lingUE – come parla l’Europa: le problematiche di politica linguistica in UE, una introduzione

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lingUE – come parla l’Europa: le problematiche di politica linguistica in UE, una introduzione

Questa rubrica vuole essere un osservatorio delle politiche linguistiche europee, e in questo senso ogni settimana si approfondirà uno dei temi caldi in questo campo e le cause che via via trovano alcuni paesi in polemica con altri. Si cercherà soprattutto di rendere più semplici possibili le varie implicazioni economiche e politiche che questi temi mettono in moto, con l’intento soprattutto di farsi capire dai non specialisti, e diffondere la consapevolezza di quanto questi problemi siano fondamentali per l’effettiva riuscita dell’Unione. Ma, per cominciare, sarà utile fare una panoramica generale dei problemi e della situazione attuale, a mo’ di introduzione.

La politica linguistica dell’Unione Europea è uno dei temi più dibattuti, e di più difficile soluzione. Se da un lato, infatti, non si può parlare di una vera e propria “emergenza linguistica” in seno alle istituzioni europee – nel senso che l’attuale situazione non crea grossi problemi, né economici (la spesa raggiunge a malapena l’1% ; circa 2 euro per ogni cittadino all’anno); né logistici (quasi tutti i parlamentari UE parlano almeno 2 lingue) – dall’altro lato i problemi politici rappresentano uno dei temi più complessi e importanti.

Innanzi tutto la scelta della/e lingua/e per la comunicazione internazionale è fondamentale per arrivare a una totale integrazione di ogni singolo cittadino europeo, ed è per questo che si è scelto di rendere tutte le lingue ufficiali delle singole nazioni, lingue ufficiali anche dell’Unione. Questo fa parte delle basi culturali e politiche su cui si è formata la stessa Europa moderna: tutela delle minoranze e delle diversità culturali, diritto democratico di partecipazione, la necessità di non escludere nessuno, né per motivi razziali, né religiosi e quindi tantomeno linguistici. Ecco perché ci sono, attualmente ben 23 lingue ufficiali, e altre 8 lingue minoritarie (tra cui castigliano e friulano) sono esplicitamente riconosciute; altre lo saranno presto. Il trattato di Maastricht stabilisce, infatti, che ogni cittadino dell’Unione può scrivere alle istituzioni europee in una delle lingue ufficiali ed averne una risposta nella medesima lingua al fine di garantirne la comprensibilità. Tutti i documenti ufficiali vengono redatti nelle lingue riconosciute ma attualmente è in atto la tendenza a considerare quali lingue di redazione degli atti formali solo tre principali lingue europee pubblicandone poi la traduzione.

Per questo non tutte le lingue, anche se sulla carta sono uguali, godono di fatto dello stesso statuto; e i motivi sono prettamente politici. È infatti per motivi politici che l’UE è di fatto trilingue, e guarda caso, le tre lingue “privilegiate” sono l’inglese, il francese e il tedesco: cioè le tre lingue dei tre paesi più forti economicamente e militarmente. Basti pensare ad esempio alla lingua spagnola, tra le più diffuse al mondo (sta persino soppiantando l’inglese negli stessi USA), che però non gode dello stesso prestigio della tedesca. Un discorso a parte meriterebbe l’inglese, che è anche la lingua dell’impero dominante in questo periodo storico – gli Stati Uniti – e quindi lingua internazionale per eccellenza anche al di fuori dell’unione.

Questa situazione di trilinguismo di fatto, è tendenzialmente accettata da alcuni paesi, ma molto osteggiata da altri. In linea generale, sono i paesi che hanno una grande tradizione letteraria a pretendere che tutte le lingue ufficiali – e quindi anche la loro – siano tutelate. Tra questi, Italia Spagna e Portogallo sono i più agguerriti. Il fatto è che il prestigio di una lingua (e di una cultura) è al tempo stesso causa e conseguenza del potere di una nazione; e questo sono soprattutto i francesi che l’hanno capito. Per questo non accetterebbero mai che si opti per una sola lingua – a meno che non sia la loro. Questa resistenza della Francia, a noi paesi culturalmente forti ma poco prestigiosi (cioè poco potenti), ci fa comodo. È in fondo grazie alla Francia che ancora non si è scelta ufficialmente la via del monolinguismo. Ma finché il francese rimarrà nella triade linguistica dominante, non sarà il paese di Voltaire a spingere per un vero plurilinguismo; per loro la situazione attuale è abbastanza accettabile. Insomma, un punto fondamentale che sembra che noi italiani non abbiamo ancora ben compreso, è che non è semplice e sterile nazionalismo che spinge i francesi a difendere la propria presenza linguistica, ma è una questione importante di politica estera: per restare protagonisti del dibattito internazionale, e non partecipanti “passivi”, di seconda mano.

Dall’altro lato, i paesi le cui lingue non hanno questo prestigio storico-culturale, non vedono grossi problemi. In particolare i paesi scandinavi, che hanno una popolazione effettivamente quasi del tutto bilingue inglese, non percepiscono questa dominazione linguistica come un problema.

Ma i problemi ci sono, e sono serissimi. Procediamo con ordine: ciò che propongono coloro che spingono per un plurilinguismo europeo è che ogni singolo documento prodotto a Bruxelles sia tradotto in tutte le lingue ufficiali, in modo che il cittadino non si veda negato il diritto di partecipare e di capire perfettamente ciò che accade. Il problema è da un lato economico e tempistico: tradurre costa tempo e denaro (non molto, ma costa); e ad ogni nuova nazione che entrerà nell’unione, una nuova lingua si aggiungerà a quelle ufficiali. Dall’altro lato, e soprattutto, la traduzione significa sempre, in ogni campo, uno snaturamento del testo originale; per cui il rischio di un fraintendimento è sempre in agguato, nel passaggio da una lingua a un’altra. E questo, se nel caso della traduzione di un romanzo può essere fastidioso, nel caso di leggi e decreti, può essere addirittura pericoloso. Ad ogni modo, non sono proprio tutti i documenti ad essere tradotti, una buona parte viene prodotta unicamente nelle tre lingue dominanti, negando di fatto alla stragrande maggioranza dei cittadini l’accesso all’informazione.

Dall’altra parte, però, costringere tutti i cittadini europei a divenire bilingui, scegliendo ovviamente una delle tre lingue privilegiate – verosimilmente l’inglese – crea problemi politici ed economici ben maggiori. Innanzi tutto, i costi per insegnare una lingua straniera a tutti, e in modo tanto approfondito da poter capire cosa si dica nel parlamento, sarebbero molto più elevati di quanto non siano quelli attuali per la traduzione. Dal punto di vista politico la questione è delicatissima: se per esempio l’Europa decidesse di comunicare unicamente in inglese, questo renderebbe i madrelingua inglesi (il 16% dei cittadini europei) privilegiati per diritto di nascita: e tutti gli altri si dovrebbero adattare alla loro lingua e cultura, cosa che non solo è contraria ai principi democratici e pluralisti europei, ma di fatto penalizzerebbe tutti coloro che non sono madrelingua inglesi. Costringerebbe cioè i paesi dell’Unione a spendere risorse e tempi per l’insegnamento di una lingua, mentre il Regno Unito no. Senza contare che è assai difficile, per un non-madrelingua, esprimersi con altrettanta efficacia di chi quella lingua la sente sin da quando è dentro il ventre materno. Dalla dominazione linguistica si arriva a quella culturale, e il passo è breve per una dominazione politica. Ma è vero anche, e soprattutto, il contrario: da una dominazione politica, economica e militare il passo è breve per una dominazione linguistica e culturale. Basti pensare al latino di un tempo, veicolato dall’Impero Romano, padrone di quasi tutto il mondo allora conosciuto: la posizione della lingua inglese oggi è, mutatis mutandis, identica.

Queste sono, brevemente e in maniera piuttosto semplificata, le implicazioni politiche che rendono le scelte linguistiche Europee di capitale importanza, e che inaspriscono regolarmente il dibattito.

La prossima settimana parleremo quindi di un caso particolare: le polemiche linguistiche scatenate dall’ingresso, quest’anno, della Croazia nell’Unione, che implica l’ingresso della ventiquattresima lingua ufficiale.

Ant.Mar.
http://www.insuafavella.blogspot.com

http://www.newnotizie.it/2013/03/lingue … roduzione/




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