Lingue coloniali e lingue madri in Africa

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Nella Babele di mamma Africa

Nadine Gordimer e tre scrittori neri nel primo giorno di Festivaletteratura a Mantova

di Giovanni Nardi

Primi applausi, ieri pomeriggio, per Nadine Gordimer, la piccola dama bianca della letteratura sudafricana, insignita del Nobel per la letteratura nel 1991 e tuttora sulla breccia nelle battaglie per la libertà, e che oggi riceverà l’abbraccio del grande pubblico… Ieri pomeriggio era schierata accanto a tre scrittori neri, africani come lei: Natalia Molebatsi, scrittrice, poetessa e teatrante sudafricana; Chika Unigwe, scrittrice afro – belga, nata in Nigeria e prima autrice del suo Paese in lingua fiamminga, e Timothy Wangusa, ugandese, professore universitario, poeta e scrittore, che è stato anche ministro. Erano chiamati, tutti e quattro, a dar conto della letteratura africana nelle sue prospettive per il nuovo millennio. In particolare, sui rapporti tra lingue coloniali (che erano anche quelle che hanno portato la Bibbia) e le lingue madri – l’Africa è popolata da più di settecento milioni di persone, che parlano complessivamente oltre mille lingue diverse – e sulle scelte che ogni autore deve fare, soprattutto nel rapporto fra lingua orale e lingua scritta, tra le sue radici e il suo bisogno di essere conosciuto.

Per quel che riguarda in particolare il Sudafrica, le lingue native sono nove, e nessuna di esse sufficientemente diffusa da poter garantire sia gli scrittori sia gli editori. Anche se, ha fatto notare la Gordimer, “l’inglese piano piano viene messo da parte”. Una tendenza recentissima è quella delle lingue miste, usate in drammaturgia: il linguaggio del corpo e la gestualità sopperiscono alla comprensione di queste forme di teatro, in cui ciascuno è insieme interprete e regista di se stesso… Altro elemento che ha visto consenzienti tutti e quattro i partecipanti, il fatto che l’inglese usato abitualmente dagli scrittori africani, primo fra tutti Chinua Achebe, ha arricchito la lingua, fornendo parole, suggestioni e significati nuovi. La lingua che ne risulta è cioè più ricca e completa di quella originaria…

(Da La Nazione, 10/9/2009).

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