Linguaggio e globalizzazione

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DIZIONARIO POSTMODERNO

Una parola vale l’altra

All’indomani della caduta del muro di Berlino, l’ansia sacrosanta e insieme lievemente isterica di ripartire, di ricominciare e di farlo con le parole giuste. Perché se dare un nome alle cose è il primo segno di coscienza per un essere che viene al mondo, lo stesso accade per una società frantumata da decenni di divisione. «È allora che, a partire dal linguaggio, la nuova etica globale ha conosciuto un punto di svolta», spiega Marguerite Peeters, direttrice di Dialogue Dynamics, istituto di Bruxelles che studia i concetti chiave, i valori e i meccanismi operativi della globalizzazione.
I primi anni Novanta inaugurano un’era di infinite possibilità, per godere della quale occorre intendersi sui termini per dialogare in futuro e raggiungere un consenso ampio su una serie di concetti basilari. È questo l’obiettivo di una lunga serie di conferenze internazionali organizzate dall’Onu, come il summit del Cairo dedicato alla salute riproduttiva e quello di Pechino sulla "gender equality" (letteralmente "uguaglianza di genere"). È così che dal 1990 al 1996 viene compilato il vocabolario di norme, valori e priorità necessari alla cooperazione internazionale della nuova era. Marguerite Peeters è andata a sfogliare quel vocabolario culturale e linguistico, per capire chi lo ha compilato e che cosa vi ha scritto dentro.
Quel che racconta non è nuovo, le parole che usa non sono astruse. "Sviluppo sostenibile", "diritti riproduttivi", "democrazia partecipativa": sono espressioni che chiunque ha sentito decine di volte. «È proprio questo il punto – spiega la Peeters. Quel vocabolario noi lo usiamo già, molto spesso senza comprenderlo». Eppure il linguaggio è una tappa fondamentale della costruzione della civiltà, cartina di tornasole dei cambiamenti e insieme loro motore. «Si tratta di una nuova etica globale – scandisce. Dove l’espressione significa che c’è un tipo di etica che non c’è mai stata prima, pur essendo snodo di una rivoluzione culturale iniziata già con la Rivoluzione Francese. È un’etica postmoderna ed è globale. Globale significa che se andiamo in Africa sentiamo Ong che parlano alle donne africane di diritti riproduttivi, di qualità della vita. Concetti nati in Occidente e calati in un nuovo contesto, in una sorta di neocolonialismo che mira a scalzare quel Dio portato insieme al colonialismo vero e proprio». I paradigmi messi in atto spaziano dalla salute femminile, alla parità tra i sessi, fino al rispetto dell’ambiente. «Ma questo non significa che non vi sia un principio comune ed è la libertà di scelta assoluta». Prima ancora che scomodare opzioni religiose o politiche, la professoressa invita a guardare al linguaggio stesso. «Consideriamo il caso di un’espressione come "sviluppo sostenibile". Essa non ha una definizione chiara e puntuale, anzi può essere interpretata in modi diversi e opposti a seconda che ad avervi a che fare sia un socialista o un liberale. C’è una instabilità assoluta che viene
si trasformata in un principio, in un valore. Il linguaggio non serve più a dare un nome alle cose, processo fondamentale per conoscere la realtà ed entrarvi in rapporto, ma a tracciare dei confini di ambiguità, a definire uno spazio di interpretazione libera. Per questo dico che il linguaggio ha giocato un grande ruolo nella rivoluzione culturale globale, perché è tramite il linguaggio che si è trasformata la realtà in processo di scelta. Dunque è vero che il linguaggio non esprime più una realtà chiara, identificabile, ma può servire per permettere all’individuo di scegliere di non impegnarsi mai».
La tentazione della genericità Si tratta di una tentazione atavica, più che di un progetto costruito a tavolino, secondo Giovanni Gobber, docente di Linguistica tedesca e di Linguistica generale all’Università Cattolica di Milano. «Vi è una sorta di imperativo sotteso al linguaggio adottato delle organizzazioni internazionali, quello della genericità». Una tentazione che secondo Gobber prende le mosse dall’obiettivo di costruire il consenso e il dialogo… «Ci sono aspetti dell’esistenza – riprende Gobber – in cui si chiede al linguaggio di essere il più possibile neutro, generalmente questo accade quando sono implicate delle opzioni morali, sempre foriere di divisioni». Ecco allora che il termine "aborto" lascia spazio all’espressione "interruzione volontaria di gravidanza", o la parola eutanasia viene parafrasata come "dolce morte" con riferimento alla sua radice greca. «Gran parte delle nuove parole che ci troviamo per le mani sono vuote o edulcorate. Dove si avverte la violenza si cambia la parola, ma in questo nodo non si elimina la violenza che c’è nella realtà. La realtà non è mai asettica o neutra. Né può esserlo il linguaggio».
I diritti prima di tutto Quello dei diritti delle donne è uno dei campi più "a rischio", secondo la professoressa Peeters. «Prendiamo un’espressione come "diritti riproduttivi". La definizione è stata elaborata a porte chiuse da esperti di Ippf (International Planned Parenthood Federation), Oms (Organizzazione mondiale della Sanità) e Unfpa (United Nations Fund for Activities) ed è un paragrafo che lascia aperte tutte le interpretazioni possibili: dall’aborto alla
maternità, dalla sterilizzazione forzata alla contraccezione ormonale, fino alla fecondazione in vitro». La salute riproduttiva, recita infatti la definizione che ha trovato la sua sintesi compiuta e formale durante la conferenza del Cairo su popolazione e sviluppo (1994) «è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non soltanto assenza di malattia o infermità, in tutti i contesti riguardanti il sistema riproduttivo, le sue funzioni e i suoi processi. La salute riproduttiva quindi implica che le persone siano in grado di avere una vita sessuale soddisfacente e sicura e che abbiano la capacità di riprodursi e la libertà di decidere se, quando e quanto riprodursi. In quest’ultima condizione è implicito il diritto degli uomini e delle donne di essere informati e di avere accesso a metodi di pianificazione familiare sicuri, efficaci, disponibili e accettabili secondo la loro scelta così come altri metodi per la regolazione della fertilità che non siano contrari alla legge». È facile andare con la mente all’utopia distopica del Brave New Woild di Aldous Huxley, dove momento unitivo e procreativo sono separati da tempo: nel mondo nuovo dello scrittore inglese i bambini nascono in vitro e il sesso è libero e innocuo. «Rievocare
queste immagini può sembrare esagerato. In fondo le espressioni del nuovo linguaggio appaiono giuste: chi può dire che sia sbagliato aspirare a una migliore qualità della vita? Quale donna africana, dove spesso partorire significa ancora morire, può rinunciare alla "maternità sicura" promessa dai famosi diritti riproduttivi?».
Ecco perché, sottolinea di nuovo la Peeters, questo linguaggio seducente non risparmia i cristiani, le Ong di ispirazione cristiana e la Chiesa stessa…
(Da Tempi, 8/7/2010)




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