Lingue di minoranze che hanno concorso all’Unità

Posted on in Politica e lingue 11 vedi

LIBRI IDENTITÀ PER I 150 ANNI DELLO STATO, A CERESOLE REALE GIORNATA DI STUDIO SULLE MINORANZE

L’Unità frutto di molti idiomi

Dal grecanico al ladino, l’ Italia è un patchwork di linguaggi

di Alessandro Beretta

Non si poteva scegliere un luogo migliore per celebrare la tutela delle lingue di minoranza che il teatro naturale del Parco Nazionale del Gran Paradiso. Nel conservare viva una «parlata» o un albero, in fondo, non c’è molta differenza: bisogna rispettarli e coltivarli. È qui che ieri, comunque, nel sole estivo di Ceresole Reale, si è svolta, organizzata dalla Provincia di Torino nell’ambito delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’ Italia, la Giornata di Omaggio alle Minoranze Linguistiche Storiche. Un’occasione di studio e di festa che ha visto partecipare e incontrarsi, per la prima volta, i rappresentanti delle dodici minoranze riconosciute dalla legge 482 del 1999 che le individuò dando voce all’articolo 6 della Costituzione: «La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche». In un anno dove si è molto discusso di quel puzzle che è l’identità italiana, diventa allora interessante riscoprire questi tasselli che da tempo accompagnano la nostra Storia completandone il panorama: dall’antichissimo «grecanico», parlato in una quindicina di comuni tra il Salento e la provincia di Reggio Calabria, e risalente a migrazioni dei tempi della Magna Grecia, alla minoranza croata, la più piccola tra quelle riconosciute, stabilitasi nel cuore del Molise dopo che la Croazia era stata invasa dai Turchi nel XV secolo. Guerre, religioni, commercio, prossimità territoriale e divisioni statali le hanno fatte nascere nei secoli come comunità che hanno conservato la propria lingua: motivi vicini a quelli che ancora oggi muovono improvvisamente i popoli e le nazionalità. Eppure qui, tra le diversità, non c’è conflitto: «Il modo in cui ciascuna minoranza parla dell’altra è culturalmente rispettoso – racconta Ugo Perone, assessore alla Cultura della Provincia di Torino e filosofo di formazione ermeneutica -, in questo modo si sfata il mito per cui l’appartenenza a una comunità crea disprezzo e trascuratezza rispetto alle altre». Quindi, le differenze possono essere un’occasione? «Decisamente, credo che il nostro paese ne sia pieno, dai paesaggi, alle cucine, alle storie, ma la genialità sta nel farle comunicare le une con le altre e costruire l’unità dalla pluralità riuscendo a smontare il mito localistico che costruisce l’identità attraverso i muri, produce frammentazione e finisce per estenuare quanto vorrebbe difendere». Ma la conservazione di queste lingue non rischia di essere forzata? «Non dobbiamo mantenerle in vita a forza né cancellarle, ma fornire degli strumenti perché possano sopravvivere, come gli sportelli linguistici – prosegue l’Assessore di una provincia che ne tutela tre, occitana, francoprovenzale e francese -. Bisogna lasciare dignità alle lingue di minoranza perché sono legate al territorio e, di conseguenza, al Paese». Esemplare, in questo senso, la legge della Regione Trentino-Alto Adige, a statuto speciale, dove le comunità di minoranza sono state dichiarate «patrimonio irrinunciabile dell’intera comunità», come quella ladina e le due appartenenti al ceppo germanico, Cimbri e Mòcheni. Ma da dove si riconosce la possibilità di una lingua di essere tutelata, dalla sua ricchezza culturale? «Per niente – risponde il linguista Sergio Salvi, autore di Le lingue tagliate, pubblicato da Rizzoli nel 1975, testo fondamentale sull’argomento -, il diritto di un popolo è di parlare la sua lingua, non c’entra che sia bella o brutta o che chi la parla sia ricco o povero, l’importante è poterla parlare». E la legge in Italia ha fatto un buon lavoro al riguardo? «Dal mio punto di vista contiene un po’ di bischerate e anacronismi, ci sono forse troppe distinzioni, ma d’altronde la linguistica usa delle convenzioni per orientarsi – prosegue Salvi -. Inoltre contiene un paradosso di quelli che amo, è solo dalla legge del 1999 dedicata alle minoranze che l’italiano è diventata la lingua ufficiale dell’Italia, al riguardo, infatti, la Costituzione taceva. Questo per dire che a volte diamo per certe e scontate delle realtà che non hanno ancora avuto la loro traduzione formale». Mentre la tutela formalizza e conserva queste lingue con un destino diverso dai dialetti, spesso persi tra le generazioni, che sono un’altra forma di espressione linguistica del territorio su cui Mario Martone, regista della ricostruzione a più voci del Risorgimento italiano Noi credevamo, doveva intervenire. Non essendo riuscito ad arrivare, il regista napoletano ha affidato a una memoria scritta la sua riflessione sul rapporto tra la polifonia dei dialetti e quella dei paesaggi italiani. Frutto di un’indagine sul proprio lavoro, il dialetto diventa un elemento della composizione narrativa, quasi un colore nelle possibilità poetiche da usare, ma senza dimenticare che «il dialetto è il corpo, comunica al di là del significato, aderisce fisicamente a chi lo parla». Un discorso che vale, in parte, anche per chi parla le lingue delle minoranze, come nello spettacolo 12 canti per 12 lingue, organizzato dall’ associazione Chambra D’Oc, che è uno dei modi più semplici e piacevoli per attraversare questa varietà di idiomi. Ogni minoranza reinterpreta un suo canto tradizionale e tra le diverse durezze e dolcezze delle singole lingue si canta comunque una sola melodia che, volendo, con un po’ di curiosità, si chiama Italia.

Geografie In Italia sono dodici le lingue minoritarie: albanese, catalano, germanico, grecanico, sloveno, croato, francese, francoprovenzale, friulano, ladino, occitano, sardo (Endicott / Corbis).
(Dal Corriere della Sera, 3/7/2011).




0 Commenti

Ancora non ci sono commenti
Lasciane uno tu per primo!
You need or account to post comment.