Lingue e insegne

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Il caso. Gli stranieri: mentre il Comune parla di integrazione dà segnali contrari

«Insegne solo in cinese» Negozi multati in via Sarpi

di Andrea Senesi

La multa al carrellino non basta più. A Chinatown la tolleranza zero scatta ora contro agli ideogrammi. Contro i negozi, cioè, che in via Paolo Sarpi e dintorni non traducono in italiano l’insegna sopra la bottega. E così in 48 ore sono stati stangati, nell’ordine, una gioielleria di via Sarpi, un negozio di videocassette in via Messina, una merceria di via Rosmini e a una rivendita di giocattoli in via Giordano Bruno. Per tutti, cinquanta euro d’infrazione come dispone il regolamento di polizia urbana, in un codicillo dimenticato e mai veramente applicato. «Le insegne – dice l’articolo 87 – devono essere in corretta lingua italiana. Si può tuttavia aggiungere la traduzione in lingua straniera purché in caratteri meno appariscenti». Il vicesindaco Riccardo De Corato rivendica la crociata contro «insegna etnica»: «Ho ricevuto diverse lamentele dai cittadini del quartiere. Perché le scritte solo in cinese, oltre a provocare disagio, creano problemi di legalità e sicurezza». Il vicesindaco racconta che negli ultimi mesi i vigili urbani hanno scoperto, dietro gli incomprensibili ideogrammi, «centrali della contraffazione, dormitori per clandestini, finte erboristerie dove si vendevano medicinali non autorizzati, ambulatori medici clandestini, case d’appuntamento travestite da centri massaggi». Poche settimane fa era stata la Lega a lanciare l’allarme. Ora il capogruppo in Consiglio Matteo Salvini si dice soddisfatto solo a metà: «La buona volontà non basta. Cinquanta euro di multa sono una miseria. Noi abbiamo chiesto e continuiamo a chiedere che la sanzione sia portata subito a mille euro». Anche il segretario cittadino Igor Iezzi «punzecchia» De Corato: «Siamo contenti il vicesindaco accolga i nostri appelli. Sarebbe meglio però se si accorgesse dei problemi prima che questi esplodano. Noi comunque continueremo a fornirgli ottimi suggerimenti». Loro, i commercianti cinesi tartassati, per ora non parlano. Nel quartiere in pochi hanno voglia di commentare le multe in arrivo e l’annuncio del nuovo giro di vite contro l’ennesima emergenza. Parla poco anche Angelo Ou, che della comunità cinese è da anni il portavoce: «In linea di principio sono d’accordo. Gli ideogrammi vanno tradotti. Però non mi sembra che queste multe siano un bel gesto. Insomma mentre il Comune parla d’integrazione, i segnali che arrivano alla comunità non mi sembrano di grande pacificazione e distensione». Le scritte (solo) in cinese? «Uno dei tanti rischi di un quartiere ormai monoetnico», dice Pierfranco Lionetto, il rappresentante del comitato ViviSarpi. «Vuole qualche esempio? Una settimana fa, era spuntato un palazzo in vendita con tutte la indicazioni non tradotte. Abbiamo scoperto il perché: si trattava di una vendita destinata solo ai grossisti. In questo senso il segnale del Comune può anche essere importante». Anche se. «Anche se – dice Lionetto – è un po’ come rincorrere sempre i problemi. Quando forse basterebbe affrontarli subito, in tempo».
(Dal Corriere della Sera, 1/8/2010).




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