lingue e segnali.. stradali

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Tutti i modi di dire “bambino” il mondo nei segnali stradali.

Una mostra didattica mette a confronto i cartelli posti vicino alle scuolecome sintesi delle espressioni culturali e delle regole sociali di diversi Paesi

Ci sono immagini, segni, oggetti nei quali ci imbattiamo ogni giorno, li guardiamo, ma non saremmo in grado di “raccontarli”. Guardare è un conto, vedere, si sa, è un'altra cosa. Prendiamo i segnali stradali. Una volta superato l'esame di guida, quanti di noi sarebbero in grado di descrivere i più diffusi con dovizia di dettagli? E' anche da qui che prende le mosse – ma guarda a obiettivi ben più articolati – Mai dire squola, una mostra didattica itinerante (al momento nelle scuole di Genova Prà e Mezzanego, in provincia di Genova, dal 26 marzo a Trento nell'ambito del festival “Il gioco degli specchi”), viaggio interculturale attraverso pannelli di testo e 100 sagome che riproducono il segnale “Attenzione: bambini” (quello che s'incontra nei pressi delle scuole) così com'è concepito in altrettanti Paesi del mondo, e che può raccontare molto della cultura che li ha prodotti.”I cartelli stradali si rivelano straordinarie sintesi di espressioni culturali e regole sociali standardizzate” spiega Roberta Bonetti, docente di Storia dell'antropologia presso l'università di Bologna, ideatrice e curatrice della mostra con l'associazione
Mani. “Imparare a osservarli con atteggiamento critico significa educarsi alla lettura denotativa e connotativa delle immagini che trovano sempre maggiore spazio nella vita quotidiana e di fatto orientano i nostri pensieri e i nostri giudizi”. Davanti ai segnali, gli alunni sono sollecitati a cogliere un dettaglio (la pettinatura femminile, ad esempio) e a commentarlo. E gli spunti di riflessione non mancano, poiché i disegni, a seconda del Paese di provenienza, contengono realtà diverse e talvolta contrapposte. I bambini sono soli, ad esempio, sui segnali di India e Montenegro, accompagnati da un fratello o da una sorella maggiore in Francia e in Cambogia, portano l'uniforme in Giappone o un vestito tradizionale, in Malaysia. In alcune rappresentazioni si nota l'assenza delle ragazze, come nei segneli del Burkina Faso. In altre, emerge l'intenzione di evidenziare l'eguaglianza dei sessi, come nei cartelli del Quebec. Ai segnali si affianca materiale raccolto in Africa, Asia, America Latina e Europa – testi scolastici, disegni, quaderni – e una sezione dedicata a una scuola del Cairo per bambini sudanesi rifugiati. “L'obiettivo centrale del progetto – spiega Bonetti – è 'iniziare' i ragazzi a leggere criticamente le immagini, perché sono abituati a guardare molto, ma non a osservare. Tre le tappe: visionare i segnali, fornire ai ragazzi strumenti d'analisi, verificare i messaggi trasmessi e monitorare gli effetti che questi hanno sui ragazzi”. Soprattutto, non deve mai venire meno la consapevolezza che l'educazione, in particolare quella interculturale, pur attivando un processo di acculturazione, qualifica le diverse realtà sociali di appartenenza. Mai dire squola dimostra che “i modelli della cultura occidentale, ad esempio, non possono essere più ritenuti valori pragmatici e paradigmatici, e quindi non possono essere proposti agli alunni come fattori ai quali adeguarsi”.

di Alessandra Vitali

la Repubblica (02/02/07)

Questo messaggio è stato modificato da: Paola_Graziosi, 12 Feb 2007 – 21:57 [addsig]




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