accomunerebbero le due lingue proprio nella struttura nella frase. Prendiamo, ad esempio, la proposizione inglese “I gave a book to Mary” (ho dato un libro a Mary). E iniziamo con quell’analisi logica che tanto temevamo a scuola. Il verbo “gave” è direttamente seguito dal suo complemento oggetto “book”; al contrario, il complemento indiretto, “Mary”, è posto a fine frase. Ciò sembrerebbe abbastanza diverso dal giapponese dove l’oggetto diretto è semplicemente evidenziato dalla particella –o: “Tarro-wa hon-o kinoo katta”. Tradotta fedelmente sarebbe: “Taro bought a book yesterday” (Ieri Taro ha comprato un libro). In questo caro, “hon-o”, ossia “book”, diventa oggetto diretto solo se accompagnato dalla particella –o, ma non si troverebbe immediatamente accanto al suo verbo “katta”, “bought”, come in inglese.

Quel che afferma Miyagawa nel suo ultimo libro “Case, Argument Structure, and Word Order”, pubblicato questo mese presso Routledge, sarebbe una netta somiglianza tra i due idiomi. Inglese e giapponese, infatti, sembrerebbero diverse, ma non radicalmente. Tuttavia, questa ipotesi fa parte di un contesto più ampio, di uno studio che affonda le sue radici già nel 1950, quando molti linguisti del Mit iniziarono a identificare le analogie che soggiacciono le lingue.

Dichiara Miyagawa: “C’è questa interessante tensione nella lingua tra diversità e uniformità. Le lingue umane sono diverse in modo sbalorditivo. Ognuna ha qualche proprietà che la rende unica e la distingue dalle altre 6.500 o forse 7 mila lingue. Ma quando le si osserva da linguista, si comincia a notare che ci sono particolarità che le lingue condividono”. Tornando al caso della lingua del Sol Levante e dell’inglese, entrambe hanno adottato regole che tutti gli altri idiomi hanno abbandonato. Il Giapponese Antico, nell’VIII e IX secolo, rendeva il proprio oggetto diretto senza la particella –o che, al contrario, era utilizzata insieme ad altre per dare enfasi alla frase. L’Antico Inglese, databile allo stesso periodo, utilizzava delle desinenze di declinazione (come la particella –o) per specificare il caso accusativo; caratteristica che condivideva con molte altre lingue, compreso il latino. E, contrariamente a quanto accade oggi, l’ordine delle parole era molto flessibile.

Come tutte le lingue “vive”, ossia parlate oggigiorno, l’inglese e il giapponese hanno modificato le proprie regole nel corso dei secoli. E non è escluso il fatto che possano averlo fatto influenzandosi reciprocamente. Spetta ai linguisti l’arduo compito di trovare tali similarità e analizzarle; un lavoro che spesso richiede anni di studio. Come afferma Miyagawa, infatti, tali cambiamenti “non possono non significare nulla”. Il lavoro del linguista giapponese lo ha tenuto impegnato per circa trent’anni. E oggi trova un valido supporto nelle tesi di un altro linguista, Yoko Yanagida, della Tsukuba University. La tesi di Yanagida ipotizza che il Giapponese Antico sia simile all’Inglese Moderno e l’Antico Inglese trovi riscontri nel Moderno Giapponese.

Non solo ordine delle parole. Ci sarebbero corrispondenze persino nella formazione delle parole composte che determinato un unico significato. E, infine, la possibilità di far derivare i sostantivi dai rispettivi aggettivi, escludendo ovviamente il caso di quelli già derivati dal sistema di formazione della parola.

Il libro di Miyagawa è stato accolto dal mondo accademico con un certo fervore e da una sorta di impazienza nel voler approfondire gli studi e trovare nuove simmetrie linguistiche. E la speranza del linguista è che proprio il suo studio sia da stimolo agli studiosi nell’approfondire quell’apparente universalismo che lui stesso ha riscontrato in lingue, seppure così diverse, tanto vicine strutturalmente. “È così eccitante osservare le lingue e sapere che c’è questa diversità che noi dobbiamo in qualche modo celebrare. E, quando le osserviamo da vicino, è possibile vedere che tutte si comportano secondo lo stesso meccanismo. È il bello delle lingue umane”.

E noi gli crediamo.

Federica Vitale

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